Il vicolo cieco di Telekom-Serbia
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di Eugenio Scalfari
[da la Repubblica di oggi]
TELEKOM Serbia, le famose carte svizzere di Igor Marini sono finalmente arrivate e la commissione d'inchiesta parlamentare ha cominciato ad esaminarle venerdì scorso. Per il poco che sappiamo si tratta di 2.500 pagine di documenti tra i quali c'è di tutto, perfino fatture (non pagate) di pochi spiccioli, contabili bancarie, ordini di bonifici e quant'altro.
Da un primo esame compiuto dai commissari non risultano in alcun luogo e in alcun modo, né diretto né allusivo, tracce degli uomini politici chiamati in causa da Marini. Credo che nessuno si aspettasse di trovarceli ma comunque questo è il primo dato che emerge dalle notizie fin qui filtrate. Aggiungo che si tratta di un dato non contestato, e quindi confermato, anche dai commissari della maggioranza i quali hanno tuttavia dichiarato che il vero lavoro d'indagine su quelle carte comincia ora e durerà a lungo.
Può essere comprensibile questo scrupolo indagatorio: 2.500 pagine sono molte, bisogna leggere bene quei documenti, valutarne la portata, insomma studiarseli. Del resto sembra che il Capo li abbia incitati a perseverare; non so se sia vero, alcuni colleghi di provata serietà professionale l'hanno scritto su giornali altrettanto seri, nei loro articoli di ieri mattina.
Certo, se fosse vero, sarebbe un fatto più grave delle battute che il Capo recita un giorno sì e l'altro pure a beneficio dei suoi tifosi delle curve nord e sud.
Se fosse vero, lo ripeto, sarebbe grave e anzi gravissimo: avremmo infatti un presidente del Consiglio che suggerisce (ordina?) ai commissari dei partiti della maggioranza il comportamento e la tattica che debbono seguire.
Perseverate, avrebbe detto, cioè continuate a cercare indizi e possibilmente prove del coinvolgimento nell'affare Telekom Serbia di Prodi, Fassino, Dini, Veltroni, Rutelli, Mastella e altri ancora se possibile. Ma può il capo dell'esecutivo interferire nei lavori d'una commissione d'inchiesta, di fronte alla cui autonomia si debbono perfino arrestare i presidenti delle Camere che pure li hanno formalmente insediati?
Evidente che non può. Forse lo specchiato presidente di quella commissione dovrebbe andare a fondo su questa questione tutt'altro che marginale. Per esempio interrogando i giornalisti che hanno pubblicato quella notizia. Si tratta di tutelare l'autonomia della commissione, che diamine! Il presidente non sente il bisogno di farlo?
Ma torniamo alle carte svizzere. In che modo la commissione parlamentare può proseguire l'indagine sul loro contenuto? Qui il problema diventa assai delicato poiché chiama in causa i poteri costituzionali delle commissioni parlamentari d'inchiesta. Di questo argomento mi ero già occupato nel mio articolo di domenica scorsa, ma ora esso è diventato molto più concreto poiché non è più basato su un'ipotesi di lavoro ma su una documentazione specifica trasmessa per rogatoria giudiziaria da un tribunale svizzero.
Citavo domenica scorsa l'opinione di alcuni autorevoli costituzionalisti e in particolare quella del professor Sabino Cassese sui poteri d'inchiesta del Parlamento.
Si tratta di poteri che derivano dal ruolo di controllo che è proprio del Parlamento sull'attività del governo, di enti pubblici e perfino di associazioni quando essi debordino dai principi e dalle norme dell'ordinamento e configurino rischi politici per le istituzioni democratiche. In quei casi le Camere possono creare con apposita deliberazione una commissione di inchiesta dotata degli stessi poteri dell'autorità giudiziaria per quanto riguarda l'acquisizione di documenti e l'escussione di testimoni. Viceversa è escluso che una commissione parlamentare d'inchiesta possa andare a caccia di reati specifici e cioè esercitare l'azione penale, riservata alla magistratura. Qualora una commissione parlamentare si imbatta
incidentalmente in un reato di rilevanza penale, essa ha l'obbligo di arrestarsi e trasmettere la notizia di reato alla competente autorità giudiziaria della quale ovviamente non può invadere il campo.
