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Quando i vecchi smettono di sognare
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di Adriano Sofri

[da la Republica di oggi]

In Francia, dove si è arrivati alle dimissioni nella sanità, hanno chiamato epidemia la morte dei vecchi per la calura. Miriam Mafai ha ricordato l´antica idea che la vecchiaia stessa sia una malattia. Ecco che d´un tratto la longevità si mostra nella canicola col volto opposto: sembrava il cuore del progresso, era un´epidemia di vecchiaia.
C´è una canzone di Jacques Brel che si intitola "I vecchi". Adesso la trascrivo nella mia traduzione, di cui dovete diffidare, non solo per il mio mediocre francese, ma perché la ricordo a memoria e non saprei, sui due piedi, procurarmene il testo. Potrete farlo voi, e magari ascoltarla, la canzone, che è molto bella.

"I vecchi non parlano più
oppure solo, a volte, dal fondo degli occhi,
anche ricchi, sono poveri
non hanno più illusioni
hanno un solo cuore per due.
Da loro, c´è un odore di pulito, di antica lavanda:
anche a vivere a Parigi
si vive tutti in provincia
quando si vive troppo a lungo.
Ed è per aver troppo riso che la loro voce si incrina
quando parlano di ieri
è per aver troppo pianto
che le lacrime imperlano le loro palpebre.
E se tremano un po´
è di veder invecchiare
la pendola d´argento
che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che dice: Io vi aspetto.
I vecchi non sognano più
il loro libro è chiuso
il loro piano è muto.
Il gatto di casa è morto
il moscato della domenica
non li fa più cantare.
I vecchi non si muovono più
i loro gesti hanno troppe rughe
il loro mondo è troppo piccolo
dal letto alla finestra
poi dal letto alla poltrona
poi dal letto al letto.
E se escono ancora
l´uno a braccetto dell´altra
nei loro vestiti rigidi
è per seguire al sole
il funerale di uno più vecchio
il funerale di una più brutta.
Il tempo di un singhiozzo
e dimenticare per un´ora
la pendola d´argento
che ronza nel salone
che dice sì che dice no
che dice che li aspetta.
i vecchi non muoiono
si addormentano un giorno
e dormono troppo a lungo
si tengono la mano, hanno paura di perdersi
e tuttavia si perdono.
E l´altro resta là
il migliore o il peggiore
il dolce o il severo
- questo non importa,
quello dei due che resta
si ritrova all´inferno.
Lo vedrete forse, la vedrete qualche volta
nella pioggia e nel dolore
attraversarvi la strada, scusandosi magari
di non essere più lontano
e fuggire davanti a voi un´ultima volta
la pendola d´argento
che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che poi dice loro: Io ti aspetto.
Che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che poi dice che ci aspetta
".

Ho dunque trascritto la canzone per il gran parlare che si fa dei vecchi nella smodata canicola di quest´anno, e il gran morire che i vecchi fanno, specialmente in Francia, ma anche in Italia. Cifre controverse, perché è vero che muoiono, ma secondo alcuni è per il caldo, secondo altri di vecchiaia. Il caldo è una concausa, ha dichiarato un´impiegata di qualche sanità - chissà quanti anni ha - e Mafai ha obiettato asciuttamente che i vecchi muoiono sempre di qualche concausa. Ma non è di questo che voglio parlare, né del rapporto fra allungamento della vita e tropicalizzazione del clima: questione interessante, ma non me ne intendo. È un fatto che finché un´estate assomiglia alla precedente si può far conto che tocchi ai singoli o alle famiglie di procurarsi un po´ di fresco; ma quando un´estate tropicale succede a un´estate temperata, l´affare deve passare di mano. Voglio parlare piuttosto del modo in cui la siccità estiva ha fatto emergere, come certe reliquie dal fondo dei laghi artificiali prosciugati, la solitudine e la debolezza di tanti vecchi. Strano contrasto, in una società così longeva, e anche abbastanza gerontocratica. È vero che i modelli di questa società restano buffamente giovanilisti e salutisti, e che la stessa parola: "vecchio", suona come una maleducata indiscrezione. Ma è vero anche che si sta in fila, come nella canzone di Brel, e la pendola ronza nel salotto comune, e fra un funerale o due o tre toccherà a noi.
Mi sono detto che la sommersione di tanti vecchi soli e deboli nel paesaggio pubblico deve avere a che fare con la presenza ingente di persone di età autorevoli e ascoltate. I vecchi che hanno voce e autorità, se non potere, in ogni campo della vita sociale -nell´economia, nelle istituzioni, nella chiesa, nei media - sono assai più distanti dalla moltitudine anonima dei propri coetanei di quanto avvenga per ogni altra fascia di età. Tendono a parlare di sé e per sé, non dei vecchi né da vecchi. Spesso la loro voce vale a dissimularne la vecchiezza. I vecchi soli e deboli e chiusi in casa - dal letto alla finestra, dal letto alla poltrona, dal letto al letto - non hanno nei loro coetanei importanti dei portavoce. Niente di cattivo o di avaro in questo: al contrario. Persone che vogliono restare persone, e che se ne sono meritata, o procurata, l´occasione.
E mentre pensavo a questo, ho dovuto chiedermi che cosa farei io stesso, e, dopotutto, che cosa faccio già. Mi sono procurato un odore di lavanda per la mia cella. Leggo della soglia di 65 anni oltre la quale interviene l´allarme sanitario. Dopotutto ho ancora quattro estati, prima di rinunciare all´ora d´aria meridiana in agosto... Sono ancora idratato quanto basta. Quando mi ammetterò vecchio, e parlerò da vecchio? E se lo faccio già, è per uno scrupolo cordiale, o per qualche civetteria elusiva? Non mi avventuro nella risposta, perché bisogna guardarsi dagli abusi della ipocrisia, e ancora di più dagli abusi della sincerità. Resto al quadro generale. Che vedo così: con un certo numero - non piccolo, e crescente - di grandi vecchi che tengono il proprio posto pubblico con intelligenza, saggezza, autonomia e vanità (e chissà quanta fatica dissimulata); e un vasto numero di vecchi invisibili, reclusi in appartamenti di grandi città, spesso costretti a letto, moltitudine in ombra d´una generazione che aspetta. Di un ronzio che ci aspetta.

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