Irshad, femminista col Corano
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di Adriano Sofri
[da Panorama del 1/3/2005]
Nata in Uganda e cresciuta in Canada, ha scritto un libro che è diventato best-seller negli Usa. Dove svela l'oppressione femminile nei paesi arabi, ma chiede anche più coraggio all'Europa.
Forse conoscete già Irshad Manji. È una giovane donna, nata in Uganda e cresciuta in Canada. Il programma di Oprah Winfrey l'ha proclamata donna dell'anno nel 2004, dopo che il suo libro era diventato un best-seller negli Stati Uniti. Irshad è ora nota anche da noi, e merita di esserlo di più, soprattutto grazie a quel libro: Quando abbiamo smesso di pensare? (Guanda 2004). Il plurale del titolo riguarda i musulmani e non era nell'originale (The Trouble with Islam, 2003). L'edizione italiana sottolinea il credo religioso con il sottotitolo: «Un'islamica di fronte ai problemi dell'Islam».
Esso segnala una differenza rispetto ad autrici o autori usciti dalla fede islamica, e anche da chi all'Islam è sempre stato estraneo: il confronto più immediato evoca Oriana Fallaci. Si riconosce un credito peculiare a un'autrice che appartenga all'universo culturale e umano che mette in discussione, che esponga in un solo intreccio i pensieri e la vita vissuta. Irshad mette avanti la propria vita con una franchezza audace e delicata: di donna musulmana e lesbica e militante. Conserva fieramente la propria qualità di musulmana, ma si prende il suo posto a parte. «Sono una refusenik dell'Islam». Ha il suo album di famiglia, simile a troppi altri: «La sera in cui mio padre mi rincorse per tutta la casa armato di coltello».
Anche lei ha intrapreso la sua personale, e a lungo solitaria e perseguitata, reinterrogazione del Corano. Perché l'obbligo della preghiera per le bambine comincia a 9 anni e per i maschi a 13? Perché nella moschea le donne non devono essere visibili? E perché quel velo obbligato? «Ripartivo schiacciata nella chioma e demoralizzata nello spirito, come se il preservativo che avevo in testa mi avesse salvaguardata da “attività intellettuali non protette''». Si ribella al Corano preso alla lettera, e vi cerca «un esercizio di libertà invece che di letteralità». Si stupisce dell'adorazione che studiosi e giovani americani ed europei dedicano a testi come Orientalismo di Edward Said, che a lei sembra «soffocare possibili visioni alternative dell'Islam». Intanto, «impara la sottile arte di amare le donne»: frase invidiabile.
Nei paesi arabi, o nell'Islam asiatico, si misura con le mutilazioni genitali, con le vittime di stupri lapidate per adulterio, con la lapidazione delle donne, che deriva dalle tradizioni tribali, e non dall'Islam, e tuttavia è stata accolta in troppi luoghi dell'Islam a braccia aperte. «In Tunisia e Algeria le donne non possono contrarre un matrimonio regolare al di fuori della loro religione. Gli uomini invece sì. Nella maggior parte dei paesi islamici lo stupro all'interno del matrimonio, quand'anche è riconosciuto, non è considerato un crimine».
Taslima Nasrin, scrittrice femminista e medico, esiliata dal Bangladesh nell'ospitale Svezia, le racconta che, come Irshad da piccola, non riusciva a capacitarsi di un Dio che sapesse parlare solo in arabo, e non in bengali; e che potesse essere pregato solo in arabo, quando nel mondo solo il 13 per cento dei musulmani è arabo. In Arabia Saudita riconosce il tribalismo del deserto che odia «la vita proteiforme dei bazar dei vicoli urbani», e ha confiscato la lettura del Libro. L'Arabia Saudita non ha mai adottato la Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite e pratica una discriminazione e uno sfruttamento razzisti nei confronti dei milioni di lavoratori immigrati.
«Nei tribunali arabi gli sciiti non hanno diritto alla difesa di un legale e sugli scranni dei giudici possono sedere solo i wahhabiti». Ricorda Irshad che le donne del regno saudita, che sono il 57 per cento, «non possono metter piede in un'aula di tribunale». Cita Ali al-Ahmed, direttore del Saudi Institute negli Stati Uniti, secondo il quale le donne saudite «in pratica godono dello status legale di un'automobile». Formula spiritosa, dato che l'auto non la possono guidare.
In Pakistan «una media di due donne al giorno muore per ”omicidi d'onore“ in cui, spesso, l'assassino uccide invocando il nome di Allah». In cambio, è prevista la pena di morte per chi, non musulmano, saluta dicendo as-salaam aleikom. In Iran, dove le donne avevano preso a ribellarsi lasciando uscire dal velo una ciocca di capelli, come la monaca di Monza, si confezionano «nuovi chador postrivoluzionari, da cui non spunta nemmeno un ricciolo».
«I musulmani» scrive Irshad «mostrano una pervicace forma di soddisfazione nel degradare le donne e le minoranze religiose». E così l'Islam tradisce il suo passato migliore. «Secondo Averroè, le capacità delle donne non sono conosciute perché sono relegate ai compiti della procreazione, della crescita dei figli e dell'allattamento. E, con grande lungimiranza, avvertiva i custodi della civiltà che trattare le donne come fardelli per gli uomini era una delle cause di povertà».
Più o meno il contenuto del recente rapporto Onu sulle cause dell'arretratezza araba, redatto da consulenti a loro volta musulmani e arabi. A Irshad sta soprattutto a cuore argomentare e promuovere l'importanza del microcredito alle donne imprenditrici. I suoi interlocutori primi sono i musulmani in Occidente: «La metà dei giovani arabi intervistati nel 2001 dalle Nazioni Unite ha dichiarato di volersi trasferire, e il loro sguardo punta con ansia verso ovest». Ma anche gli occidentali autoctoni, la loro miopia e la loro pusillanimità. La fatwa contro Rushdie «avrebbe richiesto dagli occidentali qualcosa di più di un timido girotondo contro la teocrazia».
«Non prendere il multiculturalismo alla lettera» dice Irshad Manji, con una bella espressione (non prendere niente alla lettera, insomma). Quanto al cattivo relativismo: «Europa, sei tanto affascinata dalle complessità della cultura da aver perso di vista le certezze della civiltà?».
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