Logo di Italia BlogOltre

Logo 21.10.03

Una storia piccola
-------------------------

di martebip

da Nostalgia di futuro

Chiedo scusa per la lunghezza e lo stile imperfetto, ma non ero troppo interessata allo stile. Solo che è da questa estate che la rimurgino e oggi è uscita con tutte queste parole.

Cinquanta e più anni fa mica era facile. O meglio: per la maggior parte delle persone non lo era. Iniziavi da piccola a lavorare, magari ti mandavano a servizio da qualcuno. E mica potevi dire: mi va, non mi va... il padrone (il padrone) mette le mani addosso,frugando fra la carne giovane e impotente. La padrona (la padrona) dà una sberla a ogni errore e intanto ti fa pagare la tua carne e le mani allungate del marito.
Sei lì e sei carne fresca per qualcuno. Che sia carne umana poco importa, ma fa parte dell'ordine delle cose. Lì e in quel momento.
Cambierà, ti dici.

Poi ti capita la fabbrica. La filatura: stanzoni da percorrere avanti e indietro di corsa per far funzionare le macchine. Con il capo che controlla che tutte corriate come si deve, che le macchine non si fermino: su su, sempre più veloci a ingrassare il padrone.
Ma quelle corse diventano pane e qualche volta un pezzo di carne. Si può fare...
Avanti e indietro di corsa e c'è la guerra. Avanti e indietro di corsa anche fuori dalla fabbrica: ogni tanto suona l'allarme. Bombardano un maledetto ponte ferroviario.Scappi con gli altri e stai lì al buio a tenersi caldo fino a che passa.
Si tira avanti però e prima o poi finirà anche la guerra e le cose andranno meglio.
Succede che trovi un ragazzo, ed è pure un bel ragazzo.
Succede che ti sposi e che arrivino due figle.
Succede anche che quella bellezza ti avveleni giorno per giorno e che lui ti attenda il giorno della paga per prendersi i tuoi soldi. Tutti i tuoi soldi di un mese di su e giù di corsa fra le macchine, e se li vada a bere e a giocare. Ed è un bel ragazzo e si fa aiutare a spenderli con un'altra donna. Che non sei tu e che trionfa gira il paese a testa alta. Fra i mormorii delle donne che condannano la puttana ruba mariti, ma anche te che non sai tenertelo stretto. Va avanti così per un po' a recriminazioni e lui ti risponde picchiandoti.
Finisce che non ne puoi più e, siccome non sei di quelle che piangono, ma urlano e strepitano e si incazzano (ed è la ragione per cui, ti dicono le altre, vieni picchiata), lui si stufa e se ne va a cercar fortuna in città.
Hai due figlie e ora sei da sola, un lavoro in una fabbrica che continua a cambiare e neppure un soldo. Comunque sei quella che ha fatto scappare il marito.
A quei tempi funzionava così. L'unica cosa che riesci ad ottenere è che abbiano paura della tua lingua affilata.
Alla fine decidi: mandi le figlie altrove. Non hai scelta. Collegio e parenti. Ed erano i collegi di una volta e con i parenti occorre essere fortunati: una di loro non lo è e te lo riprovererà sempre, arrivando a odiarti fra qualche anno.
Tutto quello che hai viene inviato al collegio per la retta e ai parenti perché accettino meglio il peso di un'altra bocca.
La guerra è finita e ricostruiscono quel maledetto ponte: fra gli operai ne conosci uno. Anche lui bello e con magnifici occhi verdi. Ti capiterà ancora di parlarne e per un attimo ti si vedrà con gli occhi sognanti.
Ti ricorda forse qualche attore del cinema e la bellezza a volte confonde: in due occhi ci infili il riscatto di una vita, in un abbraccio la protezione che speri sia finalmente arrivata. Troppo tardi ti rendi conto che non è così.
E aspetti anche un bambino. Un altro.
Aspetti un bambino da sola negli anni '50. E lui è sposato. Non deve essere una cattiva persona: la moglie ti scrive e ti dice che prenderanno loro il bambino. Non puoi tenerlo ma non puoi neppure lasciarlo. Iniziano anche lì i giri dei vicini e il collegio attende pure lui.
