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Formiche
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di Pino Caruso

Il racconto che trascrivo integralmente è tratto da "Il venditore di racconti", Ed. Marsilio.

Al mare o in montagna, il mondo, in questa metà di agosto, ci raggiunge, attraverso giornali e televisioni, con la sua brutalità: oggettiva e fatale nel caso di incidenti, soggettiva e premeditata nel caso di violenze degli uomini contro gli uomini. E quasi sempre produce vittime innocenti, tragedie insopportabili, che tuttavia sopportiamo, sprovvisti di alternative.

E allora, vigliaccamente, mi metto a guardare le formiche. Disteso su un prato, in una zona d'ombra, un gomito e un fianco poggiati sul terreno, le osservo sfilare su e giù, ordinatamente, senza mai scontrarsi o tamponarsi. A volte due si fermano e sembrano conversare, poi riprendono il cammino, ciascuna nella propria dirczione. C'è chi da l'impressione di recarsi a un appuntamento e chi palesemente è impegnata a traslocare da un luogo all'altro o un filo d'erba, o un granello di qualcosa che è diffìcile distinguere.

Microscopico trafficare ai miei occhi, gravosa e sproporzionata incombenza per chi, nata formica, deve condurla a compimento. Ed ecco che, d'un tratto, avverto la mia gigantesca conformazione, come fossi Gulliver capitato tra i Lillipuziani. Ma, al contrario di Gulliver, consapevole che quegli esseri - i Lillipuziani - benché minutissimi come teste di spillo, erano umani al pari di lui (e,insomma, gli si poteva parlare - e infatti gli parlò, si parlarono), io, delle formiche nulla so; e in quanto a parlargli, non è da mettere nel conto delle cose possibili, almeno a me.

E mi viene in mente come l'uomo, troppo impegnato a riflettere su se stesso, poco o per niente si curi delle formiche. E fa male. Ci sarebbe da chiedersi, intanto, se non abbiano, anche loro, una filosofìa, una storia. Certo, non scrivono libri e non possiedono televisori - si vede a occhio nudo - ma non sempre ciò che si vede è così evidente come appare. Da quante simili evidenze siamo stati già tratti in inganno: il mondo sembrava fermo, "eppur si muove", la terra sembrava piatta eppure è tonda.

Le formiche potrebbero avere modo diverso dal nostro d'intendere e di ragionare, di scrivere libri e di leggerli, di fare televisione e di comunicare. Un modo a noi impercettibile. E posso anche illudermi, e sperar per loro, che
dedichino alla lettura più tempo di quanto non le dedichiamo noi, e che facciano una televisione migliore della nostra. Probabilità non trascurabili, anzi altissime, considerato che sarebbe arduo fare peggio.
Sarà un pensiero estivo, ma presumo che dovremmo interessarci di più alle formiche. Sono esseri misteriosi,
esattamente come noi. E non è escluso che la spiegazione del grande mistero che ci avvolge e ci opprime passi soltanto attraverso lo studio della natura umana.

Non che l'uomo trascuri del tutto il mondo animale, le formiche segnatamente hanno gli entomologi che se ne occupano. Ma questa attenzione è circoscritta ai loro comportamenti esteriori, non a una loro eventuale cultura, non tende a capire e a spiegare l'arcano del loro esistere. In altre parole, nessun filosofo ha mai concepito un trattato sulla visione del mondo delle formiche, o sulla volontà di potenza delle termiti.

Le sto ancora guardando, queste formiche: ecco, ne vedo una che sbanda, barcolla come ubriaca. Ed è ubriaca. Ha bevuto birra. Lo so. Si sa. Le formiche si ubriacano.
Me l'ha riferito un entomologo. E il loro birraio è una formica gonfia di malto d'orzo che funge da barile, dal quale l'avventore spilla direttamente la sua bevuta.
E ci sono formiche che montano di guardia e suonano l'allarme quando un pericolo sopravviene - se non si addormentano durante il loro turno, come pare capiti, con conseguenze esiziali per la comunità. E allora vengono arrestate da formiche-poliziotto e processate da formiche-giudici.

