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L´astuto incantatore che sembra un eroe mediatico dei nostri tempi
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di Franco Cordero

[ da la Repubblica di oggi]

I miei rapporti con Savonarola cominciano 21 anni fa, quando sul banco d´un rivendugliolo scovo i due vecchi libri nei quali Pasquale Villari raccoglieva importanti materiali. Poi scorro l´untuosa Vita ridolfesca. I fondali intravisti valgono la pena d´uno scandaglio, tanto più che stanno uscendo gli Opera omnia. Presto racimolo tutto il reperibile, partendo da J. Schnitzer, Quellen und Forschungen. Appena posso, m´immergo restandovi 4 anni 1/2: fatica ingrata, perché l´uomo irradia antipatia, ma sullo scenario psico-politico-religioso sfilano fenomeni straordinari; il modo migliore d´intenderli è seguirlo quotidianamente dall´autunno 1494 alla primavera 1498, incrociando sermoni, opere, opuscoli, lettere, diari, cronache, memorie, Vite (da prendere con le molle quando le scrivono i devoti, alias piagnoni).

Così scrivo un Savonarola (Laterza, 4 voll., 1985-88, pagg. 2423).
La famiglia viene da Padova. Michele, doctor medicinae, arriva a Ferrara già vecchio, archiatra estense. Cresce alla sua scuola il nipote Girolamo, nato giovedì 21 settembre 1452. Guardiamolo nello pseudo-Burlamacchi, agiografo cinquecentesco: statura esigua, pelo rosso, fronte rugosa, occhi glauchi da basilisco, sopracciglia folte, naso a becco, viso pieno; il labbro inferiore grosso conferisce «gran venustà al (...) santo volto», ma è figura piuttosto repellente nella testa dipinta da fra´ Bartolomeo, dove spira tutto fuorché «aria mansueta»; «portamento retto, grave, constante et feroce».
L´avversione acuisce lo sguardo. Luigi Guicciardini tramanda una meticolosa scheda segnaletica: «piccolo», «macilento», «pelosissimo», saturnino, «melancolico»; «carnagione livida et bruna», «petto et spalle larghe», «collo corto et grosso (...) alquanto da un lato pendente»; voluminosa anche la testa a pigna; occhi «piccoli, profondi, oscuri», troppo vicini; «guardatura ferma, cauta et acuta»; labbra gonfie; «voce altiera et risonante»; gran naso aquilino; «moto efficace» ossia gesti teatrali; parlata lenta. Gli viene tardi la vocazione, nel 25 anno: era e rimane misantropo, iroso, splenico; componeva fiacche canzoni apocalittiche; nella prosa familiare usa una scabra lingua padana. Dopo 4 anni bolognesi torna nella città natale, dove ne passa 3, indi 5 a Firenze: lettore biblico, insegna anche discipline profane, philosophia naturalis et moralis, assai bene; modesto esordio dal pulpito; e almanaccando possibili sermoni, scopre «7 ragioni» d´un «flagello» incombente sulla Chiesa.
Ripassa a Bologna. Nel secondo e conclusivo ciclo fiorentino, dal 1490, è il partner dominante d´un trio: l´adora Domenico Buonvicini, energumeno dalla mente corta («presuntuoso et bestiale», secondo l´emissario milanese Paolo Somenzi); già emulo, pare sottomesso Silvestro Maruffi, sonnambulo, dotato d´una memoria automatica che poi svanisce, garrulo, pettegolo, intrigante, suo factotum, un querulo Martin Bormann senza le fosche abilità del segretario d´Hitler. Stavolta prende piede: letture en plein air sull´Apocalisse piacciono talmente che, a richiesta generale, le continua dal pulpito; e diventa priore. Nel quaresimale 1492 racconta cose future tolte dal Vecchio Testamento. Che neghi l´assoluzione al Magnifico morente, 8 aprile 1492, è una delle tante favole piagnone.
