Prendimi e portami via
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di kaos
da Where is my mind?
In principio fu Topolino, circa 170 numeri comprati periodicamente in 5 anni, classici e grandi classici compresi.
Poi fu il turno dei sussidiari alle scuole elementari: piccoli, colorati, un concentrato di sapere a misura di bambino.
Alle medie si passò ai primi libri di testo, dalla matematica alla musica, dalla educazione tecnica alla grammatica italiana.
Ai tempi del liceo aumentò il peso della cultura e diminuì quello del portafoglio dei miei genitori. Fortuna che giovani comunisti, ciellini e fascisti davano un senso alla loro esistenza vendendo libri di seconda mano nelle rispettive sedi: tomi enciclopedici di letteratura italiana, testi di latino, storia, filosofia, molti dei quali come nuovi.
In quegli anni si passava da Topolino a Dylan Dog e si spendevano piccoli capitali in Rockerilla o Rumore per conoscere il verbo di Frank Black, Perry Farrel , Robert Smith .
Poi arrivarono gli anni bui dell’università, quelli in cui si era costretti a leggere 900 pagine di diritto, senza uno straccio di figura o grafico che potesse dare un minimo sollievo e lasciare immaginare che no, non erano 900 pagine, ma solo 899, perché foto e grafici non facevano testo.
Era il periodo dei testi ufficiali, di quelli consigliati, di quelli suggeriti dal professore che, guarda caso, era anche l’autore, delle monografie, dei lucidi, delle diapositive in powerpoint, delle centinaia di dispense sul circolo della qualità nella fabbrica di Hokkaido o sul ciclo di vita dei cuscinetti a sfera modenesi da ritirare al centro fotocopie, dei blocchi di quadernoni ( nel mio caso rigorosamente a quadri) usurati a furia di appunti, di sottolineature con matite ed evidenziatori.
La fine sembrò avvicinarsi con la tesi, le ricerche bibliografiche, i files pdf scaricati, la versione 1.0 chenonvamaibenealprofessorechenonlhaneancheletta, la versione 2.0 chenonvabeneperchèvaformattatadiversamente e la versione 19.0 definitiva.
In più, come se non bastasse, bisogna considerare le letture di numeri di Gente con le vicissitudini sentimentali di Eleonora Duse o Cleopatra nella sala d’attesa del medico di famiglia; il quotidiano locale e la gazzetta il lunedì per controllare i risultati del fantacalcio; la sacra lettura della rubrica Periscopio di Panorama e dei volantini pubblicitari di Auchan sulla tazza del cesso; Famiglia Cristiana della zia e Grazia della sorella.
20.000, forse anche 25.000 ore della mia vita trascorse a leggere .
60.000 e passa pagine passate davanti ai miei occhi. Probabilmente più del doppio di quelle lette da Briatore, dieci volte più di Bossi, cento volte più di Cassano. Abbastanza per farsi uno di quegli esami di coscienza che si concludono con un lancio dal quinto piano o con il passaggio alle droghe pesanti.
Eppure, nonostante ciò, ho anche letto una sessantina di libri di narrativa, per puro piacere, senza alcuna costrizione. Non sono molti, ma neanche pochissimi. Abbastanza, credo, per far tacere quei poveracci che pontificano sullo scarso tempo dedicato alla lettura dai “gggiovani d’oggi”.
Tutto questo per dire che ho letto “Ti prendo e ti porto via” di Niccolò Ammaniti e lo trovo di gran lunga migliore, più completo e maturo dei tempi pulp di Fango e dei suoi primi racconti. Ammaniti non sarà Tolstoy, non avrà la profondità intellettuale di Mc Ewan nel raccontare l’infanzia, ma si legge che è un piacere.
450 pagine da aggiungere alle 60.000; 15 ore che si sommano alle 25.000.
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