Chi vuole veder morto il giornalismo
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di CARLO BONINI e GIUSEPPE D´AVANZO
[da la Repubblica del 1/2/2004]
Con molta sollecitudine si sta dichiarando in Italia la morte del giornalismo. Sembra che si prenda atto del decesso addirittura con un sospiro di sollievo. Si chiude con soddisfazione, dopo trent´anni dallo "scandalo Watergate", quella stagione liberale che attribuiva all´informazione la funzione di "guardiano dei poteri". Una maledizione che, a quanto pare, finalmente ci si può gettare alle spalle. Anche la vecchia "zietta" della Bbc non ha rispettato le regole e si è rotta le gambe e quindi che cosa resta? Aria fritta. Manipolazione. Poco importa se il "rapporto Hutton" è considerato dai più alquanto compiacente con gli interessi di Tony Blair. Nulla importa se l´opinione pubblica inglese, per la gran parte, è con la Bbc e continua a chiedere, come e con la Bbc, a Mr. Blair: «Spiega, per favore, sulla base di quali evidenze di una minaccia nucleare hai trascinato il Paese in guerra».
In Italia, tutto questo diventa occasione per il consueto, stanco canovaccio. In prima fila, con violenza ma senza ipocrisia, ci sono coloro che, come Giuliano Ferrara, pensano che il potere sia uno e non plurale. L´unico potere legittimo, secondo costoro, è quello investito dalla volontà del popolo. Disprezzano ogni potere neutro e di controllo. Anzi, definiscono i poteri neutri «cosiddetti». Figurarsi che considerazione possono avere per un´informazione che ha la pretesa di controllare quell´unico potere legittimo e addirittura «tende a sequestrare gli attributi della sovranità». Fin qui, nessuna sorpresa.
Questi argomenti sono tutti iscritti nella declinazione dell´equilibrio tra i poteri avviata dal neo-populismo italiano.
La sorpresa è nelle voci che si affollano intorno al processo alla Bbc. Se ne leggono di tutti i colori. C´è un americanista, per dirne una, che invoca per la stampa «limiti che la fermino», dimenticando che il Primo emendamento della Costituzione americana vieta al congresso di approvare leggi che restringano la libertà di informazione. Anche professionisti che sono l´eccellenza del nostro mestiere sembrano sottovalutare la natura strumentale del processo alla Bbc in salsa italiana. C´è così chi attribuisce la crisi di credibilità dell´informazione anche a una «stampa superficiale, vanitosa, interessata». C´è il nostro amico Francesco Merlo che, per un´ostinata passione del paradosso, sostiene che la batosta della Bbc è un «bene per il mestiere, per la politica e la verità», perché «liquida la retorica dell´andare a vedere». Sembra a Merlo che bisogna rilanciare «il giornalismo fatto da seduti»: «A volte è meglio aver letto Dickens e Maupassant, piuttosto che essere andati in giro a caccia di scoop».
To scoop significa "scavare" e di qualche scavo - per stare all´oggi e al difficile lavoro che stanno affrontando decine di cronisti - hanno bisogno i risparmiatori italiani truffati con il default Cirio e Parmalat. Ci sembra.
La verità è che questo dibattito domestico è piccino. Odora di tinello. È autoreferenziale e consociativo. Perché alimenta e ingrassa i populismi e gli stalinismi che imperversano nella cultura e nel senso comune del Paese: entrambi refrattari alla regola che può limitare il potere; ostili a quel sistema di checks and balances, di pesi e contrappesi, in cui si iscrive in una società liberale anche la funzione pubblica del racconto giornalistico. Il dibattito italiano corre il rischio di diventare, per questa strada, un alibi per ridefinire il rapporto tra informazione e potere, ovviamente a danno dell´informazione.
