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Logo 30.09.03

Tratto da una foto scattata dai miei occhi
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di Anna Maltese

[ Ho ricevo oggi tramite email uno scritto che volentieri pubblico]

In questo immenso che dura tutta una vita, un minuto così e non riesco più a parlare” (Pino Daniele)

Ieri sera per caso sono finita al teatro S.Barnaba a Valderice. Ci sono andata con il mio ragazzo. Sapevo di dover andare ad un concerto e invece mi sono trovata alla commemorazione della morte di Mauro Rostagno. Inaspettatamente quindi mi è stata presentata una persona che prima di ieri sera avevo sempre conosciuto solo per nome. Adesso è difficile dire cosa ho provato, ma di certo quest’evento mi ha colpita parecchio. Rostagno era per me solo un nome legato a vecchie manifestazioni scolastiche, uno dei tanti modi per perdere un giorno di scuola. Ma in realtà, il suo nome non era legato a nessuna immagine, non aveva contesto ne significato ben preciso.

Ma chi era Mauro Rostagno? Me lo sono chiesta veramente questa notte mentre guidavo per ritornare a casa. E le risposte mi sono giunte una ad una. È difficile parlare di una persona che si conosce figuriamoci di una che è morta da quindici anni. E pure, oggi mi sono messa in testa di fotografare nella mia mente l’immagine di un sorriso capace di parlare chiaro e forte. Ieri sera hanno trasmesso alcuni filmati riguardanti le vecchie edizioni del telegiornale, mi hanno colpito molto, per la limpidità delle sue parole, a differenza degli altri giornalisti lui aveva il dono di provocare un’emozione a chi ascoltava, era come se dicesse “Te lo racconto come se fosse una cosa mia, e renditi conto che è anche una cosa tua” Giornalista insolito dunque? Provocatore? No , uomo libero, uomo giusto, direi. Io che nell’incoscienza dei miei ventiquattro anni non riesco a farmi un’idea di ciò che Mauro Rostagno portava avanti, adesso però mi trovo riflettere su una serata di commemorazione in suo onore. C’erano i suoi amici, le persone che hanno condiviso con lui le storie, le lotte i commenti ambigui. A distanza di quindici anni sono riusciti a tracciare un profilo, nelle righe di versi sparsi che lo ricordano nella sua singolare giovialità, nelle canzoni dei Mistura che fra assordanti suoni portano il suo ricordo. Nelle foto indelebili che lo raffigurano vestito di bianco in sorriso capace di disarmare il più crudele dei killer. Si chiedono perché l’abbiano ucciso? Per mafia, per droga, perché era scomodo, perché faceva nomi? Ma che importanza ha questo adesso? Secondo me hanno fallito nell’intento di eliminarlo. Mi torna agli occhi una scritta vista tanto tempo fa su uno dei muri di Trapani :
Mauro è vivo
Si è vivo, lo credo anche io, lo si vede ancora nelle parole dei suoi amici, e negli sguardi di chi ieri sera è rimasto ad ascoltare il silenzio di pace che riflettevano i suoi occhi ….

Anna Maltese (27 settembre 2003 )

Logo 29.09.03

Intervista a Biccio blog
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di Pietro B.

Che ne pensi dell'attuale diffusione dei weblog in Italia? Qualcuno parla di declino degli stessi.

Tutte le novità, quando si trasformano in mode, firmano automaticamente la propria condanna a morte. Fa parte del perverso meccanismo dei media tradizionali che hanno bisogno di scolpire un inizio e di una fine di qualsiasi cosa. Certo, il fragore che circonda il fenomeno è certamente in declino, ma questo è un bene. A mio avviso siamo invece solo all'inizio di un percorso molto più lungo e complesso che aiuterà a porterà un po' di ordine in questo caos dantesco che è divenuto il world wide web.[...]

