AAA Scrittore Offresi
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di Mauro Covacich
[da GQ di Giugno 2003]
Martedì.
Il taxi mi scarica in via Siracusa 136, davanti al quartier generale della Mondadori romana. Chiedo la ricevuta (ho già un bell'ammasso di ricevute in tasca) e salgo all'ufficio stampa. La ragazza che segue il mio romanzo si chiama Costanza. Mi dà la stampata degli appuntamenti e intanto mi ripete a voce i più importanti: "Alle undici hai una diretta con Radio Deejay, poi devi andare da quelli di Rtl, all'una hai l'intervista di Alain Elkann, poi ti aspettano quelli di Inn a Villa Borghese, nel pomeriggio devi andare a RadioTre da quelli di Fahrenheit, poi sto aspettando la conferma di Marzullo". No, Marzullo no, ti prego. Passerò due giorni così a Roma. E questo è solo l'inizio.
Dopo partirà il tour vero e proprio. Uno scrive un romanzo e si aspetterebbe che la sua fatica fosse finita lì. Lo dicono anche, no?, sui giornali: "Ha appena concluso la sua ultima fatica letteraria". E invece la fatica vera comincia dopo. Il tuo editore, soprattutto se è un grosso editore, diciamo un colosso dell'industria editoriale, prende la carta geografica dell'Italia, una manciata di bandierine e fissa i punti che tu dovrai raggiungere nei prossimi due mesi. Treno, macchina, aereo. Due mesi di "incontri con l'autore". Un tunnel di presentazioni nel quale a volte hai davvero l'impressione che ti abbiano pagato per venderlo e non per scriverlo, quel maledetto libro. Per carità, la promozione ha anche i suoi lati positivi - vedi i lettori in faccia, sorbisci una quantità impressionante di salatini e spumanti, vendi qualche copia - ma l'impressione che stai facendo il mestiere di qualcun altro è sempre con te. E il mestiere a cui pensi è più spesso quello del commesso viaggiatore che quello della rock-star.
Com'è che se chiama questo?", ha chesto il tecnico alla conduttrice di Tele Salute per scrivere il mio nome in sovraimpressione. E lei, dopo avergli fatto lo spelling: "Scrivece sotto scrittore, me raccommano".
Mercoledì.
Maria Donata mi viene a prendere in Piazza Maggiore alle cinque e mezzo. A Bologna sono stato invitato da giovani teatranti, Compagnia degli Scalpellini si chiamano. Hanno una sala in via Nosadella. Recitano Testori. Arriviamo in largo anticipo. Ci sono fotocopie formato A3 con la copertina del mio romanzo appiccicate qua e là. Il posto è parecchio appartato e di una desolazione che toglie il fiato. Fa sempre un brutto effetto la sala vuota, prima dell'incontro. E meglio non vederla. Per fortuna un giornalista del mensile Corriere mi chiede se possiamo appartarci un attimo per un'intervista. Scappiamo in un bar. Essendo che il protagonista di A perdifiato è un ex maratoneta professionista, questa volta, oltre ai soliti giornali, mi avvicinano anche le testate sportive. lo ogni volta spiego che non si tratta di un romanzo sportivo, che la corsa, là dentro, semmai è una fuga, ma insomma, mi diverto. Mezz'ora dopo rientro dagli Scalpellini tutto titubante, e invece, sorpresa, c'è un sacco di gente. Conto ottantadue seduti (uno dei tic, alle presentazioni, è contare le persone intanto che il presentatore parla). Conduce Franco Palmieri, attore, il quale apre l'incontro con un incoraggiante: "Io il libro non l'ho ancora letto, ma ve ne parlerà lui". Per fortuna in sala qualcuno l'ha letto. Una ragazza a metà incontro mi chiede perchè l'ho fatto finire come l'ho fatto finire e svela a tutti i presenti il finale. Vedo la libraia, dietro il banchetto in fondo, che ha negli occhi il mio stesso impulso suicida. E invece ci sbagliamo: alla fine firmo almeno una ventina di copie. La ragazza si ferma a mangiare la pizza e la perdono. Franco Palmieri mi porta in macchina fino a Mestre perchè ho perso l'Eurostar e perdono pure lui. Bologna, un successone.
Venerdì.
Sono a Pordenone. Io sono triestino ma vivo ormai da anni a Pordenone, quindi gioco in casa. Verrò presentato da due splendide ragazze, Sara Moranduzzo e Valentina Gasparet, a Palazzo Montereale-Mantica, roba del Settecento, non so se mi spiego. Verrà il sindaco, il deputato locale, assessori a iosa... praticamente uno scrittore di regime. Solo che all'ultimo momento si viene a sapere che D'Alema, in visita ufficiale per il Friuli, parlerà alla mia stessa ora in Fiera. Considerando che questa sera, a Pordenone, ci sarà anche Lella Costa (tra l'altro, ha cambiato le sue date pochi giorni fa), la Camera di Commercio, la Biblioteca Civica e gli altri organizzatori del mio superevento entrano nel panico. Pordenone non è Bologna. Non è che capitino tutti i giorni simili sovrapposizioni. Come se non bastasse, il giornale che state leggendo mi ha messo alle calcagna l'insuperabile Maki Galimberti, così ogni mio cedimento di mandibola è accompagnato da uno scatto della Canon. Alle nove passa la paura: la sala è gremita come non l'avevo mai vista, wow. Nell'assembramento per le dediche una ragazza davvero carina mi chiede: "Perchè hai scelto di far perdere Maura? Mi hai fatto soffrire tantissimo". Per me Maura è la vincente del romanzo, e poi la ragazza avrebbe dovuto farmi la domanda dalla platea, non lì mentre qualcuno in coda già comincia a mugugnare. Penso a quel "mi hai fatto soffrire tantissimo". In situazioni come questa, un famoso scrittore che conosco aggiunge il numero di telefono sotto la firma e dice: "Mi chiami, sarò lieto di risponderle con calma, magari davanti a un buon cherry". Madonna, quanto sono un dilettante.
Sabato.
Feltrinelli di Ferrara. Sedie vuote! Secondo il libraio la gente aspetta solo che io e Roberto Ferrucci, presentatore d'eccezione, ci mettiamo dietro il banchetto, e poi verrà. Noi, perplessi, ubbidiamo. Sembriamo quelli che fanno assaggiare il caffè nei supermercati. Ma attenzione, arriva un vecchio elegante e si siede. Arriva un'amica di Ferrucci e si siede. Cazzo, pubblico! Poi magicamente cinque clienti, lentissimi, sgranati, si degnano di aggiungersi. Ferrucci comincia: "Questa è la storia di sette splendide diciottenni ungheresi".
Cristo, non sembra la presentazione di un romanzo, questo al massimo è uno Speaker's Corner. Domani sarò à Feltre. Dovrebbe essere una domenica abbastanza facile. Ma già intravedo la lunga teoria di cerchietti rossi delle prossime settimane sul mio calendario mentale. Dopo Ferrara e Feltre, mi aspettano la Fnac di Verona, la Minerva di Trieste, la biblioteca di Volpago del Montello, e poi Udine, Milano, Torino, Genova, e cene con l'autore e colazioni con l'autore e un sacco di altre cose dove, in teoria, l'autore sarei io, e farò bene a convincermene, a provare un po' di training autogeno come le mie sette wonderbabies, perche altrimenti saltare dentro tutti questi cerchietti infuocati non sarà una cosa facile. E io vorrei arrivare in fondo al numero, con la criniera non troppo bruciacchiata.
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