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Premesse
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di Efraim

da storiacce (giochi di parole e d'efraim)


Avevo meno di vent'anni, avevo una migliore amica, avevo anche la fortuna di avere una macchina che era mia e pullmino collettivo.

Eravamo partiti in sette per il ritorno a casa e rimaneva lei. La accompagnavo nella casa occupata dove viveva, a metà strada fra il palazzo di giustizia e il duomo di una città velenosa da bere che è anche la mia, etimologicamente terra in mezzo o mezza terra o terra a metà o terra di mezzo o terra nel mezzo o media terra o così via[...]

Parlavamo e sorridevamo, in quella macchina uguale a quella che ho ora, amici davvero come so da allora possono essere anche un uomo e una donna non brutti. Non eravamo solo amici, però. Giocavamo a fare politica assieme, il gioco impegnativo di voler migliorare il mondo, quel gioco forse ingenuo che capita ancora a qualcuno. Si chiacchierava delle nostre piccole grandi avventure, che sono un'altra storia - anche forse avvincente - ma che probabilmente non racconterò nemmeno mai. Fattostà che venne il momento di salutarci.

E ci salutammo.

Mentre apriva la portiera, vide, vedemmo passare dall’altro lato della strada un tipo barcollante, palesemente maghrebino, palesemente sotto l'effetto dell'eroina, ancora assai diffusa una decina d'anni fa fra le strade di questa città. Aveva vestiti malconci e l’unica cosa non lacera era un sacchetto di plastica che portava con sé. Una figura inquietante.

Era notte fondissima e la strada era deserta eccezion fatta per noi tre. La mia amica mi chiese di aspettare che quel tale si allontanasse e io, certo, accettai.

Solo che non successe: l'uomo prima si fermò, poi ondeggiò, poi si accasciò al suolo cadendo esanime.

Naturalmente, corremmo fuori e lo raggiungemmo.

La prima inferenza era giusta, era maghrebino. Era semicosciente. Ci parlammo. Farfugliava male poche parole. Voleva un’ambulanza? No. Ma ne aveva palesemente bisogno. Aveva freddo. Voleva una coperta.

Lo convincemmo dell’indiscutibile. Aveva un assoluto bisogno di un’ambulanza. La mia amica corse in casa a cercare la coperta e a telefonare – ancora i cellulari erano ben rari – mentre io rimasi a fargli compagnia. Tendeva ad addormentarsi, capivo di doverlo fare parlare per tenerlo vigile e, tenendogli la mano, gli chiedevo che avesse, cosa fosse successo. La seconda inferenza sembrava sbagliata, i suoi occhi annebbiati, dolenti e buoni non erano quelli dell’eroina e i lividi e i taglietti sul suo corpo parlavano di altro. Infatti, mi disse: << Mi hanno picchiato >>.

Gli chiesi prima io e poi anche la mia amica e un altro amico – che era sceso con tanto di telefonino - chi fosse stato, cosa fosse successo. Farfugliava soltanto.

Si rianimò solo quando gli chiesi, pensando a chissà quale racket, se voleva che chiamassimo i carabinieri; si sollevò persino un po’ gridando: << No, no! Sono stati loro! >>.

Lo ripeté alcune volte, cercava di alzarsi, gli garantimmo che non li avremmo chiamati e gli occhi sbarrati dal terrore si rasserenarono un poco.

Intanto l’amico aveva trovato finalmente qualcuno che rispondeva per l’ambulanza. C’è un ospedale a poche centinaia di metri, forse il più importante della città, ed è un viavai di ambulanze. Sarebbero certo arrivati in pochi minuti. Chiesero tutti gli estremi: volevano sapere chi chiamava, perché, cosa fosse successo.

Chiesero anche della nazionalità del ferito, fra le altre cose, più precisamente se si trattasse di un immigrato. Non dico fosse questa la ragione, ma di fatto ci misero più d’un’ora ad arrivare, anche se richiamammo più volte.