Qui il testo completo dell'intervista

Logo 28.09.03

Black-Out su tutta l'Italia!
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Questa notte dalle 3.20 tutta l'Italia senza energia elettrica a causa del distacco di una centrale estera francese che ha causato un effetto domino nel nostro paese!
Fermi anche i treni.
Si è salvata solo la Sardegna.
Occorreranno molte ore prima di ritornare alla normalità.

Il ministro Antonio Marzano, Ministro della Attività Produttive, non trova di meglio in un intervento telefonico al TG2 che prendersela con l'opposizione che non permette la costruzione di nuove centrali elettriche.
MA VAI A LAVORARE, VA'.

Mi chiedo, cosa è veramente successo?

In questo momento (ore 9:10) il sito de la Repubblica risulta essere irragiungibile.
Nota personale: Questa notte che impressione Modena al buio!

Logo 26.09.03

Telekom Serbia storia di una trappola
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di Carlo Bonini e Guseppe D'Avanzo

[da la Repubblica di oggi]

QUEL che segue è la storia di una trappola. Dei suoi protagonisti, delle coincidenze che vi si rintracciano, dei percorsi seguiti per costruire la diffamazione contro Prodi, Fassino, Dini trascinati dinanzi all'opinione pubblica come corrotti dall'"affare Telekom". È una storia che, se non fosse penosa, sarebbe grottesca perché, seguendone i fili, ci si potrà finalmente rendere conto di come (e in base a che cosa) esponenti della maggioranza di ritorno da Villa Certosa, residenza estiva del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (una coincidenza, senza dubbio), hanno potuto suggerire il coinvolgimento nell'affare del capo dello Stato. È una storia che sarebbe incredibile se non la si potesse documentare con le parole del presidente della Commissione d'inchiesta, Enzo Trantino, ritenuto "un gentiluomo". Una formula convenzionale che in Italia indica una persona dabbene e candida fino all'ingenuità. Vedremo se Trantino è l'uno o l'altro. O l'uno e l'altro.

La possibilità di mettere le mani su qualche brandello di verità muore presto in "Commissione Telekom". 8 gennaio 2003. Un "anonimo" indica alla Commissione di cambiare strada. "La pista da seguire non è quella dei mediatori Vitali/Maslovaric. Per trovare i politici, andate prima in Gran Bretagna e poi a San Marino...". Già nell'inchiesta di Repubblica (febbraio 2001), le mediazioni appaiono il modo - forse il solo - per sbrogliare l'intrico dell'acquisizione del 29 per cento della telefonia serba da parte di Telecom Italia. È una strada promettente che chiede la volontà del parlamento di fare luce, senza pregiudizi: è proprio l'ingrediente che manca per fare buona la minestra. Il fatto è che alla Commissione di Enzo Trantino, An, non interessa ricomporre il mosaico dell'affare italo-serbo con la fondatezza di fatti accertati con equilibrio. L'obiettivo della maggioranza e della Commissione è un altro: far girare le ruote di una trappola politico-mediatica, capace di distruggere immagine e credibilità del presidente della Commissione europea; del leader del maggior partito d'opposizione; dell'ex ministro degli esteri.
* * *

1. (Dove si dà conto di qualche bugia di Enzo Trantino e di un misterioso elenco di nomi)

Enzo Trantino appare pacato, a incontrarlo in veste ufficiale. Conversare con lui è anche piacevole, se si sa dimenticare l'eloquio retorico di cui l'uomo si autocompiace. Repubblica lo intervista il 21 maggio 2003. Il "presidente gentiluomo" ha voglia di dire, di spiegare. Ben venga. Sostiene che non è stato "un unico anonimo" a indirizzare i lavori di indagine della Commissione verso Igor Marini e dunque contro Prodi, Fassino e Dini. Dice che gli anonimi sono due: "È bene spiegare che i due anonimi ricevuti dalla Commissione parlavano dell'avvocato Fabrizio Paoletti e non di Marini. È stato l'avvocato Fabrizio Paoletti a farci il nome di Marini".

