Miti & mondezza
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di Beatrice Corato
[da Una donna per amico]
Ognuno ha la sua definizione di mito.
La mia è semplice, una persona di sicuro talento che dà il meglio e oltre le sue possibilità pur mantenendo intatta la propria dimensione umana.
Come Alfredo Casasco, per esempio.
Lui è il numero Uno dell'angiographie terapetique mondiale. Una tecnica per la risoluzione di mille e uno problemi dei vasi cerebrali, uno che ti manda il navigator nelle vene del cervello e attraverso un monitor lo dirige fino al punto della lesione per curarlo a seconda del caso.
Uno scienziato dal volto umano.
Quando fu che lo vidi per la prima volta a Perugia, in Italia non s'era ancora mai sentito parlare di questa nuova scienza, oddìo, neanche adesso a dieci anni di distanza i neurochirurghi continuano a spaccare i cervelli come cocomeri rimandandoti a casa come un vegetale, se ti va bene, anzi se ti va male, morto sarebbe meglio.
Un'oretta di lezione e mi convinsi che il destino non poteva aver scelto per me una soluzione migliore, lo sentivo parlare e dentro di me mi benedicevo per essere scappata dai neurochirurghi.
La mattina dell'intervento, che ci vedevo niente e alle otto sono praticamente in coma, ero fuori della sala operatoria, si fa per dire, a Neuroradiologia del Monteluce di Perugia s'erano fatti tutto da sé, perfino il lettino movibile, si era in tempi di pionieristica, l'ospedale non aveva fondi né si sognava di chiederli alla Regione figuriamoci, angiographie terapetique, neuroradiologia interventistica chi erano costoro...
Ero lì, che pensavo tra me e me ch'ero la prima cavia in Italia per un esperimento del genere, a istinto mi fidavo di Casasco, mi fidavo di Parigi culla della nuova scienza, però la paura è paura. A un tratto una voce tranquilla mi fa: come stai? A cazzo di cane, rispondo, sempre gentile io di mattina presto, al tizio vestito di verde che s'era appoggiato alla parete vicino a me. Non ti preoccupare, sarà una passeggiata mi disse il tizio che mi pareva un infermiere, io feci sgrunt e lui continuò a parlare con la sua voce tranquilla, neanche fossimo amici da una vita. Pensai: sono gentili questi perugini, gentili e civili, neanche rilevai che "l'infermiere" non aveva per niente l'accento umbro, neanche riconobbi l'accento francese.
Finché la voce calda di nevia Caputo, la mia angiografa personale che subito riconobbi, si rivolse all'infermiere gentile: professore, è tutto pronto. Andiamo bea, mi disse Casasco prendendomi per mano. Entrammo insieme che mi veniva da ridere, avevo parlato per un dieci minuti buoni con quello che avevo scambiato per un infermiere cordiale e che ribattezzai lo scienziato dal volto umano, un amico che per i successivi dieci anni ovunque fosse e qualunque guaio mi capitasse subito mi risolveva il problema.
Casasco viene una volta al mese in Italia, di solito al Silvestrini di Perugia dove finalmente hanno attrezzato una sala megafantastica e dove la sua angiographie terapetique ha dato risultati da letteratura internazionale, come si direbbe in gergo. Ma ho visto altri suoi "discepoli", si fa per dire, in altri nosocomi italiani, che hanno tirato su un non so che di boria che non vi dico. E sempre il destino che me li mette tra i piedi, anni fa in un ospedale romano trovai una specie di morto ammazzato "lavorato" da uno di quei suoi vice che aveva messo su boria e che tuttora non capisce un cazzo di quella scienza. Il morto ammazzato morì, naturalmente.
Quando fu che il tumore si mise a rompere i coglioni di brutto Casasco mi disse: tocca operare. Neanche morta, risposi.
Solo una persona speciale come lui avrebbe potuto convincermi, tranquillo, ma anche con voce ferma quella volta, mi disse che mi avrebbe mandato dal neurochirurgo numero Uno nel campo della microchirurgia mininvasiva, una passeggiata. Feci sgrunt e lui chiamò Udine, gli dettero l'appuntamento, fui costretta ad andare.
Miran Skrap faceva ambulatorio in ospedale, al Santa Maria della Misericordia, non ha mai posseduto uno studio privato. Ricordo che con Pupa ci guardammo disperate, non c'era neanche una segretaria, un cristo a cui chiedere, solo persone silenti sedute nella sala d'aspetto come fossimo dal dentista. Finché un signore gentile, vestito da medico ci disse che potevamo accomodarci. Quel signore gentile, poi diventammo amici, era un neurochirurgo del'equipe di Skrap, scoprii più tardi che a Udine si va direttamente al sodo senza tanti complimenti e infioriture.
