L'inciucio sotterraneo
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di Michele Santoro
[da MicroMega - Ora Basta! - 4/20o3]
Il conduttore di Sciuscià elenca le molte ragioni per dire un forte 'No!' al 'Logo Berlusconi', evidenziando i perché di una lista unitaria (e non unica), l'importanza dei girotondi e delle primarie, e richiamando il centro-sinistra all'urgenza di un'opposizione degna del nome.
L'affare Telekom Serbia è stato una lezione per tutti: Berlusconi dispone di un micidiale arsenale comunicativo; e non si farà scrupolo di usarlo per raggiungere i suoi fini. L'intero gruppo dirigente dell'Ulivo, con Prodi in testa, ha subito un attacco militare e ha fatto una dolorosa esperienza di come le notizie possano essere adoperate allo stesso modo delle pallottole.
Era già accaduto con lo scandalo sollevato da Striscia la notizia e Panorama a proposito dell'operazione Arcobaleno, scoppiato con identica tempistica alla ripresa della stagione politica. Ma allora la Rai era ulivista e, per quanto incapace di una reazione intelligente, non fece da megafono a quella campagna. Il problema non si risolve con la censura e con le accuse ai giornalisti. Chi crede nella libertà d'opinione ritiene che si debba andare fino in fondo, giudiziariamente e giornalisticamente, per verificare la fondatezza delle accuse di Igor Marini. Bisogna, invece, riportare l'attenzione dai contenuti ai contenitori e almeno prendere atto del carattere monopolistico assunto dal sistema televisivo dal punto di vista industriale e da quello politico. In questa situazione la gara democratica risulta quasi irrimediabilmente truccata.
Quasi. La televisione si va, infatti, così pericolosamente impoverendo da apparire sempre meno credibile. Soprattutto agli occhi di una porzione consistente di opinione pubblica espulsa e costretta a trovare mille maniere alternative per sopravvivere. E, per la prima volta, come è già avvenuto per la guerra in Iraq, si potrebbe verificare il prodigio di un sentimento maggioritario che si afferma fuori dai media e contro i media. A condizione che si capisca come Berlusconi sia il Logo intorno al quale si costruisce un sistema di potere indissolubilmente politico e mediatico. Non ha dunque senso continuare a ripetere lo stucchevole ritornello secondo il quale sarebbe controproducente demonizzare il presidente del Consiglio e ci si dovrebbe concentrare sul cosiddetto programma. In realtà un'astratta disputa programmatica farebbe fatica ad unire l'opposizione, mentre il No al Logo spinge di sicuro a ritrovare l'unità e suggerisce gli obiettivi per renderla robusta e credibile.
Se non vedessi attaccata la libertà d'espressione, potrei pensare anch'io che questo è soltanto un cattivo governo. Trovo indegno l'attacco continuo alla magistratura e insopportabile che sia stato impedito con una legge agli italiani di conoscere la verità sulla vicenda Toghe Sporche. Ma l'allarme non sarebbe così grave se ci trovassimo al cospetto di un mercato dell'informazione libero. Se il principale mezzo di comunicazione non fosse nelle mani del presidente del Consiglio.
Sarebbe ora che gli anglosassoni editorialisti del Corriere della Sera, ad eccezione di Giovanni Sartori, ammettessero che siamo completamente fuori dalle regole della democrazia liberale e che l'agenda alla quale essi stessi debbono far riferimento è ineluttabilmente condizionata dalla tv.
Non a caso le reazioni a sortite simili a quelle berlusconiane sul fascismo sono state assai più energiche in Germania, in Francia, in Olanda e persino in Austria con il caso Haider. In quei paesi non si accetterebbe passivamente l'esistenza di una lista di autori proibiti e sarebbe assordante il coro degli indignati contro chi, dopo essersi posto al di sopra della legge, consegna ai carabinieri un cittadino
che ha osato chiamarlo «Puffone». L'intoccabilità giudiziaria dovrebbe almeno concedere agli avversar! politici un eccesso di critica. Non è questo un solido principio del liberalismo anglosassone?
Invece Passino si becca una querela per aver indicato in Berlusconi il burattinaio della campagna su Telekom Serbia e per due giorni deve essere inseguito dalla notizia su tutti i teleschermi.
È vero, la carta stampata è ancora sufficientemente pluralista da consentire a chi ha argomenti validi di difendersi; ma, nel frattempo, Igor Marini cancella dai media la condanna di Previti comminata in un'aula del tribunale della Repubblica e consegna Prodi al giudizio della maggioranza politica di una commissione parlamentare e all'attenzione costante e negativa dei mezzi di comunicazione.
