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L'iracheno che amava l'occidente
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di Enrico Franceschini

[da la Repubblica di oggi]

Un padre economista una madre sociologa architetto con un futuro da scrittore. Durante la guerra ha tenuto un diario dall´Iraq che ha conquistato l´attenzione dei media mondiali Ecco il suo racconto fra paura e speranza.


Salam Pax esiste. L´autore del misterioso «diario da Bagdad», che prima, durante e dopo la guerra in Iraq ha invaso il pianeta attraverso Internet, è ora seduto davanti a me nel salottino di una casa editrice, a Bloomsbury. Appurato che è un giovane uomo in carne ed ossa, non una figura virtuale, si fanno altre due scoperte. La prima: è davvero iracheno. La seconda: risiede effettivamente a Bagdad. Entrambe le cose sembravano impossibili, a chi nei mesi scorsi ha seguito la sua saga. Come poteva un iracheno qualunque compilare quotidianamente un «blog», abbreviazione di «web log» (diario in rete), in cui derideva Saddam Hussein e forniva la sua personale versione del conflitto, senza che la spietata polizia del regime intervenisse? E in secondo luogo, come poteva disquisire di David Bowie e del film Matrix, dell´umorismo del settimanale New Yorker e dei romanzi di Salman Rushdie, senza mai muoversi da una città «chiusa» e sotto assedio come Bagdad?

I dubbi sulla sua identità non hanno ostacolato l´imprevedibile successo dell´iniziativa. Il «diario da Bagdad» ha rapidamente conquistato l´attenzione del Net, da questo è rimbalzato sui giornali di mezzo mondo, e adesso è diventato un libro, The Bagdad Blog, appena uscito in Gran Bretagna e in corso di traduzione in una dozzina di paesi (in Italia lo pubblicherà la Sperling & Kupfer tra qualche giorno). Un recensore inglese lo descrive come «l´Anna Frank della guerra in Iraq», il che suona inappropriato, esagerato. E´ stato però l´unico iracheno capace di far sentire autonomamente la propria voce all´Occidente, mentre intorno a lui cadevano le bombe e crollava il regime. Una voce, per di più, che consente di nutrire qualche speranza sul futuro dell´Iraq.
Salam Pax, cominciamo dal suo nome: da dove viene?
«Salam è il mio vero nome di battesimo, che com´è noto significa "pace" in arabo. Un giorno ho appreso che il mio nome in latino si dice "pax", e quando ho cominciato a tenere il diario su Internet mi è parso uno pseudonimo perfetto».

Perché un diario su Internet?
«I blog non li ho inventati io. Quando mi ci sono imbattuto, navigando in rete, li ho trovati stupefacenti. Secondo me, su Internet non c´è niente di meglio. Sono una nuova forma di comunicazione e di espressione. Puoi raccontare tutto di te, a tutti, per tutto il tempo che vuoi, su tutti gli argomenti».

Non c´è una dose di voyeurismo nell´interesse suscitato da questi diari?
«Certamente sì, e anche di esibizionismo. Diciamo che sono due nuove forme di perversione».

Non è strano che la polizia di Saddam non le abbia dato la caccia?
«Forse me l´ha data. Bisogna ricordare che Internet è sbarcato in Iraq non più di quattro anni fa. Il regime si è sforzato di irregimentarlo, controllarlo. Ma i suoi controllori non erano espertissimi. Credo che fossimo molto più bravi noi utenti a imbrogliarli. E´ stato come un gioco del gatto con i topi. Loro chiudevano una strada, noi ne escogitavamo un´altra per passare e muoverci liberamente nel Net».

Non ha mai avuto paura di venire beccato?
«Eccome. Una volta mio padre sentì un reportage alla radio della Bbc in cui si parlava delle feroci critiche a Saddam Hussein apparse in un presunto diario da Bagdad. La Bbc affermava che l´autore era un architetto. Io sono laureato in architettura. "Non sarai mica tu?", mi chiese. Negai. Ma intanto sudavo freddo».

Allora perché ha insistito?
«E´ stato un rischio calcolato, un calcolo sulla stupidità dei miei avversari. E poi ero diventato prigioniero di Salam Pax, non riuscivo più a frenarlo. Aveva il sopravvento su di me. Io sono timido, chiuso. Nel diario divento coraggioso ed estroverso».

Com´è la sua famiglia?
«Mio padre è un economista, lavorava al ministero del petrolio, mia madre è laureata in sociologia. Il papà da giovane era comunista, ha avuto qualche guaio a causa di questo. Sono cresciuto in una casa di intellettuali liberi, piena di libri. Mio padre è sunnita, mia madre sciita, entrambi sono laici e così sono venuto su ateo, con una profonda diffidenza per il fanatismo religioso».