Skrap ci ricevette con una stretta di mano cordiale, prese le lastre, le mise sulla diafanoscopia, in tre minuti risolse il caso, non capii un cazzo di ciò che disse ma dentro... dentro sentii che potevo fidarmi come la prima volta con Casasco.
Il dittatore dal volto umano, così battezzai Miran Skrap, nel darmi l'appuntamento per l'intervento accettò perfino che ci fosse presente Casasco, o non mi sarei operata. Non si offese, non battè ciglio, nessuna invidia, i Grandi collaborano e per niente invidiosi l'uno dell'altro pensano ad unire le proprie forze a fini scientifici oltreché umanitari.
Non lo vidi più Skrap, nel senso che non ho la memoria fotografica. Quando mi ricoverarono me ne stavo sulle solite scalette a fumare quintali di cicche che regolarmente buttavo nella tromba delle scale. Ogni tanto i miei s'alzavano di corsa e salutavano un medico che correva giù per le scale, io continuavo a parlare e a fumare, loro mi dicevano cavolo, non hai salutato il Professore! Non lo riconoscevo mai, lui mi guardava fumare e rideva.
A Neurochirurgia dell'ospedale di Udine l'intero reparto risentiva del polso fermo ma gentile del dittatore dal volto umano, quei giorni furono i più belli della mia vita tanto che quel reparto che ritengo essere il mio personale Centro di Neuroscienze lo ribattezzai Neurofreude, NeuroGioia.
La mattina dopo l'intervento me ne stavo per terra a cercarmi qualcosa da mettere perché stavo benissimo e non capivo perché dovessi restare a letto quando entrò un "dottorino" che mi parlò per un quarto d'ora buono finché finimmo per ridere insieme, pensai fosse un aiutante di non so che, un universitario insomma. Quando uscì chiesi alla mia vicina di letto il nome del dottorino perché me lo volevo segnare, non si sa mai. E quella tutta scandalizzata mi rispose: madonna bea, ma non hai riconosciuto il professor Skrap.
Non l'avevo riconosciuto.
Ero abituata ai neurochirurghi blasonati che prima di arrivare loro entravano i lacchè e ci facevano mettere tutti sul letto con le coperte sistemate perché stava arrivando il dio in terra.
Quando fu che Skrap mi dette il via libera per tornare a Roma gli dissi grazie. Lui mi guardò trasecolato, fors'anche un po' offeso. Io m'offesi a mia volta, che cazzo significa che io non possa dire grazie a un genio.
Nessuno l'aveva mai fatto fino ad allora.
Miran Skrap, il neurochirurgo che gli stessi Americani ci invidiano, numero Uno nel mondo nel campo dela microchirurgia mininvasiva, due centimetri di taglietto per tirar fuori un tumore di otto centimetri che il cervello ipercompresso ha fatto spoff appena l'hanno aperto, c'era di tutto là dentro, due ore dopo l'intervento m'hanno fatto mangiare sennò facevo un casino, tre giorni di ricovero e poi vai a casa neanche fosse un'ernia, Miran Skrap rientra nel Tutto E' Dovuto della mala sanità italiana, mala nel senso che la gente operata da lui esce dall'ospedale e neanche lo ringrazia.
Però se il mondezzaio di turno gli ha tolto un milione solo per la visita nello studio privato allora si sbracano per terra appena lo vedono passare contornato sempre dai suoi miserabili lacchè.
Alleluia!
Il bello è che se il mitico Skrap leggesse queste righe s'incazzerebbe come una iena. Lui ritiene di aver soltanto adempiuto ai suoi obblighi professionali, m'accusa di enfatizzare e insomma alla fine l'ho disconnesso perché orso com'è non accetta che si parli di lui nei termini con cui ne sto parlando.
Entusiastici? entusiastici.
Così gli ho mandato una maledizione che spero non lo colpisca poverino. Gli ho augurato di venirsi a dirigere un nosocomio romano, e poi vediamo se sono io che enfatizzo o lui che si mette a sparare raffiche di mitra!
Vaffanculo Miran Skrap, ti piaccia o no per me resti un mito. E mo' te l'ho detto in pubblico.