Quale messaggio ha trasferito il rumore di fondo dei telegiornali nelle periferie culturali abitate da chi non legge giornali e non usa Internet? Quanta merda ha sollevato questo gigantesco ventilatore? E cosa ci riserva il futuro? Dove si fermerà Berlusconi?
Il centro-sinistra avrebbe dovuto ingaggiare sul pluralismo del mercato televisivo, sulla Rai e sul conflitto d'interessi una battaglia di dimensioni europee. Considero pericoloso rassegnarsi all'idea che questo stato di cose potrà cambiare solo dopo la sconfitta di questo governo. Invece prevale l'idea di una crisi imminente e di un crollo fallimentare della Casa delle libertà. Cosicché basterebbe all'opposizione spostarsi un po' più in là per non essere sommersa dai detriti.
Forse per questo, riguardo alla Rai, si è scelta la strada della testimonianza impotente; e giornali come Repubblica sembrano seguire le vicende della televisione con un certo distacco, oppure con la convinzione che il tanto peggio porti al tanto meglio di un suicidio politico del Cavaliere. E se ci risvegliassimo all'improvviso in una Terza Repubblica presidenziale priva di istituzioni di controllo?
Stanno prevalendo una sorta di assuefazione e uno stucchevole dibattito sul regime e non regime. Se vedo dei naziskin massacrare di botte una persona di colore cosa faccio? Apro una discussione per accertare se l'Italia è diventata un paese nazista? E se Biagi viene cacciato dalla tv?
Per fortuna non ci sono più inciuci; ma si può intuire l'esistenza di una sorta di compromesso culturale, tacito e sotterraneo, che unisce destra e sinistra e che si propone un ritorno alla centralità della politica.
Berlusconi non rinunzia a presentarsi come il campione dell'antipolitica, l'uomo che ha costruito un impero dal niente e che intende spalancare il Palazzo ai sogni della gente comune. Tuttavia, con sempre maggiore frequenza, ribadisce che il mandato popolare va considerato alla stregua di una sacra investitura che deve porre gli eletti al di sopra di ogni possibile controllo esterno.
E evidente che si tratta di un messaggio rivolto all'intera classe politica: «Io intendo ricondurre magistrati, giornalisti e funzionar! amministrativi al
rispetto dell'ordine basato sul primato della politica. Ed è nell'interesse di tutti noi che mi assumo l'onere di un lavoro, sporco quanto necessario, per ripulire televisioni e tribunali dai giacobini incalliti che si ostinano ad opporre il loro potere separato alla volontà del popolo sovrano».
Così chi fece dell'impegno civile un obbligo morale per contrastare la degenerazione della Prima Repubblica in Tangentopoli viene descritto oggi come golpista, aguzzino, pazzo sanguinario. Allo scopo di rendere possibile una campagna che si propone non solo di rimettere in riga comici ed esperti di statistica ma di cancellare qualunque autonoma istituzione di controllo. Negli Stati Uniti non si vota per eleggere i procuratori della Repubblica? Certo, ma in un paese dove il presidente non può possedere giornali e televisioni.
Paul Ginsborg ricorda nel suo saggio più recente come Berlusconi ponesse alla base della sua idea di buon governo l'affermazione: «Ognuno deve essere libero di offrire i propri beni, i propri servizi, le proprie idee ai propri simili, i quali possono decidere liberamente se accettarli o rifiutarli. Ogni limitazione della concorrenza equivale quindi alla violazione della libertà e dei diritti di ciascuno». A mio parere, il caso Berlusconi non nasce dalla contrapposizione tra questa filosofia del far da sé e l'idea che debbano esistere delle regole di tutela degli interessi collettivi. Nasce dalla sua trasformazione in un monopolista che impedisce il libero mercato e la libera diffusione delle idee e che da vita a una concentrazione di poteri, economici, politici e informativi, senza precedenti. È ciò che possiamo definire maggioritarismo dispotico.
Ma il caso Berlusconi nasce da un tradimento che anche il centrosinistra ha operato nei confronti dello spirito dei referendum. La conseguenza è stata che il maggioritario si è ridotto ad un meccanismo elettorale semplificante quanto spietato, mentre avrebbe dovuto rappresentare l'occasione per cambiamenti profondi delle istituzioni, dell'economia e della politica. Certo, sarebbe stata necessaria una collaborazione tra diversi per una nuova architettura costituzionale ma sarebbero bastati soltanto i governi di centro-sinistra per liberalizzare il sistema televisivo ed emancipare la Rai dalla dipendenza nei confronti dei partiti.