L´erede Piero vale pochissimo: bravo atleta del pallone, gioca allo statista e perde tutto schierandosi contro Carlo VIII en route verso Napoli; nel vuoto d´uno Stato da rifondare erompe fra´ Girolamo. Voleva l´autonomia dalla provincia lombarda: l´ha ottenuta; ormai regna nel convento, pio terrorista. Ad esempio, spaventa i confratelli raccontando che 25 degli ultimi 28 defunti siano all´inferno. «Voglio rivelare uno secreto», annuncia dal pulpito domenica 23 novembre 1494: era in bilico «el conte Gioanni» Pico della Mirandola (morto lunedì 17, mentre sfilano i francesi); non avendo preso l´abito domenicano, rischiava l´eterno fuoco; «dicovi che l´anima sua è nel purgatorio», salvata da misteriose intercessioni. Sa tutto dell´aldilà e v´influisce. Figurava nell´ambasciata al re, sul cui trionfo giura. Caduto Piero, irrompono oligarchi da preda. Ogni parvenu ha titolo: le posizioni economiche sono inscindibili dalla fortuna politica; gli uffici arricchiscono e i ricchi politicamente inerti decadono; i perdenti o meno integrati subiscono confische, multe, imposte, taglie, "accatti" (prestiti coatti).
Sofisticati formalismi mascherano metodi brutali. Tra domenica 30 novembre e mercoledì, attraverso messinscene assembleari 5 magnati combinano un sistema oligarchico. Venti "accoppiatori" designeranno i governi bimestrali (8 priori e un gonfaloniere) fino al dicembre 1495: depositari del potere; e sarebbe diversa la storia dei 40 mesi seguenti se Paolantonio Soderini non finisse nei Dieci, collegio senza potere. L´ha giocato Piero Capponi. Pagheranno caro l´imbroglio, tutti: l´escluso passa ai popolari, patrocinando un «governo largo»; e chiama al ballo fra´ Girolamo.
Aveva cambiato chiave già martedì 11 novembre, dal nero apocalittico a imminenti meraviglie: purché gli ubbidisca, Firenze è epicentro del nuovo mondo; Carlo VIII esegue missioni divine; manca poco alla conversione dei turchi; e la rinascita spirituale produrrà affari opulenti. «Orsù chiudi l´arca». Eccolo mediatore tra Firenze e Dio: hanno degli automatismi le gesta divine; l´unico che li conosca è lui. La sua forza sta nell´audience, 13 o 14 mila ascoltatori (Luca Landucci, autore d´un diario). Chiamato alla ribalta come mass-medium d´un gruppo notabilare, l´occupa tutta. Nasce un Consiglio pletorico: organo legislativo e controlla le cariche designando i titolari con un meccanismo elettorale a due gradi (Signorìa esclusa, finché durino gli accoppiatori); include più o meno 2300 persone, quanti sono i cittadini con 29 anni compiuti, netti da pendenze fiscali, i cui padri, nonni o bisnonni risultino eletti almeno una volta a uno «de´ tre maggiori» (Signoria, Dodici Buonuomini, Gonfalonieri delle Compagnie). Nei sermoni pulsa razzismo dell´anima. La città era «in tre parti divisa»: una «infedele» tout court; una «credeva e non credeva»; infine, «i tiepidi», famiglia abominevole.
L´aggettivo viene dall´Apocalisse, 2.14, dove Iddio detta sette lettere agli angeli d´altrettante chiese: l´ultimo (Laodicea) non è caldo né freddo; «siccome sei tiepido, ti vomiterò». Da qualche tempo atei ed esitanti aprono gli occhi, mentre i tiepidi, affetti da «natura inconvertibile», resteranno tali (giovedì 18 dicembre).
Domenica 28 dicembre indica l´unico possibile monarca fiorentino, Gesù Cristo, e non simbolicamente: comanda «in virga ferrea»; governo forte ma essendo lontano e invisibile il re, qualcuno deve trasmettere gli ordini; Israele li riceveva da Samuele, Firenze ha fra´ Girolamo. Vuol fondare un regime teo-egocratico. Domenica 18 gennaio 1495 lo chiamano a Palazzo affinché spieghi l´asserita missione. Lontano dal pubblico, vale meno: «l´esperientia chiarirebbe tutto, imperoché capiteremo male se il consiglio suo non seguitassimo»; e «ne´ panni ristrettosi, partì» a spalle chine (la fonte è Piero Parenti). Quarantott´ore dopo agita l´argomento dal pulpito. Lunedì 16 marzo scopre le carte: «orsù fiorentini», concludano «questa lega con Cristo»; e chi sarà l´ambasciatore?; «Signore, perdonami s´io sono presuntuoso». In capo a 3 giorni stravince nel Consiglio su due questioni capitali: amnistia ai fautori