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In nome di Dio
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di babsi jones

da exju.org weblog (segnalato da Zu)

la battaglia di adel smith è legittima. restare inchiodati ad un decreto regio del 1923 non è indicazione di grande evoluzione, diciamocelo: il vaticano conficcato in pieno stato come un paletto di frassino nel cuore d’uno zombie non garantisce la laicità della comunità, ed un paese che manca di senso laico è disequilibrato. come si conciliano gli articoli 7 e 8 e lo stradominio culturale cattolico, in italia, ce lo si chiede da quando il papa ha fatto sommo ingresso in parlamento, con baciamano e plauso di sinistrini, sinistrati e sinistrorsi che, pur di non mollare la poltrona, si accosterebbero persino a un esorcista. la battaglia di adel smith, del quale non sono condivisibili né i toni né i fondamentalismi (che fanno ancora tenerezza solo perché sono quelli di una minoranza: quando saranno maggioranza, se mai lo saranno, faranno orrore), è legittima e ragionevole. la battaglia di adel smith, però, preme un pulsante nel banco-memoria collettivo, risuona un campanello da qualche parte in un archivio emotivo, forse personale, e si apre il folder jugoslavia.

si apre sul massacro: tre déi, distanti in un olimpo virtuale, che osservano i loro ardimentosi figli scannarsi in nome d’una moschea e d’un campanile, croce e mezzaluna, due gesùcristi differenti, lo scisma e le crociate. credere in dio ha il sapore d’una scelta intima ed individuale, forse una debolezza, forse un banalissimo gioco di specchi. credere in dio può essere un arricchimento: quando diviene una prescrizione di massacro è tempo di domandarsi che faccia, che nome hanno i sacerdoti che somministrano il dio ed i suoi sporchi sacramenti, e che lo amministrano con grande senso del potere; tempo di domandarsi se nelle mani tengano il libro della fede o un mucchio di quattrini per cui varrà la pena di mandare al fronte i citrulli credenti mutati in tagliagole. la jugoslavia, quando si dibatte di crocefissi al muro e di diritto alle moschee, di uniati e di prescelti, è punto nevralgico e luogo terminale: guerre civili più recenti a parte, fare da crocevia a tre religioni e mezza per duemila anni non incoraggia certo la concordia. fra i pacifisti ai tempi di sarajevo sotto assedio, o poco dopo, girava un ritaglio di giornale, l’immagine scattata in bianco e nero di tre libretti vicini sopra una bancarella: un vangelo ortodosso, uno romano, ed una copia, in serbocroato, del corano. la si sfoggiava, la fotografia, come ostentando un buon auspicio. a me sarebbe sembrato un segnale positivo poter ritrarre sulla stessa bancarella la copertina più misera de “l’esplosione delle nazioni” di nicole janigro, che scrive, citando christa wolf:

“non trovo un solo misfatto a cui ho assistito negli ultimi tempi, in relazione al quale io non abbia capito entrambe le parti. non scusato, questo no, ma capito. gli esseri umani con il loro accecamento. questa coazione a capire mi sembra un vizio da cui non riesco a liberarmi, e che mi isola dagli altri.”

(ecco un ottimo acquisto: nicole janigro, l’esplosione della nazione, feltrinelli, 6.71 euro)

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