My way
Il dolore che non è affatto mai troppo banale, ti stringe con cura e ferocia le budella. Quel tanto che basta da tenerti appeso ad un esile filo di barbarie. Il dolore è un confino dal quale non si ha mai riscatto. Ecco cos'è il dolore.
La gioia invece nasce dalla finzione.
Delle volte vorrei spalancarle completamente queste benedette persiane che fanno così ombra nella mia vita. Vorrei sentirmi un po' meno fuori luogo.
"Da sola ho imparato a comprendere ed accettare anche i miei timori, che son fonte impagabile di esperienza..." (MalemeleBlog)
"ma il dolore tenuto dentro di sè non è devastante?
Raccontare agli altri il nostro dolore e lasciarlo uscire fuori, non è semplicemente un modo per sentirci meglio?" (Emotioned)
"Una volta, alle superiori mi innamorai di un mio compagno di classe, glielo feci capire. Lo spaventai così tanto che da quel giorno non mi rivolse più la parola e mi privò del bene, in qual momento, per me più prezioso della sua amicizia. " (Rebbio)
"Quand'è nato mio figlio 7 anni fa, la prima cosa che ho pensato è stata che il legame di sangue non esiste.
Io lo guardavo e pensavo "Boh ! strano"."
"Chi o cosa aiuterà Marco affinchè la luce entri?
E' difficile rispondere ed è difficile qualsiasi azione per quel rispetto della autoderminazione del sé che è il principio sacrosanto su cui si fonda la persona." (Elisabetta Mori)
"Vi amo, perchè a farmi sentire meno i miei dolori, ci siete voi in prima linea!" (Laura756)
"Il dolore di Marco nasce dalla consapevolezza. Ed è dura confrontarsi con lei." (Pietro B.)
"Basta scegliere. In ogni momento può esserci il nero del nulla oppure il madreperla della gioia.."
(Z"Chiedo però a tutti può esistere un dolore più grande che essere qualcosa e dover far finta di non esserlo?" (Rebbio)
"Siamo attori, Laura, perché dobbiamo frodare financo la mala sorte, dobbiamo essere cinici, Rebbio, per non permettere mai a nessuno di plasmarci a piacimento. Simulare per essere, apparire per non soccombere, è anche questa la vita, tra equivoci e incomprensioni." (Manilo)
"E allora il dolore te lo devi mettere di fronte, lo devi combattere a pugni e calci, gli devi dire: "tu non mi sciuperai l'unica occasione che ho di vivere, di essere. Tu ci sei ma io ti combatto. E qualche volta vinco" Anna)
"adottiamo una sorta di censura all’imperscrutabile per simulare dinnanzi al destino, che altezzoso e potente così diviene vulnerabile perché gabbato e arriso." (Manilo)
"A questo punto è meglio un brutto volto, come quello che sta offrendo di sé Rebbio, piuttosto che una maschera tirata e sorridente ma falsa." (Anna)
Ma siamo troppo concentrati su noi stessi perchè questo principio si affermi sempre. La "divina Indifferenza" di Montale, prevarica spesso i nostri intenti e allora:
"Ognuno sta solo sul cuor della
terra trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera"
No, Elisabetta, no.
Se le vosatre generazioni sono state allevate al carcinoma irreversibile di un'indeffirenza totale io non m'arrendo. E mi rivolgo ai giovani, ai giovanissimi, agli adolescenti, ai neonati se occorre.
Perché qualcosa cambierà quando saranno le future generazioni ad uccidervi con la spada delle voste stesse contraddizioni.
Voi, i rassegnati che nulla cambierà.
La Storia non si ferma mai.
E La rivoluzione riparte sempre da un bisogno fisiologico insito nella natura umana, così come l'egoismo. Se oggi e il tempo dell'egoismo, domani tornerà il tempo della Rivoluzione che riscatterà sentimenti antichi, proibiti, cancellati dai dizionari di una classe intellettualistica che parla parla parla e, come dice Fossati, purtroppo scrive scrive scrive senza dire nulla. Senza raccogliere il pianto dell'uomo.
(Che non sei TU, Elisabetta, ci mancherebbe!).
"Ognuno sta solo tra quattro pareti trafitto da un male silente.
ED E' SUBITO BLOG".
INTERNET, LA MIA RIVOLUZIONE.
E la prossima volta voglio i commenti a colori, piETRO, OPPURE DO' LE DIMISSIONI!
l'uFFICIOsTAMPAbLOG (ncazzato come sempre)(anzi, di più)
Sono le sette del mattimo del giorno 21 luglio.
Conclusa questa fine di settimana all'insegna del "tutto, di più", mi permetto di fare una ultima considerazione partendo dalla frase di Manilo "il dolore ci rende solidali".
Se l'animo è predisposto, se si conosce la condivisione, se le circostanze lo permettono, io credo che non ci sia persona che non possa sentire un minimo di coinvolgimento nel dolore degli altri. Persino il solo dire "mi dispiace"
Ma siamo troppo concentrati su noi stessi perchè questo principio si affermi sempre. La "divina Indifferenza" di Montale, prevarica spesso i nostri intenti e allora:
"Ognuno sta solo sul cuor della
terra trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera" (S. Quasimodo)
Buona settimana a tutti. Grazie Pietro.
In questo minuscolo quartiere di campagna tutto tace ed anche la mia casa ha finalmente ceduto il posto al silenzio; arresa, essa si lascia pervadere dal sonno e dalla quiete dei fin troppo vivaci occupanti…
Fino a qualche minuto fa, mi trovavo sdraiata accanto a mia figlia e cercavo di assorbire con tutta la forza dei miei sensi, quanto più potevo di lei, di riassumere la sua infantile essenza in un sospiro fatto di odori e sapori, in abbracci carichi di umidi calori estivi, in sospiri di rassicurante materna presenza. Mentre vegliavo il suo instabile sonno, pensavo ad un’immagine immortalata dalla mia memoria in questa rovente domenica estiva, resa ancor più tediosa dall’indomabile canto di cicale e grilli. Chi conosce Lidia sa bene quanto sia esuberante, purtroppo in questi giorni non sta molto bene, e, forse, per la prima volta in vita sua, sta scoprendo cosa sia il dolore fisico. Questa sera, dopo cena, l’ho scoperta silenziosamente seduta sul passeggino giocattolo, sola, contemplava il suo dolore aspettando che qualcuno si accorgesse di lei. Mi si è rovesciata addosso una terribile malinconia, la consapevolezza di quanto sia instabile la mia presenza di madre, di quanto il dolore sappia cancellare anche il più infantile slancio. Ed in questi istanti, mentre lei finalmente dorme serena, vorrei con tutte le mie forze cercare di assorbire il suo dolore, affinché domani, al suo risveglio, le ritorni l’usuale sorriso.
