Forse cambia il prefetto di via Solferino, forse no, ma non c’entra la Cav.ergreifung
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[da Il Foglio di oggi]
Guido Roberto Vitale, boss del Corriere, alimenta preoccupazioni sullo stato della democrazia italiana a partire dalla situazione dei giornali. Nel testo riportato dal Monde, la sua intervista a Prima comunicazione recita come segue: “Bisogna considerare i giornali come bastioni della democrazia senza farsi prendere dalla volontà di abbatterli... I giornali difendono la democrazia più di quanto non faccia il Parlamento”. Questa non è un po’ forte, professore? E quest’altra? “La permanenza di Ferruccio de Bortoli alla direzione del Corriere, il quotidiano più anglosassone della penisola, non è in discussione”.
Non è facile fare il mestiere operativo di editore, come testimoniano altre riflessioni sensate del professor Vitale sulla spirale perversa tra presenza dei grandi gruppi industriali nell’editoria e legami politici di vario ordine con i governi che si succedono. Ma questo non giustifica, probabilmente, giudizi approssimativi. Il professor Vitale non è un Vincenzo Vita, deputato dell’opposizione che applica ai casi del Corriere il riflesso condizionato della sua parte: “Siamo di nuovo ai tempi di Tassan Din e della P2”, dimenticandosi di chiedere informazioni in merito al passaggio di consegne tra il compianto Franco Di Bella e Alberto Cavallari, quando la P2 mise il veto alla candidatura di Alberto Ronchey in piena sintonia con il Pci. Il professor Vitale può essere forse suggestionato dalla “dottrina Rossi”, dal nome dell’avvocato d’affari più chic di Milano, già senatore della sinistra indipendente, che ora teorizza la preminenza di qualunque possibile regola, checks and balances, balances and checks, su quel fragile codicillo del liberalismo democratico il quale prevede che governa chi ottiene la maggioranza alle elezioni politiche nei due rami del Parlamento. Ma poteva leggere ieri l’altro Dino Cofrancesco, che sul Foglio recava qualche osservazione critica forse fondata alla “dottrina Rossi”, o anche la rubrica delle lettere al Corriere. Paolo Mieli, già direttore del Corriere, ha dato ieri un’elegante stoccata alla “dottrina Rossi”, trattata per l’essenziale (è vero che la regola della maggioranza non è l’unica, e se fosse l’unica sarebbe tirannica) con rispetto. La stoccata procede sempre dall’individuazione di un errore, e l’errore di Rossi, sorprendente in un autore così attento, è marchiano sebbene leggendario (accettato e comune come solo i miti riescono a essere). Il cuore argomentativo della dottrina in questione è che Hitler salì al potere con il voto dei tedeschi, e dunque – come vedete – il voto popolare non lo si può santificare (magari nel caso del voto al Cav. la cosa torna buona). Invece, spiega Mieli, Adolf Hitler andò al potere nel gennaio del ’33, dopo aver sensibilmente ridotto i suoi voti l’anno precedente ed essendo minoranza parlamentare, perché la democrazia di Weimar si era calata le braghe e i comunisti odiavano la socialdemocrazia più di quanto non avversassero i nazionalsocialisti. Solo nel marzo vincerà le elezioni, ma dopo la Machtergreifung (la presa del potere). Insomma, la Cav.ergreifung, nata da un voto di maggioranza, è un caso diverso. Terzista tosto e pertinace, Mieli smantella l’avvocato e dottrinario ricordandogli che non esistono sistemi liberali in cui non si faccia omaggio al principio di maggioranza, aggiunge che è “fuori luogo” lamentare l’uscir di senno delle maggioranze. Elefante al Corrierone, dice l’Unità. Chi desideri ridere del tono apocalittico, grottesco, con cui il girotondo delle opposizioni affronta la partitella del Corriere (un avvicendamento prefettizio), deve leggere l’Unità di ieri, che lancia come uno spaventapasseri la candidatura dell’elefante alla poltronciona con Treccani in vista di via Solferino. Sembrava un articolo del Male, il famoso giornale satirico. L’elefante nella sua vita ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per conquistare quella posizione: non si è mai sbilanciato, non si è mai esposto, ha coltivato amicizie imparziali in ogni settore del potere economico, e ha scelto uno stile intimamente compatibile con la direzione di un giornalone nazionale come il Corriere. Tutta la sua vita è un indizio concorrente verso l’obiettivo finale: una bella direzione del Corriere con i complimenti del cdr e degli azionisti. L’elefante potrebbe dirigere il Corriere, posto che lo volesse, solo dopo una Machtergreifung, ma di quelle vere: ne farebbe un giornale di fronda, con i gambali del suo noto squadrismo, dopo lo scioglimento dei sindacati, l’abolizione delle Camere, l’arresto di Raffaele Fiengo. Prima no. A proposito ancora di Corriere, e delle cretinate che scrive la corrispondente del Monde sulle pressioni dell’Italia berlusconiana. L’Economist scrisse nel ’97 che il Corriere di Paolo Mieli era la vera opposizione al governo Prodi, Mieli andò via mentre Massimo D’Alema querelava i cronisti politici del giornale. Do you remember?
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