Un giorno ti ricoverano perfino in ospedale: denutrizione. Perché tutti non potete mangiare. I figli hanno sì vestiti usati, giocattoli prestati, mostrati e poi tolti perché destinati ad altri bambini. Però mangiano e stanno al caldo e per un attimo possono sognare che quei giochi siano per loro.
Migliorano le condizioni in fabbrica, l'ultimo figlio inizia a lavorare... entra qualcosina di più. Le altre figlie sono autonome... seguono le proprie strade.
Insomma, pare andare meglio.
La casa è piccola e la finestra dà sul maciapiede e dentro non c'è nulla. Come frigorifero usi il davanzale della finestra: ogni tanto, di notte, qualche ubriaco si apposta lì e piscia dentro.
E tu calcoli quanto su e giù in fabbrica ti è costato quel pezzo di carne.
All'improvviso ti pare che la fortuna si volti: vendono una casa e tu, eliminando anche quello che ti pareva necessario, forse puoi pagarla.
E' la stessa che abiti in questo momento. Solo che ai tempi era un tugurio: una stanzettina minuscola, un bugigattolo fuori per i propri bisogni. Niente acqua calda e niente riscaldamento. Ma gli ubriachi e i cani non ti pisciano più in casa.
E poi sogni. Sogni che finito di pagarla potrai sistemarla. E alla sera chiudere gli occhi su una speranza nel futuro cambia le cose.
Con gli anni accade: un pezzo alla volta il tuo sogno si avvera. Un pezzo alla volta paghi la casa. Un pezzo alla volta inizi a pensare di poterla sistemare.
Ti servono molti anni, perché nel frattempo altre fabbriche chiudono. Arrivi al mattino dopo le ferie e trovi i cancelli chiusi. Il padrone dichiara falimento e tu e gli altri restate fuori. Poco importa che la moglie si presenti al supermercato in pelliccia: i soldi che ti devono non li vedi più. Trovi altre fabbriche dove lavorare e dove andare su e giù fra le macchine.
D'estate, in filatura, di notte perché ti pagano di più. Respirando il cotone che nuota nell'aria e che ti entra dentro con lei.
Ma ce la fai.
Alla fine arriva anche la pensione: i soldi non bastano mai e vai a fare per qualche ora la domestica. Ora le cose sono cambiate: nessun padrone in cerca di carne giovane. Solo qualche signora che ha bisogno di più tempo per perderlo altrove.
Ma va meglio... molto meglio.
Ora la casa ha due stanze in più e il bagno è dentro. Arrivano perfino i caloriferi e ti puoi dimenticare come si carica una stufa a cherosene.
Alla fine ne hai abbastanza anche per non dover lavorare più.
Ed è una manciata di anni che passa tranquillamente. Ti addolcisci perfino.
Riscopri il gusto di uscire senza dover far nulla, girando per vetrine o spettegolando con l'amica.
Ecco, ora stai meglio: ti volgi al passato e ti dici: "Alla fine è andato tutto bene".
Qualche rimpianto sì... ancora pensi ai tuoi figli e a quello che avrebbero potuto fare se...
ma che altro si poteva fare?
O forse neppure guardi più indietro. Hai quasi settantanni oramai: molti persone che conoscevi non ci sono più. I capelli bianchi dei tuoi figli aumentano ogni anno di più. Il tempo corre. In avanti. E tu lo senti scorrere sempre più velocemente.
Ma va tutto bene.
Solo ultimamente ti gira un po' la testa... un po' troppo.
E un giorno ti risvegli in ospedale con tuo figlio accanto che ti dice che non è nulla, che è solo un po' di pressione bassa.
Hai paura... non sei abituata alla malattia.
Forse non ne avevi il tempo.
Tu non sai ancora nulla: due dei tuoi figli hanno capito il tuo percorso e ora pensano che tocchi a loro proteggerti.
Fino a che potranno ti lasceranno aperta la strada perchè tu possa pensare di poterla seguirla da sola e senza paura.
Tuo figlio mi chiama, affranto, e mi dice poche frasi:
Leucemia.
Fulminante.
Due anni di speranza di vita.
E' affranto e sotto choc quasi. Però riesce a dirmi: "Sai, in questo male però c'è qualcosa: mi sono reso conto che devo smetterla di fare il bambino. Ora tocca a me".

Posta| 0 commenti
Commenti
ItaliaBlogOltre è un'iniziative de:
 Vai nelle Terre di Pietro B.
(Vecchio contatore: 149192)