Paradossalmente mi rendo conto che la sofferenza arricchisce e rinforza il nostro carattere e che, come non è giusto rubare la felicità, non è altrettanto corretto, privare l’altrui esistenza dal dolore. Tra di voi molti caratteri sono stati forgiati dalle più penose esperienze e di certo so che siete fieri di essere ora più forti e “ricchi”.
Le mie sofferenze me le sento addosso e spesso ho quasi paura ad annientarle, mi sentirei nuda, vulnerabile senza queste insostituibili compagne di viaggio: sarei preda indifesa, esposta senza armi agli occhi di chi , insoddisfatto, cercasse di strapparmi di dosso il mio lurido mantello. Da sola ho imparato a comprendere ed accettare anche i miei timori, che son fonte impagabile di esperienza , accessori scintillanti nell’elegante ballo mascherato delle feste mondane. Anche le paure servono a farci sentire più a nostro agio nel mondo, tra la gente. Sembra assurdo, ma, forse, sarà proprio il timore di soffrire che mi darà la forza di affrontare il futuro con un po’ più di coraggio.
Bea, Bea, Bea! Se non ci fossi dovrebbero inventarti!
Una donnaperamico, una ragazzo padre, un padre putativo, ma cosa questi ragazzi vogliono più dalla vita?
Un Lucano....no quello no, nsi mai i 38 cm ce l'avesse veramente!
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOh! Frena REBBIO, FRENAAAAA!
Io non so più se parlo itagliano, cispatano, romanesco ngrese o galassico. Che hai capito Rebbio, che io ti metto sotto accusa? ma sei matto? vuoi fare il vittimista di professione? A me mi devi riportare, verba manent perdìo!, i passi nei quali a t'e è sembrato che io ti giudicassi e dicessi che hai presentato di te la parte peggiore.
Vaffanculo Rebbio, nce provà con me. Io t'ammiro. E se per esprimerti l'ammirazione per il tuo coraggio t'ho scritto: sei gay? e chi se ne frega, volete consumare qualche sacro neurone del vostro sacro cervellino e capire? o almeno prima chiedere che cazzo significa "chi se ne frega"?
Chi se ne frega, Rebbio mio, significa che se ancora TU e tutta la gente di questo primitivo pianeta state ancora a interessarvi dei gusti sessuali della gente invece di saper almeno distinguere tra un cretino e una persona intelligente, tra un marchettaro e un nobile d'animo che non si vende, tra un artista della vita che paga i suoi prezzi alla maledizione del vivere e un fintoartista che li fa pagare agli altri, se ancora tu pensi che IO possa andarmi a intrufolare nei costumi privati di una persona invece di fare ben altri e più dolorosi e più profondi ragionamenti... be', non ho più parole.
Tu dici che ho ragione io perché avresti presentato la parte peggiore di te stesso. Io volevo dire esattamente il contrario.
Ma sapete che nuova c'è signori miei.
Evidentemente parliamo due lingue diverse.
Teniamoci ognuno la propria e finita che sia.
Rebbio io più d'averti scritto che ero fiera di te, e non so più che dire.
Per quanto riguarda la tua donna ti dico invece che io me lo sposerei di corsa un "cosiddetto" gay, ovvero qualcuno che dimostra una sensibilità superiore che di certo non pertiene al "macho" di professione. Me lo sposerei perché diventerebbe la mia sfida come donna e la mia sfida come spirito libero. Lo lascerei libero di fare ciò che gli pare e di certo non lo manderei a vomitare in bagno; forse, invece di farne una tragedia, semplicemente lo costringerei a ridere assieme di questo nostro esser tutti così tragicamente insicuri, di questo nostro sentirsi inadeguati. Se a te hanno insegnato che macho è bello sappi che per una donna vera "macho" è un falso storico alla stregua dei 38 centimetri da negrone che fanno venire i sensi di colpa ai ragazzini adolescenti che passano il tempo a misurarsi il pisello per vedere di quanti centimetri è. E' passato il tempo del femminismo che non ha insegnato niente anzi ha peggiorato i tabù sessuali. Io ti parlo da donna e ti dico che a me gli uomini piacciono un po' così e così, forse di più se dolcissimamente femmine. Perché si fa l'amore vibrando di vibrazioni cosmiche, amico mio, e non facendosi sbattere come una puttana da strada.
Fare l'amore, Rebbio, non "scopare".
E adesso scandalizzatevi pure, vado a rispondere alle meil.
Ciao Rebbio, la tua fan preferita.
bea
Caro Rebbio,
noi ci conosciamo solo tramite email e mi hai chiesto il più completo anonimato sul tuo vero nome e la tua vera e-mail. Io ho accettato di darti dello spazio ed una email perché ho capito che avevi nisogno di dire qualcosa di importante e non ci riuscivi.
Non mi hai detto nulla delle tue propensioni sessuali e della tua storia privata. Ne eri obbligato a farlo.
Però mi fa specie che vieni qui a dirci quanto sei stato stronzo con la tua ragazza e ci inviti ad insultarti.
Cosa vuoi che facciamo? Applaudirti? Magari farti i complimenti?
Ognuno è libero di fare quello che vuole e se tu ti esponi sulla pubblica piazza devi essere pronto a subirne le conseguenze.
La falsità con cui stai vivendo il tuo rapporto di coppia è la cosa più grave di tutte. Non lo ammetto ed è questo che mi frena più di ogni altra cosa nell'intraprendere delle avventure.
La lealtà nella coppia è il cemento di tutto, la complicità ne è il naturale complemento.
Tu hai voluto fondare il tuo rapporto fregandone delle lealtà per inseguire il desiderio di una normalita che solo le convenzioni sociali ci hanno imposto.
Dovresti vomitare non dopo che fai l'amore con la tua ragazza ma quando nella tua coscienza pensi al male che le stai facendo.
Perché non provi a parlarle? Magari se ti ama ti comprenderà e ti aiuterà. Ma tu non hai il diritto di rendere una persona infelice.
In ogni caso la tua infelicità non ne gioverà.
Il discorso degli scheletri negli armadi è vero. Non posso però giustificare il tradimento di un sentimento con una chiamata di correo.