del vecchio regime, omicidio escluso; e appello contro le condanne a pene corporali o pecuniarie, oltre i 300 ducati, emesse dalla Signoria (sono richiesti i due terzi, le cosiddette 6 fave nere) o dagli Otto. Mercoledì 1 aprile riferisce sulla visita alla Madonna: gli abiti, il viaggio, l´udienza, i decreti; e il pubblico devoto beve (divertissement allegorico, commentano i moderni agiografi). La spedizione su Napoli sovverte gli equilibri: Impero, Venezia, Milano, Genova, Roma, Spagna, stipulano una lega; ma lui scommette sui gigli, compromettendovi la Madonna. «Figliuol mio», gli aveva confidato, chi gode delle sciagure fiorentine piangerebbe sapendo cosa l´aspetta. Stare dalla parte francese è requisito del futuro glorioso: «promettevalo assolutamente», annota Landucci; «e la maggior parte del popolo gli credeva» (1 aprile). Domenica 3 maggio ripete le cabale, sicurissimo: non è matto e al momento risolutivo sarà lì a renderne conto; «tu che non credi imbiancherai» dallo spavento; «in persona d´Iddio», dà vittoriosa Firenze anche contro l´intero mondo. Gli empi domandano quanti miracoli vanti: «guarda Giovanni Battista, avvocato tuo»; non ne faceva nemmeno lui (martedì 19).
Ormai sono mosse coatte: «questa gratia l´ho in mano» (9 giugno): vede nel futuro, dispone dell´apparato celeste, commina castighi; chiunque resista è adepto del diavolo. Arriva un breve 21 luglio da Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia: sapendo quanto lavori nella vigna del Signore, vuol sentirlo sulle cose rivelategli da Dio; venga appena può. Volentieri, risponde, se non fosse impedito dalla salute malferma; e deve guardarsi da una canaglia diabolica cospirante «nunc veneno nunc gladio»; non muove passo senza scorta.
A settembre quel forsennato fra´ Domenico lancia una pubblica sfida, prefigurante l´episodio finale: «vengano fuori li adversarii et contradicenti»; i savonaroliani proveranno con dei miracoli «le loro positioni essere vere». Idiota impetuoso, ventila due ordalie: aperta una tomba, gli antagonisti interpellino dei cadaveri sepolti da 40 anni e vincerà chi ottiene risposta; oppure passino nel fuoco sulla piazza, primo il domenicano. «Queste parole», commenta Parenti, «molto a ciascuno da pensare dettono». L´8 settembre interloquisce ancora Roma: forse ha i nervi scossi dalla «italicarum rerum commutatio»; spaccia cattivi dogmi; s´afferma mandato da Dio; sostiene che, se lui mente, sia bugiardo anche «Iesus crucifixus»; predica, gesticola, scrive, pubblica, inquina; convocato, non viene. Se ne occupi fra´ Sebastiano Maggi, vicario lombardo. A titolo cautelare Sua Santità vieta prediche e insegnamento pubblico. Idem nel terzo breve 16 ottobre, meno duro nella forma: rinvii il viaggio finché possa affrontarlo; resta sospeso «ab omni praedicatione» pubblica o «ad conventicula».
Fra´ Girolamo era un ordigno vocale e i veti romani l´hanno rotto. Gran lavorìo diplomatico. Gl´interessati presuppongono una revoca tacita dei brevi.
L´11 febbraio 1496 i Signori deliberano unanimi, 9 fave nere: tenga il quaresimale; gliel´ordinano sub poena indignationis. Martedì grasso, 16, sfilano a migliaia «i fanciulli», una gioventù del Frate inquadrata dal solito Domenico, cantando laudi; scandisce i passi lo slogan «viva Cristo e la Vergine Maria, nostra regina». Dopo 114 giorni d´afasia l´indomani riappare nel Duomo, dove un´impalcatura ad anfiteatro moltiplica lo spazio. Déjà ouï, annota ancora Parenti: ha ripetuto le predizioni; «il quando non determinava, ma che noi degni non eravamo intenderlo». La prova dell´investitura profetica è che tanti gli credano: fiorivano usura, lussuria, bestemmia, moda femminile disonesta, giochi, sodomia; e poiché la sua parola ha epurato i fiorentini, «bisogna (...) ch´ella sia vera». No, finge che obiettino: se