Tante ne ho conosciute di persone che la gente normale definirebbe vip e che per niente da vip si comportano. Da Gianni BigMinà che quando lo incontri sembra che ti sei lasciato ieri e continui il discorso da dove l'avevi interrotto. Ai fratelli Montezemolo il cui fratello minore Daniele m'insegnava che i soldi si fanno risparmiando e io lo sfottevo ridendo: intanto io scendo al bar, tu metti pure da parte i tuoi soldi io al caffè non ci rinuncio. Si era amici, si lavorava assieme, tali caporali dei miei coglioni, gente Rai che entrava nella mia stanza senza neanche salutarmi non aveva la gentilezza riconoscente dei Montezemolo. E poi Beppe Grillo, un ragazzo come noi che ti metti lì spalle al muro a chiacchierare del più e del meno, dopo uno spettacolo entusiasmante, e mi dà perfino la data di nascita così da poter verificare che c'è sempre qualche pianeta in Acquario tra la gente che vale e che per niente si monta la testa. E Branduardi, Guccini, i mitici Rolling Stones, Gianni Morandi, i Cure, Cocciante, quanti non me ne ricordo più e Venditti al quale fregai la Mercedes 190 con la scusa che c'era il vigile, invece andai a farmi una sgommata che col servosterzo per poco m'ammazzo e quando gli riportai le chiavi per poco s'inginocchia grazie bea, cosa farei se non ci fossi tu (cosa avrei fatto IO se gli avessi riportato la macchina distrutta porca eva!).
Un grande, grandissimo Carmelo Bene, eravamo ragazzini al Beat 72, rimase tale e quale, forse solo un po' più incazzato, sempre più deluso da questo mondo di fintoArtisti.
Quasi tutti gli artisti sono gente tranquilla, per niente montata anzi, hanno sempre bisogno di qualcuno che li rassicuri. Come tutti i campioni veri, e dio sa se ne ho frequentati, dai mitici tennisti teste di serie negli anni settanta ai campioni NBA del basket nostrano che si chiamano Lorenzon, Della Valle, Brunamonti, Polesello, Gilardi, Marzorati il mio mito assoluto, Valerio Bianchini e Julio Velasco che quando gli strinsi la mano per poco svengo, entrambi avevamo coniato la stessa frase senza saperlo: gli occhi della tigre. Un campione o tira fuori gli occhi della tigre o non è un campione.
E se proprio vogliamo parlare d'altro ricordo padre Tarcisio Piccari, postulatore generale dei domenicani, uno che faceva l'avvocato del diavolo nelle cause per santificare la gente. Un dottore della Chiesa insomma. E padre Capaccio, lui addirittura lo andavamo a trovare al Sant'Uffizio, il grado più alto dei tribunali ecclesiastici. Con loro era bellissimo discorrere di Dio e di Satana e con la semplice Logica provare a distruggergli la dottrina che difendevano. Non ce l'ho mai fatta, i preti sono bravi caspita, ma quel che ricordo di loro è la semplicità, il rispetto con cui ascoltavano le mie tesi per poi produrre la propria antitesi, alla sintesi non ci arrivavamo mai, ma insieme si rideva e quanto si rideva, quanto ci si stimava.
Ricordo un grande colonnello Ruggero Placidi, anche lui oggi non c'è più. Dirigeva la Polizia Giudiziaria dei Carabinieri di via Mentana, io entravo bestemmiando e lui ti veniva incontro sorridendo, e non era per niente un fesso, era soltanto dotato di un'intelligenza sopraffina e una carica umana incredibile. Agli altissimi livelli i Carabinieri sono gente speciale, per me restano miti come il colonnello Placidi, un democratico vero.
Ricordo il mio più caro amico, anche lui non c'è più. Ivan Graziani che per primo mi insegnò quel che vado scrivendo, e cioè a riconoscere tra caporaletti marchettari e gente che vale. Per vent'anni le sue parole m'hanno risonato nella capoccia e adesso posso dire di aver tirato le conclusioni.
Chi vale non si monta mai la testa.
Chi vale non va al Costanzo Show ad autodefinirsi artista senza aver letto un libro vero o aver fatto un minimo di studio dell'arte che dice di possedere.
Chi vale neanche lo sa di possedere un talento da paura.
Semplicemente svolge il suo lavoro come direbbe Martin Luther King, ovvero se spazzasse la strada la pennellerebbe come Michelangelo ritoccava i suoi dipinti, al meglio e oltre le sue possibilità.
Chi vale sfida se stesso e non certo il vicino di banco.
Chi vale s'incazza pure se gli dici bravo, o si vergogna come se gli stessi dicendo vaffanculo, perché una cosa l'ho imparata, ed è vangelo per me: il professionista, l'artista, l'uomo di cultura vera non perde mai la sua dimensione umana.
E allora parliamo di vib e di blogstar.
Siamo addirittura arrivati alla moda dell'ho conosciuto il blogger come mi sento realizzato...
Noi ci conosciamo in parecchi ormai, e semplicemente amici ci definiamo.
No, non parliamone.
Di fronte al ricordo dei miti veri che m'hanno reso meno amara la nottata non voglio amareggiarmi di nuovo.
Ognuno tiri le proprie conclusioni.
Io le mie le ho tirate, e adesso ci parto, col pregiudizio.
Nessun rispetto più devo a chi per primo non rispetta me.
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