Rebbio, ti pensavo migliore. Anzi forse, in fondo, lo sei. Tocca solo a te.
Sconvolto dalle ultime rivelazioni, e non certo di Rebbio, in preda a una crisi mistica e sensuale, come chi ha scoperto di aver condotto da in savio un intera vita, chiudo libri pregne di quelle “frasi lì”, che Luigi mi abbia a perdonare, e vago per futili temi verso cui l’essere effimero un giorno mi condusse, lasciandomi scoprire di non esser furbo, stolto, reietto o codardo, ma solo uomo. E da lì mi muovo.
Non so da quanto tempo padroneggia quella parte di terra, tra l’argine di due torrenti viziosi e rinsecchiti alla prima calura d’estate. Ben negli anni avrà intuito che, se uno degli argini fornisce protezione perché invalicabile, l’altro rende la sua breve landa strategica, perché dotato di ponticello in liste di legno, ambita meta di avventori e occasionali escursionisti.
Lungo lo sterrato il cui bianco risale sino alle fronde degli alberi a ridosso, rallento il passo ed elaboro un piano. Due colpetti alla levetta destra e la catena sale, ci siamo; svolto l’angolo verso il viale di polvere e pietrisco. Osservo circospetto, modulo rumori e vibrazioni metalliche solo all’utile, sono lento, lentissimo. Non scorgo niente, ma lo so: c’è. Furbo per l’esperienza, ma carico d’ansia, non riesce a dissimulare, esce allo scoperto e corre verso di me. Non accelero, l’aspetto. Ben è sorpreso, siamo fuori copione, e avanza infuriato. Arriva a dieci metri da me, fletto due volte il cambio e pedalo con forza, sorpreso e stordito non riesce a fermarsi e avanza per un tempo indefinito oltre la ruota posteriore tra il singulto compiaciuto del rocchetto. Quando riprende la corsa, in senso inverso, era già troppo tardi, solco il ponte e caccio un urlo: Ahhhh, alla prossima. Si è bloccato, all’apparenza distratto, ed è tornato con piglio militare alla sua postazione. Ben non demorde, anzi è propenso a mordere e la sua ostentata sicurezza non è di buon auspicio.
Manilo, se la maschera non si può strappare senza procurarsi lividi e deformazioni permanenti allora la maschera si è fusa con il volto. E' questo è un altro discorso.
Le maschere che si aggiungono e si tolgono a seconda dei diversi ruoli che si desidera interpretare (una volta l'uomo, l'altra volta l'attore, un'altra volta ancora dispensatore di bellissime pagine scritte con sensibilità d'animo e profondità di concetti, e ancora artista e contrario di artista, umile e contrario di umile, una volta sicuro, altre volte sfuggente e persino ireverente, allora io dico che la nostra vita non ci appartiene perchè non riusciremo mai a dare un mixer giusto ed equilibrato di tutte le nostre peculiarità. Le maschere, poi, che Internet ci obbliga a indossare, Mariemarion, Ombra, Luna solitaria, Malemele, Rebbio, Emotioned, L'uomo nel quadro, non sono altro che istentive difese a quella intrusione nella privacy dell'individuo che Internet ha scatenato, anche se poi sappiamo chi è Malemele, chi è Blogoltre, chi è Mariemarion e così via.
Facciamo in modo che non si scivoli nel ridicolo e nell'offesa quando pretendiamo che una maschera sostituisca l'altra vorticosamente, e non ci appelliamo al rispetto se questo rispetto una delle nostre maschere non l'ha saputo dare.
A questo punto è meglio un brutto volto, come quello che sta offrendo di sé Rebbio, piuttosto che una maschera tirata e sorridente ma falsa.
Detta così allora si' che è un bel guaio ragazzo:cambia completamente la prospettiva. A parte il fatto, ribadisco, che per la tua fruizione personale all'interno di un rapporto di coppia devi lottare contro i pregiudizi, per quanto riguarda la situazione ingarbugliata in cui ti trovi è difficile dire qualsiasi cosa.
Perchè ti si dovrebbe dare addosso?:chi non ha peccato scagli la prima pietra e, come ha detto Manilo (libero commento di quella frase lì della carriola e il cane), ognuno di noi ha il suo scheletro nell'armadio. Non ti serve fare la vittima, affronta e sostieni le tue scelte e sii sincero, costi quel che costi, una volta che avrai risolto i dubbi e le confusioni che mi, pare, sono ancora presenti.
Hai ragione Bea. Mi sono presentato nel modo peggiore. Come in un film dove si inizia dalla fine. E magari di questo film a voi non ve ne frega niente.
Sono un vigliacco, non ho il coraggio di essere quello che sono e per questo sto rendendo infelice una ragazza di due anni più grande di me che mi ama non ricambiata, come sarebbe giusto.
Eppure quando esco con lei, quando faccio l'amore con lei mi sento "normale" come tutti gli altri.
Poi magari vado a vomitare in bagno.
Una volta, alle superiori mi innamorai di un mio compagno di classe, glielo feci capire. Lo spaventai così tanto che da quel giorno non mi rivolse più la parola e mi privò del bene, in qual momento, per me più prezioso della sua amicizia. Seppe però mantenere il segreto.
Da allora ho avuto solo storie con delle donne. Tranne una breve parentesi di cui adesso non mi va di parlarne.
Ora qui si parla di matrimonio, e non mi sento di renderla infelice per la vita... sono disperato!
Adesso datemi addosso, che ne ho bisogno.
E seguendo il consiglio di Bea magari non disturberò più.
SGRULP?!
Ve ne siete andati tutti?
Sono sooooolo le tre e cinquanta del mattino, ma che mi lasciate sola?
sigh... nessuno risponde...
sigh... e poi parlano di solidarietà...
sgrulp.
"La felicità spesso ci divide, perché ci rende egoisti, mentre il dolore ci unisce, perché ci rende solidali. Il club del sabato è nato dall’esigenza di smaltire un certo tipo di dolore che è la solitudine, e la gioia nasce dalla capacità di condivisione, che non è facile, non è scontata, mai."
Manilo come al solito bisognerebbe linkarvi tutti da capo a piedi, te e Quadro. E certi tuoi passi stupendi qua sotto li riproprorrò sul blog non appena il signor Edit in persona sarà tornato dall'anima di non so che viaggio nelle lontane Indie, mortacci sua!
Linko questo passo. Faccio il mio mestiere di ufficio stampa qua dentro.
