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Caso Sofri Show
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di Enrico Deaglio

[da diario del 25/7/2003]


"... per riprendere, forse, se nessun avvenimento esterno turberà i delicati equilibri, verso la metà di settembre.
Per quella data il mio amico Adriano avrà fatto un altro po’ di segnetti sulla celletta, ma anche Carlo Azeglio Ciampi avrà pensato su quanto di galera possano puzzare le auguste stanze del Quirinale. Sarebbe buffo che toccasse a Sofri far uscire Ciampi di galera.
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Quando Adriano Sofri venne arrestato, a fine luglio del 1988, se non sbaglio era in carica un governo Andreotti, non il suo ultimo comunque. Andreotti tutto pensava tranne che un giorno sarebbe stato condannato per omicidio e prescritto per mafia. Era quindici anni fa. Stavo giusto facendo i conti l’altro giorno.

Lotta Continua, movimento politico di cui avevo fatto parte, era stata sciolta da dodici anni dopo appena un anno di vita come partito. Un record: un pomposo congresso di fondazione nel 1975 (presente Edgardo Enriquez in rappresentanza del Mir cileno, messaggio di saluto di Francesco De Martino, segretario del Psi italiano) e uno sfilacciato psicodrammatico congresso di scioglimento nel 1976: si era infatti scoperto che dei diecimila militanti di Lc nessuno aveva più voglia di restare insieme. Le donne sostennero che noi maschi eravamo particolarmente stupidi; gli operai si lamentarono di non essere più al centro dell’attenzione; un sacco di bergamaschi proponeva di passare alla lotta armata. In più, avevamo appena perso le elezioni. Così ce ne andammo ognuno per conto suo, alla spicciolata. Ma siccome eravamo ancora giovani e arroganti, voltammo questo fallimento in un grande successo e per un sacco di tempo andammo in giro dicendo: «Negli anni Settanta, solo due gruppi hanno avuto il coraggio di sciogliersi: i Beatles e Lotta Continua».
Quando Adriano fu arrestato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi (maggio 1972) la vicenda apparve come il classico colpo di coda. Storia vecchia, in un Paese cambiato.
Quindici anni dopo, ovvero oggi, estate del 2003, il caso del leader di Lotta Continua in carcere continua a essere invece un gioco di società, cinico come i tempi richiedono. Se fossi un produttore televisivo, depositerei il format e avrei successo. Lo chiamerei, semplicemente, Caso Sofri Show e lo manderei in onda ogni sera, seconda serata. Adriano in carcere che parla dei libri che ha letto e fuori, due squadre che discutono se è giusto che sia lì, etcetera. Conduttori a rotazione, bipartisan. Tutti dentro: Crepet, Palombelli, porporati, Floriana.
Propongo un primo elenco dei possibili temi del programma: Sofri è cambiato. Sofri è antipatico. Sofri è arrogante. Sofri è un privilegiato. Sofri è un intellettuale. Sofri è un santo. Sofri e la lobby di Lotta Continua. Il professor Sofri e l’operaio Marino. Sofri è pacifista? Sofri è guerrafondaio? Perché Sofri andò a Sarajevo? Perché Sofri andò in Cecenia? Perché Sofri sta per Israele? Che cosa pensa Sofri del tentativo di separazione delle gemelle iraniane rispetto alla teologia islamica? Senta, Sofri: farebbe il testimonial di un abbigliamento casual per pagare le spese processuali? Sofri, ci dica: le viene ancora duro?

IL DETENUTO CHE SALVÒ LA DEMOCRAZIA IN ITALIA. Per chi, come me, è amico di Adriano esiste la categoria della sofferenza. Questa aumenta quando leggo i giornali e l’unica cosa che potrebbe alleviarla è vederlo uscire dalla galera. Ma questa è una cosa personale.
Per il resto, in generale, non vi sembra che si possa applicare nei suoi confronti la categoria del «grottesco»?
Nei giorni scorsi in Italia siamo arrivati al punto che il capo dello Stato si è detto favorevole alla grazia, il presidente del Consiglio pure, ma il ministro di Giustizia non vuole consegnare le pratiche indispensabili affinché il Presidente apponga la sua firma. Trattiamo, ha detto questo ministro: dateci la devolution, dateci degli altri prigionieri, dateci dei soldi, dateci qualcosa. Interessante, hanno detto gli opinionisti. Dovremmo andare verso una grande amnistia, verso una grande pacificazione, verso una grande revisione storica, verso un grande ripensamento di chi siamo, di chi siamo stati. Dobbiamo parlare di tutto: del terrorismo, di tangentopoli, del giustizialismo, del pentitismo, della mafia (quanti poveretti in galera), del muro di Berlino, delle liste Mitrokin, di Telekom Serbia. Dobbiamo parlare di federalismo, di separazione delle carriere, del ritorno del proporzionale, del conflitto di interessi, del riassetto del digitale, della privacy, dell’Europa, degli alpini in Afghanistan.

