L’odg dei vecchi eskimi corrieristi: un’istigazione al suicidio della libera stampa
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[da Il Foglio di oggi]
Il documento minatorio dei corrieristi, doverosamente pubblicato ieri dal Corriere della Sera a pagina 20, sarebbe avvilente se non fosse gioiosamente ridicolo. Parte con un’istigazione al suicidio della libertà di editare giornali, finisce con un suicidio orwelliano della libertà di stampa dal punto di vista dei giornalisti e di tutti coloro che, ai sensi dell’articolo 21 Cost., scrivono più o meno liberamente sui giornali.
Sentite un po’: i giornalisti sindacalizzati del Corriere “chiedono che l’indipendenza del giornale sia messa al riparo una volta per tutte da qualsiasi interesse (presente o futuro, da qualunque parte provenga) estraneo a quello del libero giornalismo”. E’ un “obbligo civile” ma anche un “dovere giuridico” realizzare questo piano deontologico, cioè “separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell’informazione in ogni momento della vita del Corriere”. Fantastico: i magistrati sorvegliano per legge la libertà dei giornalisti, che nel caso del Corriere e in altri casi proteggono la libertà dei magistrati di esercitare il potere politico e culturale prestatogli dall’informazione. Gli azionisti del Corriere (auto, moda, costruzioni, finanza) si limitino a staccare le cedole, ché a nominare il direttore ci pensa il cdr o il soviet di via Solferino. Direttore e giornalisti poi scriveranno liberamente che la Fiat fa cagare, che le magliette della Fila sono brutte, che gli aeroporti di Roma non funzionano, che l’Impregilo di Cesare Romiti deve farsi da parte negli appalti, che la finanza di Milano è un covo di speculatori e le banche un centro di malaffare: basta che ci sia la notizia, loro la scoveranno eroicamente e la metteranno in prima pagina, senza riguardo per gli interessi degli azionisti-editori. Ma che bravi. E se gli editori combinano tradizione, visione delle cose e interessi, e sono pro o contro il governo Prodi o il governo Berlusconi, pro o contro la guerra al terrorismo, loro se ne fottono: sono indipendenti, pacifisti e attori di un sublime contropotere che non ha bisogno di quelle volgarità che sono gli investimenti, gli stipendi, i diritti proprietari. Facciamo come in Russia, se otto ore vi sembran poche. Piero Ottone nel 1973, anni di Bierre in cui si preparavano l’assassinio di Walter Tobagi e il golpe progressista fienghiano, firmò una carta dei diritti del giornalista con la buona padroncina Giulia Maria Crespi, quella che amava Mario Capanna e detestava Indro Montanelli, un patto che suonava così, secondo la ricapitolazione in corsivo offerta dall’assemblea dei corrieristi dell’altro ieri. Indipendenza, e va bene, si fa per dire. Poi “difesa attiva delle istituzioni costituzionali”. Poi “particolare impegno” su ambiente, questioni sociali, culturali e civili “a sostegno delle soluzioni più moderne, avanzate… idonee a promuovere il progresso verso una società più giusta ed equilibrata”. E “il commento deve essere coerente con i principi precedenti”. Se a Paolo Isotta piace Wagner, kaputt. Se Ernesto Galli della Loggia scrive dell’egemonia culturale della sinistra, fuori dalle balle. Se Sergio Romano ripensa la guerra di Spagna, va contro la Costituzione e i suoi valori. Se Angelo Panebianco non ama la riforma universitaria di Luigi Berlinguer, che naturalmente punta a una società più avanzata, più giusta ed equilibrata, contraddice i principi precedenti ed è out. Se Francesco Merlo si lascia sfuggire un sospiro di nostalgia per il mondo di ieri, al rogo. Se Francesco Verderami attacca un governo progressista, raccontandolo, sia messo alla sbarra con l’aiuto di Massimo D’Alema. C’è spazio soltanto per l’umidità di Claudio Magris e per il broetto di Paolo Franchi. Ecco il Corriere sindacale. Ciliegina sulla torta: il pm. Diffide, atti di significazione, ricorsi: tutto questo ignobile castello di ipocrisia tardo-orwelliana, tutto questo nuovo pensiero, questa orrenda neolingua, tutto questo si regge su un accordo che, notano i corrieristi, è “confermato dalla magistratura”. Ma non vi rendete conto, voi giornalisti seri del Corriere, voi azionisti seri del Corriere, e tutti voi che leggete e comprate i giornali ed esercitate un ruolo pubblico nella democrazia italiana, non capite che con queste grottesche intemerate viviamo da trent’anni, che esse sono la base di un piccolo potere di ricatto travestito da sindacalismo libertario il quale fa grandi danni al senso della libertà di stampa? Che dicono Sandro Viola, Eugenio Scalfari, Ezio Mauro, Marcello Sorgi, lo stesso Ferruccio de Bortoli che è una persona seria? Che dicono legioni di giornalisti che con questi concetti convivono da tre decenni per pigrizia, timore e tremore, ripetendosi ogni mattina che sono una pagliacciata ma senza avere il coraggio di affermarlo apertamente? Quando mandiamo in pensione questi vecchi eskimi, questa paccottiglia di idee prepotenti, di usi e abusi progressisti che farebbero schifo persino a un povero redattore dell’Unità di Furio Colombo e che inquietano su Liberazione l’eroica, e comunista, Ritanna Armeni?
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