"I due anonimi...". "È stato l'avvocato Fabrizio Paoletti a farci il nome di Marini": sono due affermazioni che non corrispondono al vero. Quando Enzo Trantino si muove, ha in mano soltanto un anonimo (tra un po' vedremo anche chi lo ha spedito). È l'anonimo che giunge a Palazzo San Macuto, sede della Commissione, l'8 gennaio 2003. Invita i parlamentari ad allontanarsi dai "mediatori", dunque dalla sola traccia a disposizione della Commissione. All'anonimo è allegato la "prova" del percorso di quella tangente: il prospetto di un impegno di pagamento, attraverso lo Ior, di 36 tranches da 512 mila dollari su conti della Cassa di Risparmio di San Marino. Il prospetto è firmato dall'avvocato Paoletti.

Sono accuse di carta che risultano molto convincenti per il "presidente gentiluomo". Senza attendere il secondo anonimo (che arriverà soltanto il 4 febbraio, sette giorni prima del terzo, 11 febbraio), convoca Fabrizio Paoletti. Con urgenza. L'avvocato è interrogato il 14 gennaio. Il canovaccio della grande trappola è in questo interrogatorio. Nero su bianco. Pubblico e accessibile a tutti nel sito www. parlamento. it. Sono 17 pagine di botta e risposta che svelano la trama con le parole di chi è chiamato a condurla. Vediamo.

Se si tiene conto delle sue parole, Enzo Trantino non sa (è il 14 gennaio) chi è Igor Marini. Ne ignora l'esistenza e d'altronde il cacciaballe che lavora ancora come facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia apparirà al proscenio di San Macuto soltanto il 7 di maggio, quattro mesi dopo. E il pm romano, che di Marini si è occupato e su di lui indaga in quel momento, Beatrice Barborini, sarà ascoltata in commissione solo il 12 febbraio, un mese dopo l'interrogatorio di Paoletti.

Trantino mette le mani avanti: è stato Paoletti a fare il nome di Marini. Non è così. Quel 14 gennaio, a un Paoletti frastornato, viene mostrato il prospetto allegato all'anonimo dell'8 gennaio. Paoletti riconosce la carta, ne spiega la falsità, nega di avere conti a San Marino. Non fa nomi. Il presidente Trantino allora lo interrompe e gli chiede: "Lei conosce Marini Igor"? (pagina 29 della trascrizione ufficiale della seduta del 14 gennaio). Non è dunque Paoletti a fare quel nome, ma Trantino. Perché? Come fa il presidente a sapere, già il 14 gennaio, il nome che sarà "uomo chiave" o "uomo boomerang" dell'affare? Per quale divinazione Trantino conosce l'esistenza di "Marini Igor"?

Il presidente dunque bluffa. Non è il solo bluff. Altre favole e cabale devono essere nascoste dietro le curiosità del "presidente gentiluomo" perché le domande che egli pone a Paoletti si muovono con un background ignoto lungo un percorso incomprensibile, e non si tratta soltanto di Igor Marini. Viene chiesto a Paoletti se conosce il signor Questo o il signor Quello. Da dove saltano fuori quei nomi? Chi li ha suggeriti a Trantino e perché il presidente li suggerisce? Sostenuto da Carlo Taormina, Trantino chiede a Paoletti: chi è tal "D'Andria Renato"? Chi è "Rubolino Giorgio"? "Ha mai conosciuto tali Salvatore e Nicola Spinello?".? E Taormina, di suo, aggiunge: "Conosce tale Curio Pintus?". E poi: "Conosce Robelo, ambasciatore del Nicaragua in Vaticano?". (Ne sbaglia il nome, lo chiama Ropledo).

