Le Lezioni Ignorate
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di Siegmund Ginzberg
[da l'Unità di oggi]
Dice George W. Bush che non capisce chi dubita. Nega di essere sorpreso dai livelli e dal perdurare della violenza in Iraq. È appena tornato dall’Asia, dove in un discorso a Manila aveva introdotto una nuova analogia storica - dopo quelle sulla guerra per non cedere a Saddam-Hitler come le democrazie a Monaco - sulla ricostruzione felice come nel Giappone e nella Germania del dopoguerra, sul nuovo Piano Marshall pagato stavolta dagli altri.
Iraq come le Filippine. «La democrazia ha sempre i suoi scettici. Alcuni dicono oggi che la cultura del Medio Oriente non sopporta le istituzioni della democrazia. Gli stessi dubbi si rivelarono erronei sessant'anni fa, quando la Repubblica delle Filippine divenne la prima democrazia in Asia» ha detto. Qualcuno gli ha fatto notare che il paragone non è così confortante come appare. Tra la cessione agli Usa e la fine di tre secoli di dominio spagnolo nel 1898 e l'indipendenza nel 1946 c'erano stati 48 anni di guerriglia e massacri, 44 anni di difficile occupazione americana. Finché si accorsero che l'occupazione giapponese era peggiore di quella Usa.
Ne parla Max Boot, un neo-conservatore doc, nel suo libro sulle Guerre selvagge della pace. Avevano invaso le Filippine e preso Manila quasi senza colpo ferire. Poi cominciarono i guai. «Malgrado i generali Usa, uno dopo l'altro, proclamassero la vittoria a portata di mano, i soldati americani continuarono a morire nelle imboscate, continuarono e venire tagliate le linee del telegrafo, ad essere attaccati i convogli militari. Tre anni e mezzo dopo il bilancio era di 4.234 morti, 2818 feriti tra le forze occupanti. Secondo le stime dell'Us Army, c'erano state 200.000 vittime tra guerriglieri e civili filippini. «Agli Stati uniti e alle Filippine» il britannico Rudyard Kipling, che pure cantava l'imperialismo, dedicò l'angosciato poema sul «Fardello dell'uomo bianco». L'americano Mark Twain ne fece invece un esempio delle catastrofi dell'imperialismo incompetente. «Siamo finiti in un pasticcio, un pantano in cui ogni nuovo passo rende immensamente più difficile districarsene. Vorrei proprio vedere cosa ne caveremo e cosa porterà alla nostra nazione», scrisse. Nel saggio «Alla persona che siede al buio», immaginò cosa dovevano pensare i filippini: «Ci devono essere due Americhe: una che libera lo schiavo oppresso, e una che allontana la nuova libertà da lui, ci attacca briga e lo uccide sulla propria terra». Per portare ordine e civiltà avevano fatto ricorso a tutto il campionario che si sarebbe ripetuto nei molti Vietnam successivi: terra bruciata attorno ai guerriglieri, villaggi incendiati e saccheggiati, torture, deportazione forzata di intere popolazioni in «zone protette», fucilazione di chi si azzardasse ad uscirne senza lasciapassare. «Mi sono inginocchiato e ho pregato Dio onnipotente perché ci guidasse... Non avevamo altra scelta che educare i filippini, risollevarli, civilizzarli e cristianizzarli», disse l'allora presidente William McKinley. Un secolo dopo, la guerriglia islamica moro, lungi dall'essere «benevolmente assimilata», offre una delle principali basi ad Al Qaeda nella regione dagli quei libri così fragili.
Certo Bush non intendeva dire che auspica che finisca come nelle Filippine, la tragedia continui per un altro mezzo secolo. Nessuno può augurarselo. E nemmeno fare agli iracheni quello che avevano fatto a filippini e vietnamiti. Anche se ieri ha dichiarato che il vero «pericolo in Iraq è che qualcuno crede che siamo molli, che la volontà degli Stati Uniti può essere scossa dai suicidi», insomma che la soluzione sarebbe essere un po' più duri e cattivi. Ma l'uso incauto delle analogie storiche fa temere che non abbiano ripassato bene la storia. E nemmeno le altre discipline. Sono andati in Iraq senza la minima idea di cosa fosse, quanto fosse complicato, cosa li poteva aspettare. MacArthur aveva al seguito molti che parlavano giapponese, a Baghdad gli mancano persino gli interpreti. Non sono i soliti «antiamericani» a rimproverarglielo. Le accuse più pesanti in questo senso all'attuale amministrazione Usa sono venute da esponenti del puro establishment, come lo storico Arthur Schlesinger.
Il giudizio più duro che abbiamo letto quello del columnist del New York Times Paul Krugman, secondo il quale «l'ignoranza di Bush potrebbe riflettere la sua mancanza di curiosità». «Il miglior modo di avere notizie è averle da fonti obiettive. Le mie fonti più obiettive sono i miei collaboratori», lo cita. Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney? «Imperatore, vestiti», il commento in due sole parole.
Hanno ignorato i consigli degli «amici» come Putin, che continua a ripetergli che rischiano di impantanarsi come i sovietici si erano impantanati in Afghanistan, dopo un'invasione lampo durata poche ore e un'occupazione incubo durata dieci anni. Gli avvertimenti di Jacques Chirac, l'erede di Charles De Gaulle che se n'era dovuto andare dall'Algeria (curioso che poi al Pentagono abbiano deciso di far proiettare agli ufficiali destinati all'Iraq il film sulla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo). La lezione dei britannici, che l'Iraq lo avevano inventato, messo insieme con le migliori intenzioni e le profonde conoscenze della signora Gertrude Bell, il «cervello» di Lawrence d'Arabia, salvo poi accorgersi che tenere sotto controllo il labirinto etnico e tribale era molto più difficile e sanguinoso che conquistarlo ai turchi. La differenza tra «liberazione» e «occupazione». Ma soprattutto, cosa molto più grave, la propria stessa storia.
L'analogia tabù resta il Vietnam. E non perché a Baghdad possa finire come a Saigon. E il deserto trasformarsi in giungla. Perché, come ebbe a scrivere un membro del Consiglio di sicurezza nazionale tra 1961 e 1967 «in primo luogo al governo americano mancava qualsiasi conoscenza del Vietnam e dell'Indocina». Non avevano la minima idea di cosa fosse per loro il «nazionalismo», non sapevano che i vietnamiti avevano combattuto i cinesi per 1500 anni, o che la guerra ai francesi era iniziata il secolo prima. E ne uscirono con le ossa rotte, non tanto perché avessero «storicamente» ragione i loro avversari, o questi fossero militarmente più capaci, o perché i generali si affrettavano a dichiarare vittoria quando già avevano perso (il primo articolo di giornale che ricordo, letto da bambino, spiegava come col piano dei villaggi fortificati avessero sgominato il vietcong), ma semplicemente perché non avevano idea di dove si trovavano.
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