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Luigi non era è
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di Vittorio Sermonti

[da il manifesto di oggi]

Scrivere 130 righe su Luigi Pintor come scrittore mi sta bene, mi torna. Con calma. Così non sarò costretto a far finta che sia morto. Finché non me lo dirà lui, non ci crederò. Anche se da diversi anni, a voce o per iscritto, non fa che parlare di qualcosa del genere: cioè, del fatto di essere morto. Nessuno dice che Dante, Melville, Cechov erano grandi scrittori. Si dice «sono grandi scrittori».

Così, scrivendo di Luigi scrittore sono autorizzato a parlarne al presente: gli scrittori sono contemporanei, letteralmente «conviventi» di chi li legge. Non sto dicendo che sono immortali. Sto dicendo che non sono immortali nemmeno i lettori. Dunque, Luigi è (non era) uno scrittore, uno scrittore vero, forse un grande scrittore. E che vuol dire «grande»? Posso aiutarmi con un esempio: se dico che quello scrittore è commisurato alla sua persona intera, chi legge queste 130 righe sa benissimo in che senso uso l'aggettivo «grande». Perché sa benissimo, forse meglio di me, con più smarrimento e più orgoglio, che lo scrittore Pintor è (non era) una grande persona. Il futuro rispetto al quale Luigi è passato non lo conosco. Luigi Pintor ha scritto quattro piccoli libri (Servabo, La signora Kirchgessner, Il nespolo, I luoghi del delitto). Impossibile scrivere di questi libri che vertono sostanzialmente sull'imperdonabile accidente della propria scrittura, senza in qualche modo far loro il verso, parodiarli per il solo fatto di scriverne. Tenterò di evitarlo. Contestandoli.

Intanto, l'autore sostiene che si tratti più o meno d'un campionario di «massime, aforismi, epitaffi, epigrammi», come «andavano di moda sulle strisce di carta velina che avvolgevano i cioccolatini». Che, per essere un ulteriore aforisma, non mi sembra brillantissimo. Forse sarebbe più giusto dire che si tratta di un catalogo testamentario di titoli, sottotitoli, sommari di un libro-romanzo impostulabile, brevi impudenze, accidentali, folgoranti infrazioni del silenzio dove sono di casa e subito tornano a rintanarsi. Scriverlo da capo a fondo, quel libro-romanzo, sarebbe stato dar corso alla chimera che la vita abbia un senso compiuto. Chimera da autobiografi. Per quanto risulta all'autore, la vita non è che una breve traccia insensata di dolori, scacchi, rimpianti. Anzi, gli scappa detto (scritto): è «una parentesi che si apre fra due nulla». Contesto. Questo mi sembra un pessimismo un po' troppo euforico. Vorrebbe dire che prima di nascere eravamo morti. Allora la morte sarebbe una lunga, quieta, innocente agnizione. Magari! Non basterebbe dire che la vita è il brevissimo spazio che ci è concesso per presenziare alla morte di quelli che amiamo, degli altri? Frequentatore schivo ma assiduo della tragicità dello stare al mondo, Luigi non è solo un personaggio tragico: ha il coraggio (la sublime faccia tosta) di testimoniarlo a intermittenze, di interpretarlo per frammenti e schegge, come un vecchio che parla da solo e qualche volta gli capita di parlare forte. «La linea divisoria fra essere e non essere non mi interessa, perché - confessa il nostro autore - non sono un principe danese». Contesto: sei un principe danese, sei un Amleto che scrive il monologo di Amleto; una Madame Bovary che scrive gli ultimi capitoli di Madame Bovary. L'io protagonista dei tuoi piccoli libri continua a interrogarsi sulla colpa di stare al mondo, che disperatamente si ostina a considerare proporzionata allo spropositato dolore che costa. E mai si risponde.