L'elenco di nomi stupisce e confonde. E' difficile trovare la ratio o le informazioni che spingono il "presidente gentiluomo" e l'avvocato con la passione per le manette (Taormina ha chiesto l'arresto di Prodi, Fassino e Dini) a rammentare questa rosa di nomi. Sarebbe un errore, però, lasciare cadere la circostanza. Proprio questi nomi raccontano chi sono "i manovali" messi in movimento da chi ha organizzato e coordinato la grande trappola. È sufficiente sbrogliare le biografie dei personaggi, evocati da Trantino in aula a San Macuto, per cominciare a intravedere un ordito.

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2. (Dove si spiega chi sono "i manovali" che incuriosiscono Trantino e da quale oscuro passato emergono)

Trantino chiede di Renato D'Andria. Chi è? È un commercialista napoletano. Il 10 luglio del 2001 gli investigatori della Dia (Direzione antimafia) lo arrestano perché sono in grado di documentare come l'uomo con il pallino degli affari, che truffava sui fondi Cee e voleva mettere le mani sulle autostrade cisalpine, chiedesse alla sua squadra "privata" di carabinieri (tra loro un colonnello e due sottufficiali) di costruire dossier falsi "contro imprenditori nemici, rivali in affari, rappresentanti delle istituzioni come carabinieri e magistrati", nonché uno scartafaccio diffamatorio contro l'allora sottosegretario al ministero dell'interno Massimo Brutti. Scrivono i magistrati napoletani che la "squadra" organizzata da D'Andria è "una intelligence deviata capace di penetrare nei gangli delle istituzioni ad altissimi livelli, inquinare le indagini, attingere informazioni riservate negli archivi dell'Arma, ostentare familiarità con i servizi segreti nazionali e stranieri". D'Andria - accerta l'inchiesta - ha avuto rapporti con il defunto "Arkan", la "tigre" serba responsabile di crimini contro l'umanità nel conflitto bosniaco. E ne intrattiene con l'eversione neofascista italiana (in particolare con Maurizio Boccacci, leader del Movimento Politico Occidentale).

"È una macchina da guerra - scrive la procura di Napoli - per abbattere il sistema e metterlo a tacere con campagne di stampa". Il "sistema" è il governo di centro-sinistra. Le "motivazioni" sono nella conversazione intercettata tra D'Andria e il "suo" colonnello dei carabinieri Pietro Sica. "La motivazione ideologica - dice l'ufficiale dell'Arma - è questa. Questi magistrati di merda a noi ci hanno sempre fatto il culo e noi siamo diventati loro nemici. Voi (si intende D'Andria) mi dovete dare questa collaborazione. Perché quelli che sono i futuri governatori d'Italia vogliono ovviamente conoscere tutto di tutti per sapere chi è affidabile e chi meno...".

E quel Robelo che rende inquieto Taormina? Lo si ritrova in un'indagine della Procura di Aosta del 1995. Alvaro Robelo, massone, è stato ambasciatore del Nicaragua in Vaticano, correrà per le presidenziali del suo Paese con un partito clone di Forza Italia. "Arriba Nicaragua", Forza Nicaragua. Ora, è interessante notare che nell'inchiesta di Aosta, il nome di Alvaro Robelo si intreccia con i commerci di Gianmario Ferramonti, personaggio singolare e dai singolari interessi, telefonicamente rintracciabile, in quel 1995, attraverso la "batteria" del Viminale.