Sarebbe bello. Ma, in realtà, chi si oppone a che tutto questo processo venga avviato? Semplice: Adriano Sofri. Se solo chiedesse la grazia, ha scritto qualche giorno fa La Stampa, «forse lui sarebbe già libero, e la democrazia più viva e comprensibile». Mica male, per un condannato definitivo per omicidio: basterebbe una sua parola, una firmetta, un suo piccolo atto di umiltà, per riportare la democrazia in Italia. Ma che ingrato, ‘sto Sofri. Sempre stato antipatico, sempre stato di cattivo carattere. Proprio adesso che potremmo diventare un Paese democratico, lui si oppone per non perdere il privilegio di starsene in panciolle nella sua cella di Pisa. A spese del contribuente, come direbbe il Castelli.
Forse La Stampa ha ragione, ma ha solo anticipato i tempi. Facciamo passare un’altra decina d’anni – di democrazia sempre meno viva e sempre meno comprensibile – e troveremo un settantenne con i capelli bianchi in grado di avere buone e sagge parole per tutti a cui appoggiarci per ricostruire tutto quello di cui sopra, quella bella massa di incomprensioni. È già successo in un Paese lontano con un detenuto, per giunta negro.

È un gioco, che si fa sulla pelle di chi non può giocare. Sadico. Maramaldeggiante. Divertente. Deve divertirsi anche lui. E se un giorno non si divertisse più, che si impicchi. Come fanno i «poveri cristi».
All’interno delle regole di questo gioco vorrei ricordare due o tre cose.
La prima è che Adriano Sofri a me non è mai stato antipatico. Anzi, mi è simpaticissimo e siamo amici da trent’anni.
La seconda è che in quindici anni di vicenda processuale, io non ricordo contro di lui che una sola accusa: aver dato un «mandato di uccidere» il commissario Luigi Calabresi in un colloquio senza testimoni della durata di circa quaranta secondi a Leonardo Marino ai margini di un pubblico comizio in un giorno a Pisa che Marino ricorda normale, ma che in realtà venne funestato da una tempesta. Se qualche giurista mi potesse far presente di una persona condannata a 22 anni sulla base di un’accusa simile (in Italia, ma anche in Iraq o in Birmania) me lo faccia sapere.
Il tema, in realtà, non è molto trattato; la «sentenza Sofri» non ha fatto giurisprudenza e nessuno ha il coraggio di insegnarla in un’aula di Legge. Anche tra i colpevolisti è passata l’ala del tempo. Quindici anni fa, all’indomani dell’arresto di Sofri, incontrai l’onorevole Luciano Violante che mi disse che la procura di Milano era sicura della colpevolezza e che aveva una «prova non ostensibile». Gli domandai se sapesse qual era e mi rispose che non lo sapeva. Leggo oggi che Violante non ha cambiato idea («Sofri è colpevole»), ma che è favorevole alla grazia. Che cosa sia una prova non ostensibile non l’ho capito ancora.

Vennero un sacco di processi, probabilmente il più lungo iter giudiziario della storia dell’Italia repubblicana.
Condannato, assolto, condannato, rivisto, condannato. Vennero mobilitazioni, digiuni, appelli e raccolte di firme.
Alla fine, poco tempo fa, il presidente della Repubblica si è convinto che i tempi sono maturi per rendere la libertà ad Adriano Sofri, detenuto da oltre sette anni nel carcere don Bosco di Pisa. Era tutto pronto. Bastava che il ministro di Giustizia consegnasse al Quirinale la pratica in oggetto, come peraltro sarebbe suo dovere. Ma il ministro ha detto che non la consegna, comunicando il suo pensiero attraverso il quotidiano La Padania. È seguito il dibattito che tutti conosciamo che, dati i ritmi del periodo estivo, tenderà a spegnersi per la fine del mese per riprendere, forse, se nessun avvenimento esterno turberà i delicati equilibri, verso la metà di settembre.
Per quella data il mio amico Adriano avrà fatto un altro po’ di segnetti sulla celletta, ma anche Carlo Azeglio Ciampi avrà pensato su quanto di galera possano puzzare le auguste stanze del Quirinale. Sarebbe buffo che toccasse a Sofri far uscire Ciampi di galera.

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