Un Paese indifendibile
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da Giuda - il sito che non tradisce
Facciamoci una promessa: diciamo le cose come stanno: l’Italia è un paese indifendibile dagli attacchi terroristici. Non solo: con ogni probabilità, a causa del nostro intervento di pace/guerra/presidio in Iraq, della più volte affermata vicinanza con Israele e della nostra posizione geografica, è fortemente possibile che i prossimi ad essere oggetto di attacchi potrebbero essere i centri nevralgici e non del nostro Paese.
Chi pensava a una gaffe quando il Presidente del Consiglio diceva nel Settembre 2001 a Berlino che non è possibile mettere le due civiltà, occidentale e islamica, «sullo stesso piano» perché quella occidentale è superiore all’altra si faccia un esame di coscienza.
Quella era molto di più di una dimostrazione di superficialità, era una affermazione che suona ai terroristi come una giustificazione alle loro azioni contro il nostro contingente a Nassiriyah, contro la nostra ambasciata. E suonerà come tale anche in futuro.
Differente è lo sguardo che dobbiamo stendere sulla questione medio orientale, sul perché ora gli integralisti islamici vedano anche l’Italia come un nemico. Non è una fatalità. Loro, a differenza nostra, non dimenticano. Non si tratta di un attacco indiscriminato, scriteriato. E’ la conseguenza di una serie di scelte politiche espresse dai nostri eletti, gli stessi che ora vogliono tranquillizzarci sulla nostra sicurezza.
Fermiamoci a riflettere: contro i carabinieri hanno mandato un camion imbottito di esplosivo, contro l’ambasciata italiana un missile. Vuol dire che una organizzazione ha caricato un camion di esplosivo, prendendolo da un deposito e lo ha pilotato fino al luogo della strage. Significa che qualcuno è andato comodamente in giro con un lanciamissili o un mortaio, ha preso la mira contro la nostra ambasciata e ha premuto il grilletto. Non ci vengano a raccontare che le forze alleate hanno il controllo del territorio.
Non voglio entrare nel merito della collocazione in politica estera della maggioranza, non sarà certo un articolo su un sito sperduto ad avere importanza. Mi limito a constatare che qualsiasi persona lungimirante avrebbe dovuto mettere in conto qualche morto in Iraq e una qualche reazione cruenta nei nostri confronti nel momento stesso in cui si è poggiato il piede in Iraq.
La violenza non nasce mai dal nulla, è una reazione ingiustificata ma prevedibile. Cosa sentiranno gli integralisti nei nostri confronti? Pensiamoci. (http://www.lyricsfreak.com/d/depeche-mode/39413.html)
Meno che in Iraq, ma non credo che si sia al sicuro a casa nostra. Un aeroporto, una stazione, un centro commerciale: se un giorno decideranno un attacco terroristico o i servizi segreti – notoriamente efficienti come un cespuglio di muschio - ne anticiperanno le gesta oppure i due poliziotti aggiunti di guardia alla banca o quelli al palazzo rappresentativo salteranno in aria come tutto quanto sarà accanto.
Troppi sono i punti di snodo dell’economia, i luoghi fisici possibili. Se la storia ci insegna qualcosa, non colpiranno i monumenti. Ma tutto il resto? Possiamo chiederci, ragionevolmente: Se, Dove, Quando.
Non facciamo finta di non sapere perché.
Spero che la famosa luce nella Presidenza del Consiglio - finalmente - si accenda. E che almeno per una volta non si tratti di una lampadina.
O del solito, vecchio, televisore.
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Riporto l'ultimo passa di un bell'articolo di Marco Buscetta
(http://www.triburibelli.org/sito/modules/news/article.php?storyid=737)
La guerra permanente è una forma della politica che va rimodellando le nostre vite quotidiane secondo lo schema della minaccia e della protezione, tanto più indistinta la prima quanto più indiscriminata la seconda. La retorica patriottica di questi giorni, a un pelo dal riesumare, la temibile esaltazione del pro patria mori, è interamente prigioniera di questo universo simbolico. Si dice, anche a sinistra, che abbandonare il campo in Iraq sarebbe una sorta di diserzione. Ma a volte è proprio alla figura ambivalente del disertore, invisa a ogni potere, che siamo debitori della salvezza e della libertà. E' infatti proprio questa figura, persino nelle sue espressioni più egoistiche, a segnalare il confine tra ciò che si può chiedere e ciò che chiedere non si può, a porre un limite indiscutibilmente umano all'ideologia, alla lealtà e perfino alla fede."