Un dialogo lungo quarant'anni
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di Simonetta Fiori
[da la Repubblica di oggi]
Si conobbero alla Normale e il loro legame è durato rafforzato dalle avversità e nutrito dalle divergenze.
"La comunicazione tra noi è rapida: come i matti che si scambiano i numeri delle barzellette e ridono. La sua battaglia contro il terrorismo di sinistra risale a un periodo in cui Lotta Continua esisteva ancora."
È arrivato il Sofruccio, venite». Dentro la stanza della Scuola Normale gli studenti più anziani si accalcavano gettando sacchi d´acqua addosso a una matricola appena arrivata. «Questa è la prima immagine che ho di Adriano: issato su un armadio, tutto fradicio, l´aria spavalda, lo sguardo fiero e furioso». Carlo Ginzburg è come assorto nel ricordo, tra lunghi silenzi, lo sguardo che corre altrove, a Pisa, anno 1960. «Per tutti era il fratello minore di Gianni Sofri, che l´aveva preceduto in Normale. Quel soprannome, Sofrino e Sofruccio, svanì quasi subito. Per motivi che lì per lì non capii bene Adriano mi fece pensare ai personaggi di Cuore: al muratorino muso di lepre, più tardi a Garrone. La nostra amicizia cominciò così».
Carlo ed Adriano, ventuno e diciotto anni. Nel loro legame, rafforzato dalle avversità, nutrito dalle divergenze, si avverte qualcosa di quella lontana amicizia tra adolescenti. Perché Cuore? «Credo che oggi siano pochi a leggerlo. Uno dei libri su cui s´è costruita l´Italia unita, con qualche tratto di retorica patriottarda e monarchica. La lettura serissima e derisoria che ne faceva Polo Poli anni fa era irresistibile. Ma De Amicis era un vero scrittore. I suoi personaggi incarnano, in modo un po´ plateale, grandi virtù come la generosità, il coraggio. Avrei scoperto solo più tardi che la madre di Adriano era una maestra, di origine triestina. Il padre un sottufficiale di marina, di origine pugliese. Due persone molto legate tra loro, molto diverse tra loro. Dalla madre Adriano deve aver imparato il senso di valori assoluti come la solidarietà. Dal padre l´ironia, la lievità, la capacità di stabilire immediatamente rapporti con le persone più diverse. Qualità, quest´ultima, che per timidezza o altro, credo di non possedere».
Differenti il carattere, lo sfondo famigliare, il destino: Ginzburg storico di prestigio internazionale, Sofri commentatore autorevole dal fondo del carcere. Li unisce un codice privato, che affiora quando Ginzburg interrompe le sue pause con scoppi di risa inattesi, misteriosi. «La comunicazione tra noi è rapidissima: come i matti che si scambiano i numeri delle barzellette e ridono. Adriano è convinto che io non capisca niente del mondo perché non ho la televisione. Di recente, in carcere, mi ha accolto con aria ironica: "Tu, vero, continui a non avere...", disegnando nell´aria la forma dello schermo, come se parlasse a un selvaggio». Comune la "grammatica morale", identico il vocabolario interiore, per cui «quando parliamo d´una persona ci scatta lo stesso aggettivo». Una grammatica nutrita dai romanzi russi dell´Ottocento: Dostoevskij, Tolstoj. «Abbiamo fatto le stesse letture, nella medesima stagione della vita. Se uno di noi dice Nastasja Filippovna o Myskin, è come se parlasse di persone di famiglia. La natura d´un rapporto è condizionata dal momento in cui si forma. Noi ci siamo conosciuti nella prima giovinezza, prima del coinvolgimento nella vita pubblica: molto al di qua della "linea d´ombra"».
Anni di formazione. «Soltanto a Pisa, e con gran ritardo, diventai consapevole del privilegio legato alla mia origine famigliare. Mio padre Leone, mia madre Natalia, mio nonno Giuseppe Levi. Paradossalmente, ma non tanto, questo riconoscimento tardivo avveniva in un ambiente come la Normale, socialmente misto. Più tardi lessi Les Heritiers di Bourdieu e Passeron, in cui si dimostrava che la scuola può far poco per correggere la diseguaglianza famigliare». E la comunicazione con Adriano? «Mah, penso che la diversità delle nostre origini sia una delle tante che alimentano l´amicizia. Devo dire che non ci penso mai». E l´atteggiamento di Adriano nei confronti di sua madre? «E´ possibile che all´inizio fosse un po´ intimidito. Si volevano molto bene».