li pungolasse soltanto alla virtù, nessuno protesterebbe; il fatto è che semina disordine politico arrogandosi autorità profetica. Argomento piuttosto forte, nemmeno scalfito dalla replica: sono incompatibili falso profeta e «buono uomo»; appena fosse smentito dai fatti, «biastemmerebbono Iddio che avessi lasciato tale uomo sulla terra» (domenica 7 marzo). Pubblico enorme, 14 o 15 mila teste: «la maggior parte lo tiene profeta» (Landucci, 8 marzo); fungono da claque i fanciulli; e conta sul popolo minuto; altrimenti non sfiderebbe le autorità romane, sollecitate dagli antagonisti locali. Sin d´ora dichiara invalide eventuali condanne ecclesiastiche (14 marzo).
Perché vogliono ucciderlo?, domanda martedì 15 in posa falso-mansueta; e l´indomani avverte i persecutori: «polizze suggellate» contengono i nomi.
Machiavelli lo definisce «versuto», un termine preso dalla nomenclatura del «dolus malus», applicabile alla furbizia subdola e losca. Micromiracolo domenica 20 marzo, era afono e ritrova la voce. Ogni tanto vilipeso, Sua Santità lascia correre (nello stemma borgesco figura un bue, animale paziente). Dalle chiose al sermone 23 maggio, ciclo Ruth e Michea, trapelano meccanismi teatrali: «il populo venne in tante lacrime e fervore, che ognuno» gridava «misericordia»; grido dissonante dall´epilogo erotico-mistico; e benedetta la massa, «il Padre partissi». «Veggo mostri» dappertutto (domenica 19 giugno).
Nella Quaresima 1497 predica su Ezechiele. Il rombo d´acque con cui i quattro animali della visione battono le ali, gl´ispira una digressione: tale l´effetto delle preghiere; quando più gole lodano Iddio, «ci sono sempre li angeli»; nell´ultimo Carnevale volavano bassi prestando man forte ai fanciulli perquisitori (adempiono mansioni poliziesche); e chi ha affondato le navi imperiali davanti a Livorno?; «credo fussino li angeli». Sta visibilmente calando. Sabato 11 marzo: gli pende sulla testa una scomunica, dicono, ma lo dicevano anche l´anno scorso e non è capitato niente; finirà male chi vi metta mano. «Prego Dio che (...) venga presto»: «manderemo fuora una voce» come quella che risuscita Lazzaro; rammentino le carte sigillate. Non teme Roma e sa chi soffia nelle trame romane, un reggicoda dei potenti (fra´ Mariano Della Barba, campione agostiniano d´eloquenza chic, suo vecchio antagonista); Iddio l´aveva già punito; «avvisalo» che, se persiste, subirà l´«estremo» castigo (morte e inferno). «Oh Signore, perché me l´hai fatto dire?»: «non volevo»; «guardatevi, figliuoli miei, dall´ira divina». Eventuali scomuniche sono «una pappolata», visto che predica solo cose buone. Infine, due battute incompatibili: invoca il martirio e assicura vittorie; Dio «manderà lo adiutorio».
Nel giorno dell´Ascensione, 4 maggio, sfida l´opinione ostile nel Duomo: «cum arrogantia sputò parole significatorie», segnala Paolo Somenzi; «sono pur qua et predico a dispecto de chi non voleria»; qualche dissidente batte sui banchi; i piagnoni estraggono croci rosse; panico e fuga; «Dio voglia che la cosa se aqueti, perché porta pericolo»; non esistono più opinioni neutrali; Freund-Feind, «tu sei amico del Frate, io inimico». La scomunica arriva nella forma d´un breve alla Signoria 12 maggio (su presumibile consiglio fratesco i Dieci volevano bloccare l´intera corrispondenza romana): chiese e varie famiglie conventuali la pubblicano domenica 19 giugno; in pari data esce una sua lettera aperta. Precariamente raccoglieva voti dai palleschi (stemma mediceo), detti anche "bigi" perché sono poco visibili. Nella canicola d´agosto, invelenita da un´epidemia, il partito della Madonna se li aliena con due atti truculenti: illegale condanna a morte dei 5 rei d´avere cospirato; ed esecuzione immediata, sebbene siano appellanti. S´è moralmente affossato, commenta Machiavelli: l´appello dalle sei fave era un suo chiodo fisso; quella giustizia sanguinaria «gli tornava a proposito»; tacendo scopre «l´animo (...) ambizioso e partigiano».