Quando arrivarono finalmente, avevamo sentito accendersi le sirene quei quindici secondi prima dell’arrivo, gli chiesero e ci chiesero cosa avesse, lui non parlava più. Poi insistettero per chiedergli il permesso ad essere trasportato, se la prendevano con molta calma, evidentemente. Lui singultava a malapena qualche soffio di gemito e mi incazzai parecchio, io che non m’incazzo mai, perché era evidente che aveva bisogno di cure, aveva anche accettato si chiamasse l’ambulanza, era svenuto…

Nel mezzo della polemica, un infermiere chino su di lui che gli tastava il polso si rivolse ai colleghi agitato: << Oh, ragazzi, questo è andato!>>

<< Via via! >> vociarono.

Caricarono in fretta e furia il morto sull’ambulanza, lo scaraventarono è più corretto, e partirono in pochi secondi a sirene spiegate.

Ragionammo un po’ su cosa fosse possibile fare, scossi ci salutammo aggiornandoci. Continuai a ragionarci nella strada verso casa. Una denuncia era esclusa: erano stati i carabinieri; ero molto giovane, ma ne sapevo già tanto abbastanza per avere idea di chi e cosa siano, che fanno molti di loro, per ordini ricevuti o per sport, come si coprono, come il maresciallo Rocca sia un telefilm.

E poi era la mia parola, testimonianza indiretta da fonte deceduta, clandestina, ufficialmente inesistente, scomparsa chissà dove, priva di qualunque riscontro e di indiziati che non fossero di una categoria più che rispettata. Forse l’uomo ormai non era nemmeno esistito, invisibile del tutto oramai, inghiottito in chissà quale ventricolo delle scartoffie di stato.

Avrei scritto ai giornali, pensavo.

Ero scosso, turbato, angosciato. Come si può chiamare civile un paese dove può succedere questo a un uomo, per quanto miserabile possa eventualmente essere? Svegliai persino i miei genitori, con cui la comunicazione è sempre stata rasente al nulla, e mia madre mi dette persino un po’ ascolto, preoccupata per gli occhi sconvolti del figlio, non molto per quello che le raccontavo, senz’altro riprovevole.

Non riuscivo a dormire, ore di angoscia notturna e silenziosa. Alla fine uscii per andare alla farmacia notturna. Mia madre mi aveva suggerito di cercare dei sonniferi e pensarci l’indomani. Alla fine, anche se sono sempre stato poco incline ai farmaci e molto resistente al dolore, le detti ragione. Non ce la facevo più.

Alla farmacia notturna, grossa rassicurante levigata, trovai un uomo di colore, per il quale provai vedendolo ancora più fratellanza; gli chiesi i sonniferi.

Mi chiese quali, risposi che non sapevo, ma li volevo potenti; mi chiese se erano per me, perché li volessi, non aveva voglia di darmeli, si vedeva. << Ho visto morire un uomo >> risposi. Mi chiese se fosse un mio familiare. Risposi che no, che non importava, era un uomo e la sua morte era stata un’ingiustizia; << ... >> gli raccontai la storia e lui, dicendomi che non me li avrebbe dati, mi raccontò la sua.

Dottore libico plurilaureato in Europa, era dovuto scappare dal suo paese dopo che si era visto uccidere il fratello dagli uomini di Gheddafi – allora considerato anche qui un feroce sanguinario dittatore, ed erano ancora i tempi in cui qualche riconoscimento dello status di rifugiato veniva dato.

<< Non ho mai preso un sonnifero in vita mia, neanche quando mi hanno ucciso il fratello. >> e giù lezioni di umanità. Parlammo a lungo e mi raccontò della sua storia di profugo, di come funzionasse la caritas tedesca e di come fosse corrotta quella italiana. Di come, avendoci lavorato, sapesse tante cose che provavano questa corruzione, di come fossero sotto gli occhi di tanti e di come nessuno volesse farci niente né farle sapere. Mi spiegò e mi fece capire meglio tante cose. Mi convinse anche che era stupido e inutile anche scrivere ai giornali.

Alla fine mi disse che mi avrebbe dato i sonniferi, se li volevo, ma che se volevo fare qualcosa potevo cominciare col non prenderli.

Aveva ragione.

Quella notte morì un uomo per la colpa di essere nato altrove. Quella notte cominciò anche qualcosa, un viaggio, un impegno, anche un gioco, certo, ma preso sul serio, una notte che continua con poca luce, ma senza sonniferi.

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