In modo che non sia perduto dai distratti dell'ultima ora ciò che scrivi riguardo alla filosofia del Club del sabato.
Tutto qui.
L'ufficioStampaBlog
Ciao Anna, benvenuta!
Allora, ultime da blogger. NON si apre, non si edita, alleluia! Perciò me ne vado a shinystat a leggere le ultime invenzioni delle parole chiave, quando mi voglio distrarre mi ci faccio un sacco di risate. E trovo un blog sconosciuto che mi legge, sconosciuto a me naturalmente, Seven Wage, credo. Lo apro e... indovinate? stanno parlando di certe generazioni moderne che non hanno le palle per vivere.
Mo', certe cose l'ho dettte pure io ai miei blogger adottivi, ma io sono una donna padre, io può. Se le stesse cose, in maniera peraltro più banale, le sento dire in giro, m'incazzo. E divento la mafia, quella buona, quella di una volta che protegge i suoi cuccioli dalle ingiustizie del piemontesismo.
Perciò gli lascio una ringhiata e me ne vado, anche se riconosco che quel blog è carino e il suo padrone, un certo Fragile, anche lui ha certi momenti di depressione che insomma è uno di noi, lo inviterò al Club prima o poi.
Ho lasciato detto una cosa, e credo di doverla dire anche a te Anna. E cioè:
i bambini, le cosiddette nuove generazioni, da che mondo è mondo non piacciono ai vecchi "che hanno fatto la guerra", che è anche la nostra lotta quotidiana Anna.
Ma qualcuno si sta chiedendo CHI ha allevato questi ragazzi al tutto facile tutto subito tutte le strade spianate tutto il mangiare che scegli e non quello che ti impongo io perché appunto in giro per il mondo c'è la fame e quindi non rompermi i coglioni ché anzi la fame è anche dentro casa tua? Ma li vedi al mercato Anna, i bambini con le "mamme" (dio! sono diventata allergica a questo termine). Che vòi da magnà? no, quello te fa male, lo vòi ir filetto a mamma? Nooooo? guarda che si non magni la carne t'ammazzo! che vòooooi? aspetta: Dariò, che me dai npezzo de pizza per Pupo? che sinnò nme magna gnente... Che vòi? no aspetta Dariò, vo' ir gelato, ecco, quello lì, ecco a mamma, prendi così magni... eccetera eccetera eccetera.
Se voi, signori miei, non conoscete questa orripilante realtà quotidiana che devo dirvi, vuol dire che sono la più sfigata del pianeta. Io me la vedo passare davanti tutti i giorni. Intanto: la mancanza del rispetto. Genitori che NON insegnano il per favore, per cortesia, grazie. Poi... se poco poco mi sento in vena di farmi ammazzare dalle "mamme" e comincio col mio comizio quotidiano... ti senti rispondere: eh signora mia (signora, ammé, sgrunt!) se non glielo dai poi se drogheno, oggi ha visto la tivisione, se ammazzeno puro...
Che fai? ammazzi loro, direbbe io. Ma non li puoi ammazzare tutti. Bisognerebbe ammazzare, scannare, appendere a piazzale Loreto coloro i quali sono i veri responsabili di questa ignoranza dilagante.
E voi sapete a chi mi riferisco, se poco poco mi conoscete.
Sennò fa niente, mi viene il vomito al solo ricordarmi che sono ancora vivi, purtroppo.
E allora, le responsabilità vanno date a chi è responsabile di questo tragico, stradiffuso male di vivere. Perché aggiungere al dolore dei giovani anche il senso di colpa non paga. Si chiuderanno di più, ci odieranno, faremo la guerra tra poveri.
Diciamo ai giovani: sii fiero del tuo sentirti diverso, e lasciamo perdere il cancro e le miniere. Siate fieri di NON essere branco ragazzi miei. Di non fare la corsa all'ostentazione dell'ultimo telefonino gioiello, dell'ultimo dvd che nso manco che è. Siate fieri di questo vostro sentirvi pesci fuor d'acqua e piuttosto chiedete a voi stessi la coerenza con i vostri princìpi, e la solidarietà per chiunque abbia, come voi, il coraggio di lasciarsi additare al pubblico ludibrio.
E non sentitevi soli, leggete i Grandi della Grande Letteratura, loro soffrivano come voi.
Non siamo soli ragazzi, non siete soli.
E il vostro malessere di vivere, lo ripeto, per me è il sintomo benefico di una prossima caduta degli dèi del capitalismo. Credeteci perdìo!
Io sono fiera di voi, oggi soprattutto di te, Rebbio.
bea
Nel tuo primo intervento, Rebbio, hai parlato di male di vivere. Sono le convenzioni che la società stabilisce, l'omologazioni a modelli di comportamento che si vuole riportare alla evoluzione della specie, ai generi masculin e feminin, che ti scatenano il male di vivere. Le nostre scelte ci appartengono e le dobbiamo vivere nel bene e nel male, possibilmente non facendoci travolgere dai giudizi lapidari di chi considera out chi non corrisponde a quei modelli di comportamento.
Mi sembra che il dolore di Marco, l'uomo nel quadro, sia diverso: lì intravedo un male di vivere che, come detto nel mio primo intervento, richiede una "uscita di sicurezza" (Ignazio Silone), un passaggio dall'interiorizzazione alla manifestazione conscia del proprio dolore che solo così può acquietarsi.
Cara emotioned. Avevo appena scritto la risposta al tuo commento ma credo che lo spazio infinito se la sia pappata.
Ad ogni buon conto cerco di ripetere.
Il dolore lo devi ingoiare, triturare, sminuzzare e se non riesci a metabolizzarlo ed eliminarlo lo devi vomitare in uno scontro tra te e lui (scusa la similitudine con il processo digestivo). Parlare, aprirsi con gli altri aiuta, ma è come una seduta dallo psicoterapeuta: una non basta, ne occorrono due, tre e poi ancora dieci e ancora... e intanto passano i mesi, gli anni e ciò che hai dentro continua a rimescolare come in un grande pentolone, dove vecchi dolori e nuove confusioni si muovono incessantemente
E allora il dolore te lo devi mettere di fronte, lo devi combattere a pugni e calci, gli devi dire: "tu non mi sciuperai l'unica occasione che ho di vivere, di essere. Tu ci sei ma io ti combatto. E qualche volta vinco"
Caro Rebbio, il tuo è un dolore che va preso a calci ( per questo dicevo di tenertelo stretto) perchè è un nemico che ha un nome, mostra le sue forze che solo tu puoi contrastare e non ha motivo di rovinarti l'esistenza. Non credere all'illusione che tutti i dolori si somiglino: ha lo stesso peso il dolore di chi sa di avere un cancro, di chi sa che non può sfamare il suo bambino, del vecchio che non ha più il conforto dell'unico figlio? Vorrei che tu mi rispondessi. Va bene, sei gay, ma ciò che cosa toglie al tuo diritto di stare al mondo?