A Natale canta in pubblico tre messe «con dispiacimento non piccolo de´ suoi divoti» (Iacopo Nardi). Nell´ottava dell´Epifania guida un pio baccanale a San Marco. L´afasia durava da 252 giorni. Domenica 11 febbraio 1498, riappare nel Duomo, accolto dal Te Deum: predica sull´Esodo, o meglio sulla sua questione personale; «tutto quello ha predicto succederà senza manco» (Somenzi al Moro); ha meno pubblico; «non vi andavo», scrive Landucci; e l´audience scema ancora. Domenica 25 annuncia una finta ordalia: martedì grasso provocherà Dio stando coram populo col Santissimo in mano; lo fulmini; se no, vuol dire che lui ha ragione (con questo trucco da fiera Benito Mussolini sbaraglia Alfredo Tagliatela, pastore evangelico romano, Losanna, 25 marzo 1904: chiede un orologio al pubblico e sfida Padre Eterno; se esiste, lo folgori entro 10 minuti). Dura 30 minuti l´»experientia». Più tardi, rogo delle vanità, processione, ballo dei frati. Mercoledì trasloca il quaresimale nel convento. Non vengono più quelli che gridavano «misericordia!» o stanno muti. «Avemo a sommergere Faraone», 14 marzo. L´indomani vanta terribili risorse taumaturgiche (446 anni dopo diventano le armi segrete con cui Joseph Goebbels, ministro nazista della propaganda, illude le teste deboli): quanto più strepita, tanto meno incanta; la Signoria lo diffida. «Sappiate che 'l Signore è fortemente irato», avverte domenica 18, ultimo sermone.
Nelle 5 lettere ai sovrani, non spedite, s´impegna a dei miracoli e chiede un concilio. Ormai è coatto ai «supernaturalia signa». Fra´ Domenico raccoglie una futile sfida al fuoco dal minorita Francesco. I due conventi stipulano lo iudicium Dei da consumare sabato mattina: il francescano non sogna nemmeno d´entrare nelle fiamme; fra´ Domenico vi salterebbe ma lui non vuole, sapendo quanto profondamente dorma Dio; e ancora meno ottimisti sono i quadri piagnoni secolari. In lucida mala fede gioca l´ultima partita: vuol spaventare l´avversario; spera una vittoria da forfait, senza mettere dito nel fuoco.
«Hanno a essere miracoli oggi in piazza», proclama alla messa mattutina. Le donne stiano lì in preghiera. Appuntamento nella tarda mattinata: i suoi marciano fieri come avessero già vinto, ma i preliminari non finiscono mai; infinita disputa procedurale, prima e dopo un temporale, finché l´ordalia va a monte nel disgusto universale. Alle donne racconta d´avere vinto. Gli restasse un barlume d´intùito, sparirebbe subito, tanto prevedibili sono gli eventi.
Assalita l´indomani, Santa Croce capitola nella notte. Così finisce l´avventura pubblica savonaroliana, ignobilmente. Nella prigionia appare diverso, assai migliore: ratificando la confessione davanti a sei confratelli, 19 aprile, chiede preghiere, affinché Iddio non l´abbandoni «al tutto»; gli aveva «subtratto lo spirito» (Bartolomeo Redditi). Muore impiccato con Silvestro e Domenico mercoledì mattina 23 maggio.

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Commenti

"...pagg.2423"?!?!? eccheè?? manco l'Ulysses di Joyce... :-D

Posted by: giorgia at 19.08.03 21:48

Ho visto il libro in libreria. Non l'ho preso perché i libri su Berlusconi mi fanno stare troppo male...

Posted by: Pietro B. at 19.08.03 21:37

Pietro, Franco Cordero è anche l'autore del libro "Le strane regole del Signor B" (indovina un po' chi è il signor B?) un libro di 266 pag edito da Garzanti, in cui il famoso giurista, ordinario di procedura penale a Roma, offre la visione della giustizia da parte del signor B. che periodicamente la modifica, come dire, ad usum delphini.

Posted by: elisabetta at 19.08.03 20:32
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