Nelle stanze della Normale non solo seminari su Nietzsche, ma anche un clima tra scherzoso e grottesco, "un po´ sul genere di Giamburrasca". «Faceva proprio pensare a un collegio, compresa la promiscuità con i professori. Delio Cantimori si fermava a pranzo e a dormire. C´era Augusto Campana, grandissimo erudito, che aveva molto affetto per Adriano. E fuori dalla Normale c´era Sebastiano Timpanaro, che in quegli anni ha abitato a Pisa. Adriano ha scritto su di lui dicendo che lo considera un maestro, l´unico che abbia avuto. Io di maestri invece ne ho avuti molti: un´altra differenza tra noi, come mi ha fatto notare una volta Adriano. Penso che da Timpanaro abbiamo imparato in parte cose simili, anche se qualcosa di lui mi è arrivato soprattutto attraverso Adriano. Timpanaro, grande studioso di Leopardi, si definiva ironicamente materialista volgare (né storico né dialettico). Nella sua lettura di Leopardi metteva l´accento sulla finitezza del destino umano: la vecchiaia, la malattia, la morte. Non ci sono redenzioni né consolazioni possibili. Questa esortazione a guardare in faccia la realtà per quella che è, senza infingimenti, ha lasciato in me - così come in Adriano, penso - una traccia incancellabile. Ma solo molto più tardi - Adriano scherza ogni tanto su questa mia lentezza - mi resi conto dell´importanza decisiva del rapporto tra gli esseri umani e la natura, tra gli esseri umani e gli altri animali. Adriano aveva capito da tempo che qualcosa nel nostro rapporto con la natura s´era incrinato in maniera irrimediabile. Cominciò, mi pare, parlando di una malattia che aveva colpito i cipressi, su cui ritornava continuamente, in un modo che a me pareva un po´ ossessivo. Una volta, nel 1988 credo, venne a Bologna a parlare di ecologia. Andai ad ascoltarlo. Quando cominciarono le domande, io citai malignamente Parini, la Vergine cuccia: "Or le sovviene il giorno, / ahi fero giorno, allor che la sua bella / Vergine cuccia de le Grazie alunna...". Uno scherzo demagogico, il mio: gli rinfacciavo di parlare di alberi minacciati e di animali maltrattati, dimenticandosi della lotta di classe. Qualche tempo dopo andai a trovarlo nella sua casa di Tavernuzze, vicino a Firenze. La sua vicenda giudiziaria era cominciata; doveva passare al commissariato dell´Impruneta per una firma. Lo accompagnai. Mentre camminavamo gli indicai i cipressi sopra le nostre teste, sogghignando: "Stanno morendo, eh?". I cipressi non sono ancora morti, per fortuna, ma oggi so che aveva ragione lui».
Quando Sofri cominciò a occuparsi di politica, Ginzburg aveva già lasciato Pisa. «Ci siamo persi di vista per sei anni, dal 1963 al 1969. Ogni tanto mi arrivavano notizie di lui da amici comuni. Quando lo rividi a Roma, era un leader riconosciuto: aveva (e ostentava) una grande sicurezza, dava giudizi sferzanti su tutto e tutti. Anche su di me, naturalmente. Ci davamo torto su molte cose; io non condividevo alcune campagne di Lotta Continua. Ma a questo punto il dissenso era diventato un elemento centrale della nostra amicizia». Due percorsi ormai distanti, «io chiuso nei miei studi, lui confitto negli eventi pubblici», nella politica come culmine e inveramento della vita. «Ma naturalmente gli eventi pubblici toccavano anche me, e in qualche modo anche i miei studi. Non sono mai stato un militante, cosa che ho avvertito a lungo con un senso di colpa, ma non penso di essermi sottratto alla sconfitta storica che ha colpito una parte della mia generazione».
Ginzburg soppesa le parole, la cautela di studioso tenta di sovrapporsi all´impulso emotivo dell´amico. «Con gli anni Adriano è cambiato profondamente. Non so se potrei dire lo stesso di me; mi piacerebbe poter dire di sì. Mi viene in mente il signor K nei Dialoghi di profughi di Brecht: qualcuno incontrandolo gli disse "Lei è sempre uguale"; il signor K trasalì. Adriano ha imparato molto dalle cose che sono successe. La sua battaglia contro il terrorismo di sinistra risale a un periodo in cui Lotta Continua esisteva ancora: più di dieci anni prima che cominciasse la vicenda giudiziaria che l´ha portato in prigione. Via via, per una sorta di misterioso chimismo morale, la sua spavalderia si è trasformata in qualcosa d´altro: l´assunzione dolorosa d´una responsabilità generazionale. Adriano ha guardato in faccia la realtà, non ha cercato elementi consolatori. Alla fine, accusato di un delitto che non aveva commesso - un delitto che ha provocato dolori incancellabili - non s´è sottratto alla condanna ingiusta che lo colpiva. Non ha fatto come Lord Jim, non ha abbandonato la nave».
La vita di Adriano ora gli appare divisa in due parti: «La seconda è stata una lunga riflessione sulla prima. Ciò che divide le due parti non è la vicenda giudiziaria, ma la sconfitta politica». Senza questo dialogo, che dura da quarant´anni, «la mia vita e anche il mio lavoro sarebbero stati profondamente diversi». Un momento simbolico? Ricorda un viaggio in treno lungo la penisola, «un accelerato che risaliva lentissimo», loro due soli in uno scompartimento.
«Parlammo di tutto, del mio lavoro, del mugnaio Menocchio e dei benandanti, del rapporto tra arte e storia, della mia famiglia, della mia psicoanalisi mancata. Due o tre volte Adriano prese qualche rapido appunto. Voleva ricavarne un´intervista che uscì su Lotta Continua; era il 1982. Quando la lessi mi parve che Adriano fosse riuscito a restituire il timbro della mia voce, le pause, il ritmo interiore. Una memoria, un orecchio straordinari, certo. Ma soprattutto, capisco, ora, una capacità di ascolto che è poi capacità di ascoltarsi. La vita interiore, erroneamente associata a una sorta di soliloquio, è fatta di un dialogo ininterrotto con se stessi. Certo, ci si può mettere a tacere molto facilmente. Ad Adriano non succede».
Quando la condanna di Sofri divenne esecutiva, ci fu una grande manifestazione nella piazza dei Cavalieri, davanti alla Normale. «Pensavo che lì l´avevo conosciuto, lì eravamo diventati amici». Ogni tanto, molto di rado, riesce ad andarlo a trovare. «Continuiamo a discutere, a darci torto. Tanto il conflitto quanto l´ammirazione mi paiono inseparabili dall´amicizia, anche se talvolta esagero in entrambi. Ma non credo che il mio giudizio su Adriano sia deformato dal saperlo chiuso in prigione ingiustamente. A lui penso, molto semplicemente, come alla persona migliore della mia generazione».
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