Il tuo è un dolore che può essere preso a calci: non confondere l'impossibilità di guardarti allo specchio con l'omologazione all'unico modello che la cosiddetta societa perbene riconosce. Quello è un falso e neanche d'autore.
Niente Pallone d'Achille, page not found.
E intanto...
"Quand'è nato mio figlio 7 anni fa, la prima cosa che ho pensato è stata che il legame di sangue non esiste.
Io lo guardavo e pensavo "Boh ! strano"."
Sono parole tue Emotioned, l'ho appena trovate qua sotto. Sembrano le parole mie di 34 anni fa quando nacque mia figlia.
Ti sembra facile dirle in giro Emotioned? T'è stato così facile raccontarle, dire in giro che NON siamo le "mamme", quelle che nei film sembrano la felicità in persona?
Non è stato facile Em, perché prima di tutto certe cose bisogna rivelarle a se stesse, se se ne ha il coraggio, e non credo che oltre noi due ce ne siano parecchie in giro di donne a raccontare in maniera così cinica la propria smaternità, io ci volevo scrivere un libro.
Poi bisogna scrollarsi immediatamente il senso di colpa per non riuscire a provare quella "intrinseca, fisiologica felicità" che ti raccontano sulla maternità. Mai provata, non so te.Io facevo mie le parole di Manilo che un giorno linkai: una responsabilità devastante l'avere un figlio...
Poi bisogna cercare di capire, guardando in giro, se si è pazze, anaffettive o cosa. E in giro ci sono maschere che sorridono materne al loro bebè come le madonne di Raffaello. Ci vogliono anni, e la capacità di saper scrutare oltre le maschere, per arrivare a raccontare ciò che ho appena letto Em, e che pensavo io allora.
Anni di un sentirsi diversi in maniera addirittura contronatura, ai miei tempi. Anni di sofferenza per una diversità che non era tale.
Adesso so. Adesso le "mamme" non mi fregano più. Adesso ho scoperto che ho amato più mia figlia io che tutte le mamme del mondo messe insieme. Pur dicendo, al momento della sua nascita: boh...
Evidentemente Em diverso è chi non sta col branco, chi non riesce a fingere, e fingendo ad imporre a se stesso sentimenti che non appartengono a nessuno.
Adesso posso scrivere un trattato sulla smaternità, e di quella smaternità vado fiera perché di ben altro mi sono preoccupata nella vita di mia figlia, che se vuole andare a fare il baro di professione al casinò di Montecarlo vado con lei a far la fame. E ne sono fiera.
Ma quanti anni emotioned, quanti anni e quanto dolore segreto, una quasi vergogna di NON essere come le altre donne, le "mamme" degli alleluia.
Perciò non è facile raccontare in giro il proprio sentirsi diversi rischiando la derisione che è sempre lì ad aspettarti.
Sai Rebbio, sono loro i diversi, loro gli anormali.
Coloro che non riescono a provare per la stirpe umana altro che indifferenza, e per tacitare la propria cattiva coscienza... vivono di dileggio e di derisione.
Oggi posso sputargli addosso, ma trent'anni fa no, non è stato facile.
bea
Felice di rileggervi tutti, a questo appuntamento che sento già come classico.
La mia maschera, mediatrice e filtro, non l’ho scelta ne voluta, me la sono ritrovata, un po’ per colpa e un po’ per tacita imposizione. Non ne sono fiero, non la curo, non la perfeziono; soffro per non poterla togliere, per non esserne capace, per aver consentito la sua imprescindibilità. Non è ignorandola, però, Anna, che ne decretiamo la sua inesistenza. Bisogna avere la capacità di individuarla e l’onestà intellettuale di prenderne coscienza. Ognuno di noi ne ha una, tutti, una o più volte nella vita, abbiamo “chiuso una porta a chiave per far carriola con un cane”. Vorrei strapparla, e mi riempio di lividi il volto, ma è più forte di me, e mi riscopro uomo. Lotto ad armi impari contro me stesso e contro chi rifugge dal dolore semplicemente ignorandolo, come se si potesse. Ho la mia maschera, il mio sudiciume, che riconosco, che vorrei occultare e che mi offende. Ora è pubblico e dichiarato, diffido, però, per istinto di chi si propone limpido e impermeabile ad ogni pecca.
Ho sempre visto la parola "fingere" come qualcosa di negativo. Ma negli ultimi tempi mi sono un po' ricreduta. Fingere potrebbe anche solo voler dire iniziare a simulare tutti quei gesti che ci permettono di essere noi stessi. Fino a farli nostri. Diventare attori della nostra stessa vita e della nostra stessa essenza. Fino a che quei gesti diventeranno spontanei. Fino a che non dovremo piu' fingere, ma fare semplicemente cio' che sentiamo dentro, nel profondo, senza curarci degli altri, di cio' che pensano, di cio' che dicono. Senza curarci persino di quegli stessi schemi mentali in cui siamo cresciuti e che abbiamo fatto nostri fino ad esser diventati soltanto delle "belle" maschere.
Anna, con tutto il rispetto per il dolore di Rebbio e di tante altre persone, vorrei chiederti soltanto una cosa.....
ma il dolore tenuto dentro di sè non è devastante?
Raccontare agli altri il nostro dolore e lasciarlo uscire fuori, non è semplicemente un modo per sentirci meglio?
Ciao ragazzi, le ultime sulla iella.
Blogger non funziona, mio marito e io siamo rimasti fuori della porta di casa con la serratura rotta e i miei collassi, a roma è un inferno di silenzio e calore tropicale, pericoloso andare financo a prendere le sigarette e..
alleluia!
mio nipote Giacomo si è diplomato in ragioneria mecoioni! (scuola privata, naturellment).