Che il "metodo Watergate" fosse bell´e finito, non è una novità. Dieci anni fa, lo ha spiegato, ragionandoci su, Rodolfo Brancoli in uno straordinario e accuratissimo saggio (Il risveglio del guardiano, Garzanti 1994). Quel che non convinceva più l´opinione pubblica americana era che quel "metodo" veniva riproposto all´infinito. Come se ogni scandalo avesse la stessa natura. Come se ogni scandalo o inchiesta dovesse essere affrontata con quello stesso approccio giornalistico, aggressivo e rumoroso. Gli americani vedevano, in questa routine, un´arroganza: l´arroganza dei media. E ne diffidarono.
La questione, che è sul tavolo da un decennio (lo ripetiamo), in Italia la si scopre soltanto adesso. Con opportunistica lena, la si ripropone ? crediamo - soltanto per mettere in ombra ciò che, nell´affaire Blair/Bbc, è ben più decisivo e importante. In quell´affaire il protagonista non è (non è innanzittutto) Andrew Gilligan, non sono i suoi trucchi né il narcisismo di un´informazione che vive di clamore. Protagonista dell´affaire è un servizio pubblico che non si inchina subalterno e servile al governo. Anzi ne verifica le mosse, le ragioni, le decisioni. E, quando i conti non tornano e i fatti non ci sono o non sono documentati, pone delle domande e pretende delle risposte. Quali che siano gli errori e la superficialità del lavoro di Gilligan o i mancati controlli dei suoi direttori, questa "verità" non può essere cancellata dall´evasivo e discutibile "rapporto Hutton".
Qui da noi, nessuno parla di questo se non, e purtroppo mai pubblicamente, i molti e i tanti giornalisti italiani che ogni giorno fanno il loro lavoro con onestà e passione e rispettando le regole. Chi ha preso la parola in questo dibattito preferisce al contrario dichiarare morto il giornalismo di inchiesta, un genere professionale che non c´è. Che, quando c´è stato, ha avuto i caratteri dell´occasionalità, della particolarità, dell´individualismo: Tommaso Besozzi che racconta la morte di Salvatore Giuliano; Andrea Purgatori e Daria Lucca che svelano le bugie del disastro di Ustica; finanche il Giuliano Ferrara, direttore di Panorama, che racconta le violenze sui civili dei militari italiani in Somalia? Episodi mai incoraggiati; parentesi mai diventate carattere distintivo di una storia, di una tradizione professionale; testimonianze mai promosse a routine di un "mestiere".
Dov´è in Italia il giornalismo d´inchiesta? Dov´è, in Italia, il giornalismo che non si accontenta delle verità ufficiali? Dov´è, in Italia, un´informazione che non pretende di conoscere la verità prima di aver accertato i fatti?
Si comprende la grassa soddisfazione di chi celebra il funerale della notizia. Liberati dalla necessità, che poi dovrebbe essere un dovere, di documentare decentemente i fatti, i gaudenti osservatori della (momentanea) crisi (inglese) del giornalismo di notizie possono sbandierare, in casa propria, l´unica pratica professionale che gradiscono e comprendono. È una pratica assai a buon mercato e, a noi, appare una funesta malattia, la peste, la tabe del giornalismo italiano: l´opinionismo.
Di destra o di sinistra che sia, o terzista un po´ di qua e un po´ di là, c´è un tipo di giornalista italiano (assai visibile, ma fortunatamente non maggioritario) che conosce sempre la verità prima di conoscere i fatti. Dei fatti nulla sa, nulla vuole sapere (pensate davvero che tutti coloro che in questi giorni strologano del "rapporto Hutton" abbiano fatto la fatica di leggerne le oltre 300 pagine a disposizione in Rete?). Il solo prodotto che ambisce di offrire a voi lettori è la sua opinione sapientissima. Massimo Bucchi ha scorticato questo vizio con una fulminante vignetta. L´omino pregava: «Dacci oggi il nostro parere quotidiano».
