22.07.03
Paolo Borsellino: per non dimenticare
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Con tre giorni di ritardo, in memoria del giudice Paolo Borsellino e dei suoi uomini di scorta.
"Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento...Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno".
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"Non chiuderti Partito tra le tue stanze, ma resta vicino ai ragazzi di strada".
Ricordi il film I cento passi Manilo?
Be', vorrei sapere cosa fa la Sinistra nella Sicilia del dopo Falcone e Borsellino.
Io vorrei proprio che qualcuno me lo dicesse.
da tener presente:
http://www.cuntrastamu.org
Paolo Borsellino quel giorno era a Casa Professa, la sigaretta tra le dita si consumava da sola, poi ancora un’altra, senza, fine, senza motivo. Era già sera, alle ultime luci tutti ci eravamo mossi dalle scalinate verso l’atrio. La sua fronte grondava sudore, che di tanto in tanto asciugava senza prestarvi attenzione, era un gesto automatico, senza ragione, quella ragione che da due mesi a quella parte stentava a trovare in ogni cosa. Antonino Caponnetto era accanto, teneva in mano dei fogli che non deponeva mai sul tavolo, li arrotolava e a tratti ne sbirciava il contenuto. Esausti, scossi e poco partecipi, ogni domanda avrà generato un sussulto al loro interno; ripetevano entrambi che erano li per i giovani, per quelle generazioni che non dovevano demordere.
Paolo era in combutta contro il tempo, non dormiva più, perché i giorni si assottigliavano, e ne era cosciente. Era una belva impazzita dal dolore, non aveva più pace da quando aveva visto consumarsi la tragedia, quella vera, tra il salotto del ministro di grazia e giustizia e una scrivania in noce del capo della polizia. La deflagrazione di Capaci era stato un duro colpo, mai, però, come la sensazione del tradimento che in quelle stanze vide consumare.
Antonino, tremante, aveva detto alle telecamere “basta, oramai è finita”, e si trovava in quel momento tra un nugolo di giovani che doveva spingere a combattere. Era più pallido del solito, tra una parola e l’altra lasciava qualche pausa, e a volte sembrava dovesse rimettere, non so se per un malessere fisico o per la consapevolezza di un’opportuna bugia mal celata.
Oggi che la vita li ha spazzati via, e non importa se per tritolo, per malattia o per gli inganni, rimane il vuoto lancinante per una Sicilia appena redenta e già al giro di boa per un malessere che, a quanto pare, non avrà mai fine.