E tu Rebbio ci dici che sei gay, sai che ci frega. Qua gay lo siamo tutti, chi per un modo chi per un altro. Vogliamo dire diversi?, come dicono color che sanno? Vogliamo dire che ci unisce, a noi "diversi", gay e non gay, quella cosa che dice Manilo e cioè che a tutti, credo a tutti noi stasera, è sempre o quasi capitato di sentirsi male durante le feste, i festini, gli alleluia, le stappature di champagne, i Capodanno dalle facce FintoAllegre, le tavolate di matrimonio e blablabla. Ricordo che mia figlia ed io ce ne stavamo sempre disparte in un cantuccio. Io perché avevo sempre le lacrime agli occhi a ricordare i miei genitori che non c'erano più, lei perché già da piccola sentiva l'orrore per questa allegria obbligata della quale alla fine abbiamo fatto a meno per sempre. Abbiamo scliccato le feste, insomma. Restano le volte di quando ci si vede perché si ha voglia di vedersi, e magari quella sera che non è una festa si brinda in pizzeria con la birra, e si ride perché ci va, anche ci va sempre di meno.
Metà della mia anima è con Giulio che m'ha appena scritto:
Dal negativo nasce il positivo (Hegel)
Dal letame nascono i fior (De Andrè)
Dalle lacrime nascono i diamanti (Bea)
Be', mettermi insieme a quei due...
Ed è vero. L'altra metà della mia anima è con voi, anzi, peggio. A far la conta il mio pessimismo è superiore a quello cosmico leopardiano, direi che va oltre l'infinito, oltre dio, oltre gli stessi limiti del Pensiero Cosmico.
Ma... credo ai fiori nel fango, non conoscendo quel verso di De Andrè io usavo già questa espressione. E credo che le lacrime possano un giorno trasmutarsi in diamanti per illuminare la blogosfera oscurata già da tempo dagli alleluia e dagli osanna e dalle finto allegrie e dai finto presentarsi dai finto tutto insomma.
Con la morte sempre nel cuore, io credo nel futuro.
Oggi VI presento un NUOVO FINTO, con la morte nel cuore, le campane a morto, mio nipote Giacomo. I miei signori parenti Sinischesi hanno brindato al suo diploma di (sput!) ragioniere!
Un ragazzino che voleva soltanto fare il trapper e andarsene presto a Parigi con la sua ragazzina affà il pazzo di famiglia. No signori miei, adesso lui ha le carte in regola per entrare nel Centro Sperimentale di Cinematografia, ben raccomandato per carità, a fare il finto artista nel puttanaio romano di cinecittà. E magari un giorno farà l'aiuto a Nanni Moretti, mecoioni!
Questo, ragazzi miei, è ciò che intendo per cultura puttana. Qualcosa che non lascia uscire, alla maniera maieutica di Socrate, il talento ma ci ficca dentro a tutta forza le regole del gioco. Tu NON devi viverti la tua vita alla maniera di Bukowski no, tu DEVI instradarti sui binari della "cultura" che ti impongo io genitore. Perché non sia mai che "io genitore" debba un giorno preoccuparmi perché non hai una lira. Oh certo, sarai libero e felice, ma non avrai un soldo in tasca, io questo non posso permettermi di sopportarlo, dovessi restarmi di peso per l'avvenire...E per chi pensasse: beato Giacomo che va al Centro Sperimentale be', non me lo dica a voce alta, per favore, perché allora non ha capito ciò che voglio dire.
Che è talmente doloroso che non riesco neanche a piangere.
E forse non riesco neanche a spiegarlo.
Blogger non funziona e meno male. Così stiamo insieme tra noi.
Vado a leggere Mike, vorrei sapere perché non è d'accordo e su cosa. Poi torno.
Forse mi distraggo un po' e sarò più allegra.
Benvenuto a te Rebbio, non lasciarci soli che lo siamo, almeno io, ancora più di te.
bea
(piesse: nota da ridere. Ho imparato a scrivere quei fottuti sms... non sono più scapace di scrivere un discorso in grazia di dio, mi sembra d'andare sempre di corsa e tutto abbreviato anche qui, grandezza del Progresso, alleluia!).
Riflettendo sugli interventi di Laura e Rebbio, dalla mia memoria è emersa una scena in cui Leoluca Orlando, sindaco di Palermo degli anni della speranza, soleva ripetere un noto detto: “per pagare e morire c’è sempre tempo”. Fermo al prolungarsi della parola, tra un bicchiere di whisky e pugnetto di mandorle tostate, era solito interpretare l’anima della coscienza popolare della sua terra a tre punte. Noi siciliani, è risaputo, siamo caparbi, se ci prefissiamo una meta facciamo di tutto per conquistarla; questo, purtroppo, nel bene e nel male. Sappiamo, però, che c’è un limite insondabile contro il quale è inutile scontrarsi, perché, tra le altre cose abbiamo un alto senso dell’opportunità. Diventiamo fatalisti, per l’esigenza di sopravvivere e di andare oltre, adottiamo una sorta di censura all’imperscrutabile per simulare dinnanzi al destino, che altezzoso e potente così diviene vulnerabile perché gabbato e arriso. Di fronte ad un muro di gomma bisogna “annacarsi”, questo aggiungeva Leoluca, che è l’arte, come ogni buon siciliano sa, del massimo movimento con il minimo spostamento. Siamo attori, Laura, perché dobbiamo frodare financo la mala sorte, dobbiamo essere cinici, Rebbio, per non permettere mai a nessuno di plasmarci a piacimento. Simulare per essere, apparire per non soccombere, è anche questa la vita, tra equivoci e incomprensioni.
Le maschere sono infinite, il volto di chi ha il coraggio di manifestare ciò che si è è solo uno, per ogni essere umano. Rebbio ha avuto questo coraggio e non importa che ci dettagli del suo dolore. L'ipocrisia di chi usa la maschera per spandere illusioni e raccogliere fiori sul suo cammino personalmente la condanno. E detesto anche chi con parole consolatorie tenta di sminuire questo coraggio, un coraggio che è sferzante, duro, disarmante ma vero, dololoroso ma
esemplare. Vai avanti Rebbio, se vuoi coltiva le pagine del tuo diario, ma tieniti stretto il tuo dolore perchè un gesto come quello di stasera l'ha reso limpido e inattaccabile.
Condivido quanto scritto da Manilo a proposito del "dover" apparire, e mi ha colpita l'intervento di Rebbio. Ripensavo ultimamente a com'ero quando avevo 20 anni. Quando contavano piu' le apparenze, che tutto il resto. Quando camminavo per strada facendo svolazzare persino l'aria talmente mi sentivo "figa" in certi momenti. Ripensavo a come gli altri mi guardavano.