Gli iracheni cosa pensano veramente di Saddam?
«All´inizio, negli anni Sessanta, non credo che ne pensassero male. Erano orgogliosi di questo leader che cercava di imitare Nasser. L´orgoglio nazionalista ha resistito anche durante la guerra contro l´Iran. Ma è crollato con l´invasione del Kuwait e con la prima guerra del Golfo. Durante l´embargo, la gente normale soffriva e vedeva la cricca del regime spassarsela lo stesso alla grande. Il mito di Saddam è andato in crisi. Alla fine la maggioranza non vedeva l´ora di liberarsi di lui».

Allora la guerra voluta da Bush junior è stata un bene?
«Sapevamo che serviva un intervento esterno per abbattere Saddam. Ma vedere il proprio paese bombardato, occupato da un esercito straniero, non fa piacere a nessuno. Specialmente non fa piacere a un musulmano, un arabo, molti dei quali sono stati educati a considerare l´America come il diavolo. Si fatica, perciò, ad accettarla nei panni del liberatore. Anche perché prima, durante e dopo l´invasione, l´America ha sciupato innumerevoli occasioni per farsi benvolere da noi iracheni. Col tempo, tuttavia, spero che tutto si aggiusti».

E´ ottimista?
«Sono realista. Il caos di questi giorni è inevitabile. Per trent´anni gli iracheni non erano autorizzati a parlare. Adesso lo sono, e si sentono solo le voci di chi urla, dei più fanatici o estremisti. Ma sono una minoranza. La maggior parte degli iracheni sono gente tranquilla, che continua a parlare di politica sottovoce, perché così ci siamo abituati per due o tre generazioni. Un giorno questa gente tranquilla riuscirà a esprimersi, a far valere le proprie opinioni. Perciò spero che il mio paese non diventi come il Libano della guerra civile. Il Kurdistan iracheno è già un posto quasi normale, può diventarlo anche tutto l´Iraq».

Dove ha imparato l´inglese?
«A scuola, e poi a Vienna, dove ho studiato architettura per quattro anni».
E´ lì che ha imparato a conoscere David Bowie e la cultura occidentale?
«Un poco. Ma non c´è da meravigliarsi se un iracheno conosce Bowie, la musica, i film, i romanzi del vostro mondo. Intanto, a Bagdad i film di Hollywood sono sempre arrivati in videocassette pirata ancora prima che uscissero nei cinema americani. E inoltre nell´era del Net, dell´informazione globale, neanche una dittatura riesce a imporre una censura totale. Mtv si intrufola dappertutto. Chi vuole veramente sapere, sa».

Che gliene pare di Londra?
«E´ la prima volta che ci vengo, non ho visto molto. E´ più pulita e ha strade meno strette di quel che mi aspettavo, anche se ero ingenuo a credere che fosse ancora la stessa di Dickens. Più di tutto mi ha impressionato la moltitudine di razze: vedi uomini di ogni colore, cultura e religione. E´ un magico miscuglio, il cocktail etnico da cui possono nascere fenomeni come Zadie Smith o Salman Rushdie. Occidente più Oriente, e il risultato è più della somma delle due parti».

Ha voglia di entrare a far parte di questo crogiuolo di razze?
«No. Fra una settimana torno a Bagdad. Il mio futuro è lì».

Un futuro come scrittore?
«Come architetto, mi auguro. L´Iraq è tutto da ricostruire, dopo la guerra. Vorrei contribuire alla sua rinascita».

Perché continua a usare lo pseudonimo? Non le farebbe piacere che i suoi compatrioti sapessero chi è il famoso Salam Pax?
«No, mi spaventerebbe. L´Iraq non è ancora un paese libero, tantomeno democratico. Nel mio diario attacco Saddam, il suo partito, l´integralismo islamico. Un sacco di gente potrebbe dare fastidio a me, o alla mia famiglia. Meglio conservare ancora un po´ l´anonimato».

E il blog? Il diario su Internet?
«Quello andrà avanti, finché c´è la voglia di scriverlo. Ho raccontato le difficoltà della vita sotto Saddam e sotto le bombe, ora temo che la vita continuerà a essere difficile per un pezzo: forse è questo che mi spinge a tenere un diario in pubblico, il bisogno di comunicare all´esterno il disagio, la sofferenza, miei e del mio popolo. Quando vivere in Iraq sarà più facile, più normale, allora potrò sospendere il mio blog e limitarmi a leggere quelli degli altri. Ma è un giorno ancora molto, molto lontano».


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