Questo essendo il terreno di lavoro delle commissioni parlamentari d'inchiesta, diventa molto delicata e controvertibile l'attività che quella intitolata impropriamente Telekom Serbia potrà svolgere sulle cosiddette carte svizzere. Come farà - me lo chiedo perché il caso di cui essa si occupa non ha precedenti nella storia parlamentare repubblicana - a indagare sui conti correnti, tanto per esemplificare, citati nelle carte svizzere, a seguire i movimenti bancari, l'apertura di crediti, il trasferimento e l'uso di fondi e di titoli?
Un'indagine del genere, tanto per citare l'ultima e più clamorosa, fu effettuata dalla Procura di Milano in tre anni di istruttoria e poi in dibattimento dinanzi al Tribunale nei processi Sme, Imi-Sir, Lodo Mondadori, attraverso escussione di testimonianze, acquisizione di documenti, rogatorie in Svizzera, Lichtenstein, Londra, Caraibi, analisi su bilanci condotti dalla Guardia di Finanza. Tutto ciò con la presenza e l'intervento fin dall'inizio delle parti in causa che hanno esercitato i loro diritti con l'ausilio di stuoli di avvocati. Alla fine i processi (non tutti) si sono conclusi con la condanna degli imputati (non tutti) al cui ricorso sono ora aperti i successivi gradi di giurisdizione fino a sentenza definitiva.
È concepibile un'analoga procedura per le commissioni parlamentari d'inchiesta? Assolutamente no, sia perché non è in loro potere esercitare l'azione penale, sia perché esse non possono cumulare in un solo organo funzioni inquirenti e funzioni giudicanti, sia perché non è previsto per gli organi parlamentari né la figura della pubblica accusa né quella dell'imputato, sia infine e soprattutto perché quella di accertare e perseguire reati di rilevanza penale non è attività che rientri nella competenza della loro natura istituzionale.
Essa viceversa, e qui parliamo specificamente della Telekom Serbia, dovrebbe indagare sulle ragioni politiche, ove mai ve ne siano state, dell'operazione che portò all'acquisto del 29 per cento dell'azienda telefonica serba, sui controlli politici che eventualmente fossero previsti sulle decisioni dell'azienda stessa e sul perché, ove previsti, non siano stati esercitati. Infine sulla credibilità dei testimoni chiamati a deporre sulle questioni sopra indicate.
In realtà, dopo un esame delle carte svizzere e qualora da esse emergesse il sospetto sia pur vago che possano condurre all'accertamento di reati di rilevanza penale da chiunque commessi, la commissione non avrebbe da far altro che passarle all'autorità giudiziaria che dal canto suo sta già indagando Marini e i suoi soci in affari, non già in veste di testimoni più o meno credibili bensì in veste di imputati.
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Qualcuno potrebbe obiettarmi a questo punto che, seguendo la tesi da me esposta, la commissione parlamentare ha lavorato fuori dal suo seminato almeno per due terzi se non per quattro quinti dell'attività fin qui compiuta.
Ebbene, è esattamente ciò che penso. Penso cioè che la commissione abbia imboccato quasi fin dall'inizio un vicolo chiuso dal quale le sarà molto difficile districarsi se non commettendo altre e sempre più gravi violazioni della competenza che le è propria, duplicando indagini giudiziarie in corso, attizzando contrasti politici e trasformandosi, strada facendo, in una sorta di tribunale del popolo che certo non è organo previsto e neppure prevedibile in uno Stato democratico fondato sul diritto e sulla separazione dei poteri.
Perseverate, avrebbe detto il presidente del Consiglio. Su questa strada? Onorevoli presidenti delle Camere, voi fate non bene ma benissimo a non intervenire nell'attività della commissione d'inchiesta. Tuttavia non potete esimervi dal vigilare sull'osservanza dei suoi compiti di istituto. Se essa dovesse violarli trasformandosi in un organo non previsto in Costituzione, voi, credo, dovreste intervenire. Personalmente ritengo che questa trasformazione sia già avvenuta. Comunque, come cittadino, vorrei esser certo che la vostra vigilanza su questo punto sia all'erta. Allo stato dei fatti non ne sono però affatto sicuro.
(14 settembre 2003)
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