E poi mi confrontavo con oggi.
Oggi che ho quasi 35 anni.
Oggi che le apparenze per me non contano piu' un cazzo. Oggi che avrei tutte le carte in regola per continuare a camminare a tre metri da terra e vedere gli altri girarsi a guardarmi.
Oggi che cammino per strada e vorrei essere soltanto invisibile.
Oggi che sono un po' piu' consapevole di come sono fatta dentro, ma questo non mi basta.
Oggi che sono una donna, che ho una mia vita, che ho un figlio bello e intelligente, che ho una casa, una macchina, un "angelo" che mi tiene per mano.
Oggi che non sono felice.
E sai perchè Rebbio?
Perchè non so essere me stessa.
E anch'io come te ho smesso un po' di scrivere.
Perchè era bello farlo, ma alla fine mostrarmi "nuda" è ancora tanto difficile.
Eppure potresti provare a continuare a scrivere ancora... come se parlassi a te stesso.
In fondo chi ti legge che ne sa di te?
E poi non pensi che cio' che potresti scrivere potrebbe essere d'aiuto anche ad altri che vivono le tue stesse emozioni, paure, inibizioni and so on?
Io mi sentivo un po' sola su quel Blog.
Ecco perchè ora ogni tanto vengo qui.
Ma scrivero' ancora.
Aspetto solo l'ispirazione:-)
Manilo è una maschera, è la migliore che mi è stata concessa, un compromesso per la sopravvivenza. Dover apparire ogni dì, dover sempre essere una persona razionale, affidabile, interpretare un ruolo che non sento mio, è un fardello che sminuisce costantemente la stima che ho di me stesso. Appena nati e per pochi anni siamo noi stessi, non abbiamo vincoli, filtri, inibizioni; poi la società – noi stessi, ad effetto boomerang – ci forgia in una sorta di modulazione tra l’essere e l’apparire. Arriva un giorno che qualcuno ci dice che questo è buono e quell’altro e cattivo, che esiste il corretto e lo sconveniente. L’indole si cela sotto il volto visibile ed è l’espressione della nostra essenza, poi c’è un livello più profondo dove il controllo razionale lascia spazio al nostro essere più profondo, spesso incomprensibile a noi stessi. Il tuo dolore, Rebbio, deriva dal rifiuto che la società benpensante ha del tuo modo di essere, e il celarlo amplifica il tuo malessere Ci sono tabù che non si possono violare, cliché non menzionabili, il prezzo è la messa al bando e la vita ai margini. Il tuo dolore, derivante dalla ghettizzazione, è l’ennesimo tentativo del mondo forviato di farti violenza; vivi tranquillo, conscio della tua strada e del tuo volere, qualcuno – la società, noi – ha messo un tarlo nella tua mente, perché stai lottando per uno dei preconcetti più umanamente sensibili: la libera espressione sessuale. Lascia agli altri, anche se inconsapevoli, la vergogna per certi biechi sguardi accusatori, per l’ignoranza, per l’incapacità di comprendere che l’uomo è equivoco per natura. Lascia a quegli insavi il disagio per i loro crimini, perché con le parole e con certi sguardi si può piegare ed uccidere, e a chi ti chiede di che siamo tutti vittime di noi stessi, quindi carnefici.
Beh, Rebbio mi lasci senza parole. Però non penso a delle ritorsioni. E poi perché?
L'unica cosa che vorrei, se te la senti, e che tu ci illustrassi meglio il tuo "dolore".
Capisco il tuo travaglio e lo rispetto. E in un certo senso, anche se sei protetto dall'anonimato, mi fa piacere che BlogOltre- Il Club del Sabato ti abbia aiutato a fare "outing". Ti aspetto.
Sono gay, si frocio come dicono i più acculturati. Rebbio è un frocio.
Ecco adesso Pietro Busalacchi mi toglierà dai suoi link e lo spazio web che mi aveva dato.
Chiedo però a tutti può esistere un dolore più grande che essere qualcosa e dover far finta di non esserlo?
Porca miseria ho impiegato tre mesi a dire sta cosa. E lo faccio qui, scusami Pietro.
Fabbrichiamo ad arte certe definizioni e ci accorgiamo che sono strette. Dolore, gioia, come tutti provo questi sentimenti forti. A volte mi manca l’aria, ogni spazio, fosse il più grande, è soffocante, inadeguato; allora mi soffermo e mi chiedo: è questo il dolore di cui si parla, ed è uguale per tutti? Carpire la felicità è ancora più complesso, e con essa ho sempre avuto un rapporto particolare, una sorta di “sfida a singolar tenzone”. Ricordo un natale lontano, uno tra i tanti, in cui soffrivo per il disagio imposto dall’essere felici. Luci, tavola imbandita, voci frizzanti, lustrini, ma qualcosa non funzionava; avvertivo il bisogno di isolarmi, di ascoltare me stesso, e di meditare. Annotai su di un quaderno le mie sensazioni, non capivo perché bisognava essere felici, in nome di cosa, e per chi. La felicità spesso ci divide, perché ci rende egoisti, mentre il dolore ci unisce, perché ci rende solidali. Il club del sabato è nato dall’esigenza di smaltire un certo tipo di dolore che è la solitudine, e la gioia nasce dalla capacità di condivisione, che non è facile, non è scontata, mai.
Il dolore è quella parte della propria esistenza che permette di guardarsi allo specchi senza per questo sputarsi in faccia ogni volta.
Mi intrometto per la prima volta in questo Club, e saluto tutti. Mi sono piaciute le parole di Elisabetta Mori. Anch'io vivo il mio mal di vivere ma non riesco ad esprimerlo nel mio blog fermo da due mesi nonostante la disponobilità di Pietro ad aiutarmi e di cui per la prima volta lo ringrazio pubblicamente.
Grazie a tutti, comunque mi fate compagnia.
La gioia nasce dal cuore aperto, dagli occhi stupiti, dai sensi svegli, e può esistere anche con la coscienza vigile. La gioia può essere annientata dal nichilismo: prendete un qualsiasi spettacolo naturale: vi si può reagire sorridendo beati o malinconici, ma comunque lasciandosi andare, godendo l'unicità del momento. Oppure gli si può rispondere con il cinismo, con una non-domanda tipo: "E allora? E poi?"