La rivalutazione di Craxi fatta da Passino a discapito di Berlinguer è significativa. Anche a me l'ultimo grande leader del Pci appare incapace di separarsi da un mondo che scompare, quello dei blocchi contrapposti. La sua difesa della diversità resta ambiguamente sospesa tra la positiva sottolineatura della questione morale e l'anacronistico ancoraggio alla pratica comunista dell'antistato. Ma Craxi era veramente così moderno o siamo di fronte ad un «agiografismo» che ricorda Togliatti?
I signori delle tessere e delle tangenti, il Psi ridotto ad un sistema di feudi, la ciurma che andava all'assalto dell'economia per piegarla alle logiche della politica, non erano le tre caravelle di Colombo alla conquista dell'America. Piuttosto rivelavano una concezione dirigista, quasi leninista, che diveniva più eloquente quando i temi del presidenzialismo e della governabilità si contrapponevano all'autonomia della società civile, del mercato e del singolo elettore. Craxi ostacolò con ogni mezzo l'introduzione del maggioritario, combattendo come un nemico l'affermarsi di una nuova sensibilità civica che preferiva la responsabilità individuale alla vecchia delega ai partiti.
Forse Passino avrebbe potuto dire più correttamente che il crollo del Muro di Berlino seppellì, contemporaneamente, il comunismo critico di Berlinguer e il dirigismo partitocratico del leader del Psi, ponendo le basi per la nascita di quello che alcuni di noi allora chiamarono «il partito che non c'è», un nuovo partito democratico.
Un'esigenza ancora irrisolta, se si considera lo scarto tra i voti espressi per l'Ulivo e quelli raccolti dai singoli partiti.
Benvenuta quindi la lista unitaria (che sarebbe meglio non chiamare unica) e benvenuto un disegno che punti a rivedere in Europa i confini tra socialismo, democrazia e liberalismo. L'unificazione del nostro continente potrebbe trarre da qui non solo una spinta a superare veti e steccati nazionalisti, ma anche a riconsiderare l'importanza del genius loci di ogni comunità.
La lista unitaria dovrebbe essere la grande occasione per un rilanciò dei movimenti. Sempre che non si voglia ripetere l'errore del '94, quando gli esponenti della società civile, magistrati e giornalisti, imprenditori e semplici cittadini, fecero un passo indietro, delegando ad Occhetto e a Segni, nonché alle burocrazie di partito sopravvissute a Tangentopoli, una partita che questi giocarono divisi sperperando il patrimonio referendario.
I girotondi devono tuttavia discutere apertamente un tema fondamentale: l'alternativa a Berlusconi passa da una difesa della Costituzione così com'è? Io credo di no. Restano fermi i valori fondativi, i riferimenti all'antifascismo e al lavoro, ma il ruolo che la nostra Carta assegna ai partiti va seriamente rivisto. Non c'è dubbio che i partiti della Repubblica nata dalla Resistenza abbiano ereditato la centralità assunta dal Partito nazionale fascista nella gestione della cosa pubblica, ritenendo il loro pluralismo un antidoto sufficiente a non ripetere le esperienze del passato.
Ma un vero pluralismo non può essere garantito solo dai partiti. Deve basarsi sull'agire distinto di molti soggetti autonomi, di una burocrazia amministrativa assolutamente indipendente, di una vera libertà di stampa, del mercato, di adeguati poteri di controllo. Inoltre deve essere nutrito dalla trasparenza delle scelte politiche e da un ricambio dei gruppi dirigenti fondato sull'etica della responsabilità. Ciascuno di noi questa volta dovrebbe essere pronto a dare il suo contributo in due direzioni: la battaglia per la libertà d'espressione, la scelta di criteri trasparenti per selezionare le candidature politiche.
Io non credo che ci siano problemi tecnici a fare da ostacolo. Potrebbero bastare due giorni di «seminario» tra esperti di comunicazione, sondaggi e Internet per stabilire in che modo svolgere delle primarie sufficientemente garantiste che diano a un gran numero di cittadini la possibilità di partecipare alle scelte. Ma i partiti dell'Ulivo e la stessa Rifondazione comunista sono pronti ad aprire le loro porte e a mettersi in discussione?
Io credo di no, ed è per questo che tanti che, come me, non sono disposti ad aumentare la confusione con iniziative avventate, esitano ad impegnarsi fino in fondo. Di una sola cosa non si sente la mancanza: di nuovi piccoli partiti.
Se Prodi deve essere il leader, spetta a lui indicare la strada. E presto. Perché Berlusconi non cadrà senza combattere e non esiterà a mettere in pericolo le istituzioni per salvare il suo potere. Chi si dice sicuro di vincere pensi a ciò che potrebbe accadere da qui a qualche anno, ai guasti che può provocare l'enorme potere di comunicare in mano a una sola persona. Chi ha la responsabilità delle scelte decida, ma sappia che questa volta non ci sarà più nessuno disposto a giustificare una sconfitta.
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