E ve ne sono di pigre e di laboriose. Di intelligenti e di stupide. Non acchinette, dunque, condizionate da meccanismi istintuali, che agiscono secondo schemi prestabiliti, ma individui con caratteristiche personali e professionali diverse: formiche-politici, formiche-soldati, formiche-imprenditori, avvocati, ladri, assassini (sissignori, assassini), ingegneri, manovali, più precisamente ette "formiche operaie" (femmine e solo femmine, queste); dal che si evince come il maschilismo alligni anche nel mondo delle formiche. E altre di ogni tipo; persino formiche chirurghi, che eseguono trapianti. È stato osservato come
a formiche, che le avevano perdute o per malattia o per incidente, siano state trapiantate antenne tolte a una formica defunta da poco.

Rimane da sapere se esistano formiche comici. Sarebbe a prova definitiva della loro intelligenza. L'ironia non è mai degli stupidi. Uomini o formiche che siano.
Certo è che, intelligenti o no, le formiche mostrano d'avere gli stessi vizi degli uomini. Mi dicono di specie, che, prive di formiche operaie, rapiscono e traggono in schiavitù le operaie di altre specie. Il che comporta far le guerre e vincerle. Chissà se credono in Dio, o in un dio che abbia sembiante di formica. Agli entomologi non risulta. Tra le caste in cui sono divise (maschi, femmine
e operaie) mai se ne è riscontrata una che possa definirsi sacerdotale. Mancano notizie di formiche-preti e di formiche-monache. Di formiche-papi non c'è nemmeno il sospetto.

Ma ecco che, nel mio formicaio, una formica operaia (riconoscibile perché più minuscola d'una formica maschio, o di una formica femmina ma di ceto sociale elevato) sbuca da un foro, come da una tana, e sembra guardarsi intorno esitando. Reca tra le mandibole un lembo di foglia di non so che pianta, che è più grande di lei. E s'incammina affrettandosi via via sino a correre come fuggisse. E in effetti fugge; che un'altra formica (una formica-poliziotto?) acquattata sotto un rametto, ne schizza fuori e la rincorre. E un'altra ancora la rincorre (poliziotta anche lei?), che sino ad allora se n'era rimasta nascosta sotto una pietruzza.

L'operaia, ansimando, accelera per quel che può. Accelerano gli inseguitori. Ed è una corsa frenetica, rapidissima, a contraddistinguere fuga e inseguimento.
Formiche passanti si fermano a osservare la scena. Alcune sembrano pietose, altre solo curiose. Lo capisco dal modo in cui son ferme. Le pietose, o presunte tali, stanno immobili come pietrificate; le curiose parlottano tra loro, agitando antenne e arti, come a chiedersi che succede e a rispondersi che succede questo e quello. La formica fuggitiva, gravata dal peso del lembo di foglia, perde velocità e terreno. Di contro ne guadagnano le inseguitrici. Le quali, in fin di corsa, la raggiungono. Ne vien fuori un accapigliarsi formicolante. La formica operaia si dibatte. Le altre due, a cercar di bloccarla, la avviluppano con le loro braccia e mani, sottili come fili di ragno. Alla lunga, esausta, l'operaia cede. E si lascia condurre via. Il lembo di foglia è sequestrato. Stretto tra le mandibole di una delle formiche-poliziotto, ne precede il cammino come uno stendardo precede l'alfiere.

