Ci siamo già
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di Daniele Luttazzi
da MicroMega - Ora basta! - n°4/2003
Se anche Violante se ne accorge, l'emergenza sulla deriva dell'Italia è davvero evidente. Esempio? L'invenzione del job on call, con l'inglese al posto della vaselina. E i riformisti? Hanno fiducia nel mercato: 'Vuoi vedere che c'è davvero chi la pensa come noi?' Certo che c'è. E vota Forza Italia.
In un paese governato da un uomo che crea un impero economico falsificando bilanci societari e corrompendo giudici, poi riscrive le leggi per sottrarsi ai processi, mette la mordacchia all'informazione, usa il suo potere politico per favorire i suoi affari a scapito della concorrenza, si schiera a favore di una guerra di invasione fregandosene della Costituzione, sfascia lo Stato, l'economia, la giustizia, il welfare, l'industria, la sanità, la scuola, la ricerca, l'ambiente, la tv pubblica e il calcio, quindi, non pago, ti riabilita pure Mussolini, alla domanda «Di questo passo dove finiremo?» non si può che dare una risposta: «Ci siamo già».
Le notizie pessime sulla deriva dell'Italia sono ormai così numerose che il Tg1 fa sempre più fatica a nasconderle. L'emergenza è evidente, se anche Violante comincia ad accorgersene. Occorre uscirne al più presto. Purtroppo - siamo realisti - non sarà mai possibile creare in Italia un partito riformista unico: è un prodotto di laboratorio che non c'entra nulla con la nostra cultura politica, così come artificiale è stata l'imposizione del sistema elettorale maggioritario, i cui guasti terribili sono sotto gli occhi di tutti. Il giorno dopo la proposta di Prodi e D'Alema, già il «partito unico» era diventato una «federazione di partiti». Cioè l'Ulivo. Che novità.
Mi chiedo cosa si aspetti a tornare al proporzionale. All'epoca si ironizzava sulla precarietà dei governi favorita dal proporzionale; e non si vedeva invece che proprio quella precarietà permetteva alla politica di monitorare meglio i mutamenti della società italiana. Guardiamo all'oggi: Berlusconi è una frana pericolosa, i poteri forti lo stanno abbandonando, un cambiamento è necessario
(Berlusconi è un Rè Mida al contrario, tutto quello che tocca si tramuta in merda. Non toccare più nulla, Berlusca. Tocca Scajola!), ma lui grazie al maggioritario se ne starà a fare danni fino alla fine della legislatura, quando col proporzionale sarebbe saltato subito, dopo i fattacci di Genova. Il maggioritario è un'idea di Gelli per favorire in Italia l'avvento di Perón. E infatti è arrivato. In
Italia il maggioritario crea asfissia, il proporzionale fa respirare. In tutti gli ambiti. Col proporzionale, D'Alema oggi sarebbe Occhetto.
D'Alema è un riformista. Cosa vogliono i riformisti ce lo spiega il direttore del Riformista (un quotidiano che si occupa di riformismo) Antonio Polito, in un articolo scritto un anno fa per Panorama. Sostiene Polito: «Della sinistra ci sono cose che il riformista non capisce. Diamine, pensa, pare che i diritti di chi già lavora siano più importanti di quelli di chi vorrebbe almeno cominciare». È il tema della flessibilità. Berlusconi è d'accordo. Qualche mese fa è stata approvata la legge delega che riforma il mercato del lavoro, una manovra che legalizza di fatto il precariato e il caporalato; una parcellizzazione del lavoro che azzera un secolo di conquiste sindacali, a tutto vantaggio dei padroni delle ferriere.
Finalmente s'è capito cosa intendono Berlusconi e Confindustria per flessibilità: devi essere flessibile in modo che tè lo possano mettere meglio in quel posto. Il lavoro continuativo a tempo pieno diventerà un lusso. «Sai, lavoro 12 ore al giorno in uno scantinato buio a cucire palloni di cuoio per una multinazionale». «Che culo». Usano l'inglese al posto della vaselina. Job on call: sono gli operai squillo, a disposizione dell'imprenditore che potrà chiamarli al lavoro con 48 ore di preavviso. Paghe ridotte, ovviamente. Questa degli operai squillo è una norma voluta con forza dalla Casa delle Libertà per eliminare
dalle nostre città lo spettacolo sconcio e immorale degli operai che sfilano per le strade praticando il mestiere più antico del mondo: lo sciopero. Berlusconi la denominò «riforma Biagi», con un cinismo da marketing che mi fa ancora accapponare la pelle. Come a dire: «Se non sei con noi, sei con le Br». Sono veramente dei bastardi.
Ovviamente, i sindacati sono insorti e daranno battaglia. Dove per «sindacati» intendo la Cgil, perché gli altri due: «Uh?». Continua Polito: «Diamine, pensa il riformista, pare che i soldi non ci sono perché le pensioni non si toccano». Berlusconi è d'accordo. Ricordate l'impegno elettorale? «Pensioni più dignitose».
Mia nonna è pensionata, percepiva 640 euro netti al mese. Dopo due anni di cura Berlusconi-Tremonti, ne prende 802. Lordi. Ma con un'Irpef passata a 184 euro più gli 8 di addizionale regionale se ne ritrova in tasca, netti, 609. Cioè meno 31 euro al mese. Quando all'Inps le hanno spiegato che questo succede perché la sua aliquota è passata dal 18 al 23 per cento, mia nonna ha cominciato a tirare tanti di quei moccoli che sembrava Eminem.
«Il riformista ha una grande fiducia nel mercato: vuoi vedere che là fuori c'è davvero un po' di gente che la pensa come noi?». Certo che c'è. E vota Forza Italia. E conclude: «Politicamente, il riformista viene da sinistra e va verso il centro». Se i negozi sono aperti.
Come se non bastasse, di recente Passino ha scritto un libro in cui esalta la modernità di Craxi e condanna il passatismo di Berlinguer. Ho ricordato alle migliala di persone venute ad ascoltarmi alla festa provinciale dell'Unità di Milano che la modernità di Craxi ha portato a Tangentopoli, alla corruzione diffusa, ad Hammamet, a Berlusconi; mentre Berlinguer fu il primo a porre la
questione morale e il problema dell'etica pubblica. E venuto giù il teatro. Dopo un applauso che non finiva più, pieno di gratitudine e commozione, nel silenzio ristabilito un signore ha urlato: «E per questo che non ti fanno più fare la televisione!». L'ho ringraziato. Quel signore mi ha fatto capire tante cose. Torniamo al proporzionale.
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