La Guardia di Finanza accerta che Ferramonti va informandosi di presunte "partite di denaro libico trattate dalla signora Dini". Non solo. Intercettato, il 20 novembre 1995, è al telefono con Domenico Presacane. Parla di Romano Prodi. Della sua gestione dell'Iri. Della necessità di "portare in tribunale i libri contabili con i bilanci consolidati Iri". È il 1995. L'affare Telekom Serbia si chiuderà soltanto due anni dopo, ma Ferramonti, che racconta a Umberto Bossi di essere vicino ai servizi segreti, vuole già colpire il "grande traditore del ribaltone" (Dini) e il futuro antagonista di Berlusconi (Prodi). Potrebbe già bastare. E tuttavia la bulimia accusatoria ha reso impaziente Enzo Trantino. Pare che tocca a lui mettere in moto, presto, subito, la macchina dei sospetti. Il presidente squaderna un rosario di nomi ed è utile vagliarlo. Il "presidente gentiluomo" chiede a Paoletti il 14 maggio: "Ha mai conosciuto tali Salvatore e Nicola Spinello?". Chi diavolo sono? La risposta è negli archivi. Sono padre e figlio, sono massoni. Hanno fondato "Uniti nella libertà", una loggia spuria che - accerterà l'indagine che li porta in carcere - ha quale obiettivo il "condizionamento dell'attività parlamentare". Quando li arrestano, gli investigatori scoprono che nel 1991 Salvatore Spinello si è messo "a disposizione di Cosa Nostra per rimuovere Giovanni Falcone". La loggia degli Spinello, con un forte radicamento a Catania, si appoggia nella Capitale a una società, la "Pragma", in via Prati della Farnesina. "In quegli uffici - annotano i magistrati - si riuniscono settori deviati dei servizi segreti". Sulla testa del povero Paoletti, il 14 gennaio, Enzo Trantino fa piovere anche i nomi di Michele Amandini e dell'avvocato Vittore Pascucci. Su di loro, vale la pena ricordare quanto scritto dal pm romano Francesco Polino, che li manda a giudizio il 14 febbraio di quest'anno per una truffa che è la "madre" della balla da 120 milioni dollari cui si ispirerà Igor Marini nelle sue "rivelazioni". Amandini e Pascucci sono due truffatori, "impegnati a introdurre e impiegare nel territorio dello Stato italiano, falsi strumenti finanziari utilizzati per ottenere linee di credito dal sistema bancario". Nella storia di Vittore Pascucci, avvocato, c'è un altro elemento non trascurabile: è l'uomo che nel 1996 tenta di screditare Stefania Ariosto, testimone nei processi Previti/Berlusconi, accusandola di avergli consegnato "titoli falsi".

Si può ora tirare qualche filo perché appare finalmente chiaro che cosa unisce quei nomi evocati, come una scarica di fucileria, da Enzo Trantino. Gli elementi di identità in quelle storie oscure sono visibili e così evidenti da poterli quasi toccare. Il comune denominatore è in alcuni tratti: sono uomini alla rovina che non hanno più nulla perdere perché hanno già perduto tutto; sono truffatori che organizzano virtuali giostre finanziarie in giro per il mondo; si presentano come collaboratori dei servizi segreti, o forse in alcune occasioni lo sono davvero. Comunque sempre hanno un rapporto con ambienti del neofascismo, con gli apparati della sicurezza, spesso con la massoneria. Tutti hanno un passione irresistibile per i dossier falsi da usare contro gli avversari. Tra loro, c'è chi ha già svelato di volerne costruire contro Prodi, Dini, i governi del centro-sinistra, i magistrati, i testimoni sgraditi.

È forse giunto il tempo che Enzo Trantino spieghi per quale ragione, grazie a chi e a quali informazioni, propose quei nomi opachi a San Macuto. Dovrà spiegare, ad esempio, perché chiese di Giorgio Rubolino. Accusato dell'omicidio del giovane giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani, scagionato, diventato "operatore finanziario" (truffatore finanziario), arrestato a Londra, viene trovato morto nel suo appartamento in agosto. Pochi credono a una morte naturale o a un suicidio e la procura di Roma ha disposto la riesumazione del cadavere. Che c'entra Rubolino con Telekom Serbia? Perché Trantino è incuriosito da Rubolino?

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3. (Dove si spiega come dalla rosa dei "manovali" viene estratto il nome di Antonio Volpe)

Quel 14 gennaio, il primo nome in cima alle curiosità di Trantino è un tale che si chiama Antonio Volpe. Trantino chiede a Paoletti: "Conosce tale Volpe Antonio?". Paoletti risponde: "Sì, ha comprato il castello di una mia cliente ma non ha pagato il prezzo". Trantino insiste: "Con il signor Volpe ha mai curato transazioni finanziarie?". E Paoletti: "No, abbiamo tentato di occuparci di contratti".