Alcune formiche passanti s'allontanano. Altre s'attardano. Forse le più sensibili, le pietose.
Ma d'improvviso succede che, allentando la presa le formiche-poliziotto, per via che la prigioniera sembrava ormai starsene in mezzo a loro arresa, costei rifugge. Sorprese le formiche-poliziotto rimangono sul posto. Ma è solo per un attimo, che, assorbito lo stupore, scattano alla rincorsa rapide. Meno veloce quella con il lembo di foglia in bocca, più veloce quella libera da impacci.
Attratte probabilmente dal gridare (che io non sento) delle formiche-poliziotto, le formiche passanti che s'erano allontanate tornano sui loro passi. In tempo per vedere la fuggitiva arrestarsi sull'orlo di un precipizio, profondo almeno venti centimetri. S'arrestano a distanza, boccheggiando, anche le formiche-poliziotto. La formica operaia minaccia di buttarsi giù. Le formiche-poliziotto
provano a dissuaderla. Si intuisce che parlano e patteggiano.

Intanto, s'è radunata gente (di formiche) a far da cerchio intorno. Un leggero vento investe di tremori una foresta di fili d'erba che costeggia il luogo. Giungono altre formiche, di ogni tipo e da ogni dove. E sono tante, tantissime. E presto si fanno fitte... stavo per dire come formiche (ah! i luoghi comuni!). E tutte rimangono zitte.
Non che prima sentissi vociare, ma il vocio, il clamore di una folla, benché di formiche, lo si vede oltre che sentirlo. Lo si vede dalle bocche aperte (e non è il mio caso, che nemmeno con l'aiuto di una lente l'occhio umano vede una bocca di formica), o dal dimenarsi dei corpi (è il mio caso); che non c'è chi, gridando, non si dimeni. E lì stanno tutte ferme e, presumo, con occhi attenti e ansiosi. La formica operaia non s'agita più, anzi sembra quietata, come presa da una determinazione.

Potrei salvarla, prelevandola in qualche modo. Ma per
farne cosa? Toglierla dal suo mondo sarebbe come prendere un uomo e portarlo sulla luna. E poi dove la metterei? In una scatola di fiammiferi? Dentro un cassetto della scrivania? Improponibile. Potrei trasferirla in altro formicaio! Ma se tra le formiche vigesse l'estradizione? Saremmo punto e daccapo. Intanto, potrei intervenire. Quella formica braccata ha più l'aria di una vittima che di un malfattore. Ma sarebbe intervento giusto? O non piuttosto indebita ingerenza? E se quel lembo di foglia fosse droga? E la formica, spacciatrice o ladra?

Non è facile, così come si crede, giudicare dall'alto dei cieli, dove mi credevo d'essere io, ciò che avviene in basso. E visuale troppo a volo d'uccello, troppo ampia, per non essere imperfetta e superficiale; difetta della conoscenza dei dettagli e delle motivazioni. Scelgo il non intervento. In ogni senso. Lasciando al libero arbitrio delle formiche la soluzione e la conclusione; benché sappia che il libero arbitrio non evita, anzi spesso implica, il sopruso. Tra il bene e il male, poche volte il bene vince.

La formica operaia è ancora lì, sull'orlo di quel precipizio che misura quanto un dito della mia mano. Sono tentato di andarmene. Da pusillanime. Per non vedere, per non assistere.
Mi chiamano da casa. Mia moglie, allungando la voce, mi chiede: «Ma che fai sdraiato lì e con la faccia a terra, insegni l'alfabeto alle formiche?» «Vengo, vengo!» E sto per alzarmi. Quando mi s'accende in testa un'idea: adesso muovo il terreno - penso - sicché, credendo a un terremoto, le formiche fuggano in ordine sparso: quelle poliziotto da un lato, la formica operaia dall'altro. Al resto provvederà il dio delle formiche, se ne hanno uno.
Stendo la mano, ma la formica operaia, al tentativo d'avvicinarsi d'una formica-poliziotto, si butta. Un tonfo - che non udii, ma che le formiche udirono e dettero a vederlo, turandosi le orecchie con le mani filiformi. Non dimenticherò mai quel tonfo mai udito, eppur fragoroso quanto riesce a volte a esserlo il silenzio. Ne mi libererò mai dal rimorso per avere troppo esitato a compiere se non un'opera di giustizia, un gesto di misericordia.

Roma, 12 agosto 2000


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