Il giornalismo ha sempre gli stessi ingredienti. Deve raccogliere senza pregiudizi degli elementi che possano ragionevolmente spiegare (spesso e purtroppo, parzialmente) come stanno e sono andate le cose, che cosa è accaduto, come e per responsabilità di chi. Per farlo con decenza occorre lavoro, tempo, onestà e la voglia di farsi venire dei dubbi e di affrontare qualche inimicizia (c´è chi, giornalista, si vanta di non essersi mai fatto un nemico in 25 anni di professione). Al contrario, l´opinionismo fa a meno dei dubbi, del lavoro, ma mai dei pregiudizi e degli ideologismi. È l´opinionismo che, a nostro giudizio, uccide il giornalismo. Non le notizie, non la ricerca paziente delle notizie, non l´ostinazione di farsi e fare delle domande, non gli infortuni che pure, lungo questa strada, ci possono essere. Peraltro, inciampa in un infortunio soltanto chi quella strada frequenta. E, se in buona fede, anche l´errore finisce per essere utile a migliorare la qualità della ricerca, non ad eliminarla, come sembrano pensare lor signori.
Mettiamola così. L´Italia non ha nulla da spartire con l´Inghilterra. Il giornalismo italiano nulla ha a che spartire con il giornalismo inglese. La Rai non è la Bbc e la notizia non è l´opinione. Volesse il cielo che l´Italia avesse un caso Blair/Bbc da discutere, anche in presenza della tragica morte di David Kelly e delle cronache "sexy" di Gilligan. Volesse il cielo che avessimo un giornalismo di inchiesta. Purtroppo, in Italia, il giornalismo rischia di avere sempre di più il volto e i modi di chi (una volta cronista aggressivo), dalle colonne di Panorama, house organ del premier-imprenditore, definisce il presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky «un azzeccagarbugli pronto a dare la patente di costituzionalità ad ogni operazione della sinistra, come a bollare di incostituzionalità ogni provvedimento del centrodestra».
Si attende di sapere se chi formula questa accusa ha mai letto un solo rigo dei libri scritti da Zagrebelsky. Se ha mai ascoltato una sua lezione. Se ha accertato con pazienza, quali sentenze della Corte costituzionale Zagrebelsky ha approvato e quali bocciato. Crediamo che l´attesa sarà inutile perché chi denuncia quella grave parzialità conosce già tutta la verità. Se il giornalismo si deforma in opinionismo, nulla poi deve essere documentato. I fatti non interessano. I fatti diventano cattivo giornalismo e nessuno chiederà conto a quel giornalista, come ad Andrew Gilligan, delle evidenze che giustificano quell´accusa così infernale per un "giudice di garanzia". Alleluja!
Viva il giornalismo. Viva l´Inghilterra. Viva la Bbc.
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In internet si possono anche trovare notizie ed articoli come questo:
Davos? Bush e Blair scaricati.
Venerdi 6 Febbraio 2004
c'era una frase che non mi ricordo bene cosa diceva... fecero un deserto e la chiamarono pace, fecero un cimitero e la chiamarono libertà, fecero schifo e la chiamarono democrazia.
Siamo nel 2004 ed hanno inventato da tempo i metodi dolci... per estrarre un calcolo dal rene fanno anestesia locale e microchirurgia in day hospital senza bisogno di tramortire , aprire, invadere, ricoverare, cateterizzare e far pesare sulla bilancia del contribuente le spese dell'ospedale, dei dottori, dei farmaci, delle infermiere e tutte le conseguenza post operatorie, l'assenza dal lavoro, la cassa malattia...
e quasi nessuno ha più i calcoli perchè non si beve più l'acqua calcarea, ma l'acqua buona di fonte, di montagna e quindi le malattie vanno prevenute, si possono prevenire e devono essere prevenute.
Blair e Bush ( e i loro predecessori) sono degli emeriti incapaci perchè risolvono i problemi in malomodo, non li sanno prevenire, e fanno schifo, ci costano un casino, sventolano dei conticini da prima elementare per dimostrare dei guadagno economici con le loro operazioni militari che però al contribuente ed alle economia costano cifre inverosimili,
la loro incapacità costa sofferenze disumane alle popolazioni e costi inverosimili al portafoglio (sempre delle popolazioni, mica il loro).
Davos? Bush e Blair incapaci, scaricateli per favore, la loro fermata è questa.
Domenico Schietti
Libera Associazione il Popolo
http://www.liberaassociazioneilpopolo.it/