Basta scegliere. In ogni momento può esserci il nero del nulla oppure il madreperla della gioia, solo che alle volte bisogna saperla scovare in qualche anfratto, scoprendo l'essenzialità del reale senza fermarsi alla crosta superficiale, che magari è arrugginita.
Buona giornata a tutti.
Dolore inteso come male di vivere, forse, Giorgio, che spesso viene confuso con egocentrismo perchè chi soffre è concentrato tutto su se stesso per l'impossibilità di trasferire l'ambientazione del suo dramma al di fuori di quel teatro che è il proprio Io. Ed è sommamente diverso dal male di vivere della bellissima poesia di Eugenio MOntale che si duole per il dolore del mondo e che implica una lunga e sofferta accettazione del male interiore per potersi "distaccare" dal proprio egocentrismo e guardare oltre.
EUGENIO MONTALE
Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statuta della sonnolenza
nel meriggio, e la nuvola, e il falco alto elevato.
Montale chiama divina l'INDIFFERENZA, undicesima musa del nostro tempo, la sonnolenza che ci impedisce di proiettarci verso il prossimo, e, per contro, ci induce a coltivare il nostro egocentrismo al di là e al di qua delle finestre che Marco vorrebbe aprire.
Chi o cosa aiuterà Marco affinchè la luce entri?
E' difficile rispondere ed è difficile qualsiasi azione per quel rispetto della autoderminazione del sé che è il principio sacrosanto su cui si fonda la persona.
No.
Non sono daccordo.
Non lo sono così tanto che quel che ti stavo per rispondere da commento, Pietro, m'è diventato un post. Scusate ma era troppo spazio rubato al club, perciò la mia risposta la trovate a mo' di pezza sul Pallone se avrete voglia di passarlo a rotolare.
Baci abbracci e ghirigori a tutto il Club,e ovviamente: buon weekend!
Cacchio, adesso il Club è a tema, complimenti Pietro!
Scusate il ritardo. Mi sono persa in una poesia di Strelnik, a proposito di dolore.
Ragazzi, quale che sia la vostra posizione sul tema, qualcosa si sta muovendo.
Io l'ho definito neoEsistenzialismo, un malessere diffuso che ha radici profonde, orribili e ben avviluppate nell'incultura degli ultimi trent'anni. Ma rimando la dolorosa quaestio a domani, adesso ho il mio lavoro, il più importante, ricordare ai miei boh lettori che c'è il Club del sabato.
E alle quattro di un mattino tranquillo lo faccio con estrema gioia.
Grazie ancora Pietro.
E tu Manilo dove sei?
E gli altri? Ciao Lauretta, noi sempre il sabato vero? Neanche c'è più bisogno che ci mandiamo mail, ormai sappiamo di ritrovarci qui, che gioia.
Ah, dimenticavo, quell'"io, io, io" di Quadro che apparentemente sembrerebbe un egocentrico, un egoista o non so che è assente giustificato. E' andato nel Trentino a far respirare suo nonno molto ammalato.
Tanto per la cronaca, e per il mio senso di giustizia.
Prima di parlare direi che bisognerebbe conoscere cosa c'è back stage.
Una lotta continua, sempre.
A più tardi o a domani.
Ciao a tutti.
UnaDonnaPerAmico
luomonelquadro, non ne abbia a male,è in un quadro clinico. "Quel dolore che non è affatto mai troppo banale" per me non ti tiene "appeso ad un esile filo di barbarie" ma ti parla con l'unica voce che hai in quel momento per farti sentire e comprendere dove sei. Cosa sei o come sei poi lo puoi trovare anche con la gioia. Se quest'ultima scaturisse solo dalla finzione, allora c'è molto ego da destrutturare: la spontaneità, l'intimità vera sono sommesrse da quintali di IO.IO..IO...Io sono quello che scrivo; quello che faccio, quello che...Ma è proprio così?
Intanto, buongiorno a tutti! E buon week, anche se siamo solo a venerdi. Ho letto questo post, è bellissimo.
Io il dolore l'ho conosciuto da vicino, intenso, lacerante, oppure subdolo, sotto forma di paure, timori.
Mamma mia, quanto ho sofferto. La mia vita è costellata di dolori. La perdita di mio padre nel '91, la malattia lunga e terribile di mia madre, la sua morte che resterà dentro di me come un flash impresso nell'anima, senza lasciarmi scampo.
Ci sono cose che si vorrebbero dimenticare, ma non puoi e ti cambiano la vita.
E poi i dolori minori, ma sempre intensi, per Amore.
L'abbandono, il rifiuto dell'uomo che Ami, le delusioni degli omuncoli comuni, in cui ti rifugi per "essere amata almeno un po'", e poi quel dolore che ti macera l'anima, misto a terrore: cosa faro' del mio futuro, ora che sono sola al mondo e che ho i debiti da pagare?
Dolore, quando chiedi aiuto e ti voltano le spalle, quando hai paura di rispondere al telefono, perchè non sai che dire. Dolore, quando vedi gli altri che se ne fottono di te e spendono 70 milioni per rifare un cesso ( giuro che è successo) e tu per molto meno, pensi che non potrai mai uscirne, rifarti una vita, un futuro.
Dolori , tanti, intensi tutti.
Ora va meglio, proprio gioia non è che ne provi, ma comincio ad avere la consapevolezza che le cose possono migliorare. Che quella famosa finestra, puo' aprirsi appena, per guardar fuori e vedere se c'è qualcosa che mi piace...
Scusate, ho fatto un post nel post...sono la solita logorroica!
Vi amo, perchè a farmi sentire meno i miei dolri, ci siete voi in prima linea!
A presto!
Anche a me ha colpito proprio questa frase. E mi viene in mente che "finzione" significa, prima di tutto, "dare forma", "creare", in un senso tutto materiale, che, però, implica la funzione immaginativa. Ecco perchè Marco dirà dopo che scrivere lo fa "uscire dalla linea", da un'ossessione senza forma. Certo, la scrittura "finisce" il suo oggetto, lo ri-finisce (e sfinisce l'autore) ma è plastica ed è finzione nel senso più nobile e primario: lo scritto ti sta di fronte, come una statua. Come uno specchio. Con un specchio Perseo (i Greci la sapevano lunghissima) ha sconfitto la Gorgone, ovvero la lucida consapevolezza di morire, quella che paralizza.
"La gioia invece nasce dalla finzione".
Questa frase mi sembra la chiave di volta del tutto.
Il dolore di Marco nasce dalla consapevolezza. Ed è dura confrontarsi con lei.