Scrivi che «i luoghi del delitto» sono i luoghi dell'omissione e dell'insipienza: gli spazi del sogno in cui non riusciamo a salvare donne e bambini amati che gli sparvieri o la paziente voracità del mare minacciano a morte. Il nostro cattolico paese ha conosciuto una gamma spropositata di atei: atei miscredenti, atei tomisti, atei bellarminiani, atei postconciliari... Un ateo agostiniano come te è una eccezione preziosa. Leggo: «fare le scale al pianoforte, giocare a scacchi col computer, scrivere nero su bianco non sono azioni ma passatempi. Non avendo scopo esigerebbero almeno la perfezione. Le sonate di Scarlatti non hanno senso se l'esecuzione non è cristallina». E Luigi scrive cristalli con la scrupolosa esattezza con cui il pianista che ha rinunciato ad essere ubbidisce alla segnaletica dello spartito. Si può rinunciare all'esercizio di una vocazione imperiosa. Ma non si può rinunciare al privilegio di portarsela dentro.

Leggo: «diventare un idiota era la mia aspirazione di adolescente, che per i greci voleva dire stare in disparte con innocenza. Se proprio dovevo crescere mi sembrava il miglior modo. Invece uno stupido si impiccia di tutto, senza capire nulla e, mio malgrado, ho preso questa strada». No: l'idiotés dei greci antichi significava semplicemente «familiare, d'ambito ristretto», senza tante innocenze. Poi, dall'idiotà latino, che vale «ignorante», all'idiotikòs neo-greco, che vale «privato», il termine si è sempre portato con sé un senso di deficienza e di ignoranza, insomma di esclusività come privilegio radicato nel diritto di non conoscere gli altri: la boria del «non capisco» borghese (dell'Idiota di Dostoevskij parliamo un'altra volta). Ora, per contestarti di essere stato «uno stupido che si impiccia di tutto», dovrei essere meno stupido di te. Ma nego che il tuo modo di stare al mondo e di scrivere abbia mai avuto il segno della privatezza. Che fosse personale, personalissimo è innegabile: ma personale è quanto attiene all'unicità della persona, alla solitudine radicale che la accomuna a tutte le altre persone in quanto radicalmente uniche e sole. L'io dei tuoi piccoli libri sa che mettersi nei panni degli altri è l'illusione più pericolosa. Vero: però i grandi scrittori ti costringono a metterti nei tuoi. Tu ci costringi a metterci nei nostri.

Reclusi in un presente che «assorda il passato», tu, con l'aristocratico diritto all'anacronismo che rivendichi («vivo evidentemente fuori del mio tempo, anzi fuori del tempo in generale») e con le schive e delicate virtù del tuo caratteraccio ci incoraggi a ricusare l'obbligo di scodinzolare dietro a un futuro che annichilisce i soggetti nel culto dell'efficienza, del successo, dell'emulazione sopraffattrice, ora che la sinistra, crollati i grandi feticci ideologici, si trova a presidiare i diritti non negoziabili della persona.

Diamo atto a Pintor - lo dice lui - di non aver fatto altro in vita sua che avventarsi contro i mulini a vento, purché gli si riconosca di non aver mai pensato possibile raddrizzare «il legno storto dell'umanità». In un paese di moralità avvocatesca, dove l'esercizio dell'intelligenza si limita in genere a una brillante elaborazione delle ragioni del Cliente (e il Cliente non è detto sia l'ultimo boss; spesso non è che il pregiudizio-capo che tutela pregiudizi-gregari), il fedele Pintor non ha mai rivendicato, ritrattando i propri errori, la continuità del suo magistero. Se sbagliavo, continuerò a sbagliare... Il tuo stile è stile morale, la tua moralità è stile. In questo l'agostinismo radicale dello scrittore si salda con i tuoi eroici furori politici. Sei un personaggio dantesco, Luigi. Come Dante.

La «scrittura testamentaria» di Luigi Pintor evoca il suo travolgente talento di titolista. Oltre ai quattro piccoli libri, Pintor scrittore ha scritto infatti migliaia di articoli e inventato una miriade di titoli. Pubblicando in volume un cospicuo manipolo di pezzi per il manifesto, osservava che gli articoli di giornale sono scritti sull'acqua, e ristamparli in volume «dovrebbe essere vietato come calpestare i fiori». No, non contesto. E i libri? I libri, invece, si incidono, si scalpellano, ma sempre sull'acqua. Perché l'acqua siamo noi.

[da il manifesto di oggi]

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