Il caso Pecorelli e l'assoluzione di Andreotti
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di Valentina Tampellini
Chi ricerca la verità in tutte le vicende non può soffrire di fronte ai continui rimpasti e alle molteplici reinterpretazioni dei fatti che hanno preceduto l'assoluzione dell'onorevole Giulio Andreotti in merito all'omicidio Pecorelli. Leggendo i quotidiani e seguendo i vari talk show politici televisivi si coglie nitidamente questo torbido rimescolamento di fatti, date ed intenzioni, allo scopo di pugnalare le varie fazioni politiche e non di raggiungere la verità.
È una constatazione che ferisce e che umilia storici, politici, Commissione parlamentare Antimafia e magistrati, nonché i semplici cittadini. Ascoltando le recriminazioni della maggioranza, e di tutta la compagine ex-democristiana, pare che la verità stia da tutte le parti e in nessun posto.
D'altronde la lezione dei contradditori eloquenti iniziò quando il ministro per le infrastrutture e i trasporti Pietro Lunardi affermò che a nostro malgrado dobbiamo convivere con la mafia, senza che nessun esponente di governo si fosse esposto per condannare questa assurdità, infamante un Paese che non accetta ricatti né terrorismo.
Seguendo la ruota, pare anche che chi si adoperò per la verità
sia un giustizialista politicizzato - come si accusa essere Violante -
anche s'egli è riuscito a dimostrare, con carte e testimoni alla mano, che
così non è. Ma per gli accusatori l'ex-presidente della Commissione
Antimafia si è rivelato un traditore, accecato dal potere e tentato di
ostacolare il corretto percorso delle indagini.
Da questa visione molto soggettiva delle cose permea che i veri carnefici - come ha sostenuto recentemente Bondi in Parlamento - non sono gli indagati (menzionati nei processi da testimoni e pentiti, dunque nomi che giravano in certi circuiti non per caso) bensì chi tentava di processarli, alla ricerca di quella
verità che sembra sempre più opportuno non conoscere o che è meglio
infanghi sempre qualcun altro.
La legge italiana tenta di regolare un meccanismo fragile come quello della giustizia, che si basa su prove concrete e che vacilla ogni volta che le stesse vengono perse, occultate o reinterpretate, perdendo la loro valenza di pietra miliare, di fatto storico e dimostrabile.
Se non si può dimostrare un evento, se non c'è un testimone a parlarne, esso non esiste, scompare dall'attenzione della giustizia e diventa illazione, invenzione. Il ragionamento, accettato dai più, non fa una piega. A pensarci però è terribile e decine di casi chiusi su indagati prosciolti perché impossibili da accusare concretamente - sebbene non estranei ai fatti - e su vittime sepolte senza assassini lo dimostrano.
Ci troviamo di fronte ad un sistema che per sua natura umana ha
dei limiti, e nemmeno tanto leggeri, dove indagati puliti da prove
incriminanti restano impuniti e uomini innocenti, incastrati in qualche
abile modo, pagano per altri: in tutti i casi non si celebra la verità
finale, ma la soluzione logica più accettabile.
Non si prenda questa considerazione come un'amara e pessimistica visione della giustizia italiana: casi di tal genere sono ancora, per fortuna, isolati, ma in una democrazia basata sul rispetto e l'equità, casi del genere non dovrebbero
esistere per niente e non dovrebbero minare pilastri importanti della
società.
Il caso Pecorelli fa parte di queste anomalie, poiché in esso predomina l'incertezza ed è stato chiuso non per una reale dimostrazione d'innocenza, ma per una difficoltosa dimostrazione di colpevolezza degli imputati. L'assoluzione di Andreotti è stata accolta con sollievo da tutti, poiché se si crede in un sistema giudiziario statale si accetta questo verdetto di "assoluzione per non aver commesso il fatto" che, tra i tanti suoi significati, comprende il salvataggio della moralità di decenni di governo democristiano e la riabilitazione di un intero partito, separando uomini di governo da individui mafiosi.
A conti fatti l'assoluzione riporta sollievo nell'animo di tutti, è innegabile, perché allontana dai palazzi di governo una minaccia oscura e lugubre di corruzione e interesse. Ma questo non basta, perché il nome di Andreotti fu pronunciato non da una persona qualunque e perché sono stati assolti tutti gli indagati, non solo i
mandanti: da questo lungo processo infatti ne escono puliti anche i
presunti esecutori.
E così, mentre il giornalista Mino Pecorelli, assassinato perché a conoscenza di notizie scomode, sta diventando un cadavere qualunque di una qualunque cronaca nera di paese, l'assoluzione dell'onorevole Andreotti assume il doppio profilo di occasione mancata della giustizia e di baionetta lanciata contro la giustizia stessa, perché il ricorso in Cassazione era basato su deboli arringhe e perché il verdetto finale ora si ritorce, con oscura legittimità, contro gli organi
parlamentari.
La verità in questo caso non c'è, e pochi italiani credono alla reale estraneità dei fatti dell'onorevole Andreotti come non tutti si ritrovano concordi sulla presunta malafede di Violante. A ben vedere ciò che conta ora, dopo la cicatrizzazione giuridica, sono le parole, armi a doppio taglio che classificano i politici tra intoccabili e carnefici, che aggirano la legge creando scappatoie legittime per il codice e impensabili per la moralità comune, che consentono di dare altri significati ai fatti.
Parole, parole, parole che coprono fatti, che si beffano dei fatti. A
nessuno sarebbe tornato utile mescolare Andreotti con la mafia così, tanto
per trovare un capro espiatorio, né alla destra quanto alla sinistra, né di
insistere su cavilli e protocolli se i processi sull'omicidio Pecorelli non
avessero fatto spuntare il nome dell'onorevole in circostanze sospette.
Quello che amareggia è che si continuino a negare i fatti, a cambiare le
carte in tavola ed ad usare un verdetto giuridico come rivalsa politica, ad
accusare di giustizialismo politicizzato chi si adoperò per capire chi
uccise Pecorelli e perché - peraltro attaccandolo con le stesse armi che
gli si sta accusando di aver adoperato. Perdonate la presunzione, ma a
buona parte dei cittadini quest'epilogo non basta, non convince, né riesce
a tranquillizzare la coscienza civile. Anche l'omicidio Pecorelli è entrato
di diritto nel gruppo dei grandi misteri d'Italia ed accende le micce
all'ennesima faida parlamentare.
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