Trantino (dice lui) ha in mano soltanto l'anonimo dell'8 gennaio: e allora da dove salta fuori il nome di Volpe? In quella lettera, nell'allegato prospetto finanziario non c'è. Dall'insistenza del "presidente gentiluomo" è ragionevole concludere che ancora una volta bluffi e che sappia di Volpe vita e miracoli e, soprattutto, disponibilità e intenzioni. È utile spiegare chi è Antonio Volpe (in questa pagine si potranno leggere alcune biografie dei "manovali" chiamati a raccolta a San Macuto).

Chi conosce Antonio Volpe è accanto a Trantino. Si chiama Guido Longo, è un ex capo centro della Dia, oggi incaricato dal Viminale a fare l'ufficiale di collegamento tra il Dipartimento di pubblica sicurezza e la Commissione Telekom. Guido Longo ha arrestato per mafia Volpe a Palermo. Sa che è un brutto soggetto. Sa che è un truffatore. Per questo, gli ha messo le mani addosso. Non è il solo guaio sul groppo dell'uomo.

In un'indagine della Procura di Roma, Antonio Volpe appare impicciato con Francesco Pazienza mentre lo spione piduista è impegnato a costruire, con la complicità di alcuni poliziotti, un falso dossier contro il capo della polizia Gianni De Gennaro e Luciano Violante, per costringere l'allora presidente della Camera a intervenire sui giudici di Bologna e riaprire il "caso Pazienza". Di dossier avvelenati, Volpe ha una buona esperienza. Nel 1993, quando lavora alla Camera dei deputati come "collaboratore per la sicurezza esterna" del presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere, Gaetano Vairo, viene accusato da Bettino Craxi di essere un mestatore. Scompare, ma non cambia mestiere. Nel '98 fonda a Roma l'associazione "White Helmets Europe", opaco "braccio europeo" di una fondazione madre con sede in Argentina. Nel comitato consultivo dell'associazione siede Loris Facchinetti, ex estremista di destra. E del resto, con una certa destra Volpe ha consuetudine. Non è un segreto la sua amicizia, dal 1989, con un altro estremista nero, Marco Affatigato. Alla "White Helmets" appartengono un centinaio di soci, per lo più ex uomini delle forze dell'ordine. Volpe, che ne è presidente, ama vantarsi di "lavorare con le istituzioni". Lo fa anche con l'avvocato Fabrizio Paoletti che conosce alla fine degli anni '90. Dice Paoletti: "Si presentava con un ufficiale dei carabinieri che diceva fosse suo fratello".

Sicurezza e truffe, a Volpe interessano anche quelle. Nell'87 è sotto inchiesta per falso monetario. Ancora nell'87, finisce in manette perché in possesso di falsi certificati di deposito. Nel '93, l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. Le caratteristiche necessarie per ricevere l'attenzione di Trantino ci sono tutte, dunque: truffatore internazionale, amico di qualche spione, finto spione egli stesso, calunniatore. Facciamoci raccontare le mosse di Volpe da un suo ex sodale: Giovanni Romanazzi, oggi a Bangkok, dove è riparato a fine giugno per sottrarsi - dice - alle minacce e alle ricadute di Telekom Serbia, a cui è estraneo.

Racconta dunque Romanazzi: "La mattina del 7 gennaio 2003 mi arriva una telefonata di Antonio Volpe. Un amico comune mi aveva avvertito che mi stava cercando urgentemente per notizie che mi riguardavano. Mi dice: "Ciao, come stai.... Ho bisogno di sapere cosa c'entri con la società Lannock, perché i miei amici, servizi e commissione, stanno indagando sulla società ed è spuntato il vostro nome collegato all'ordine di pagamento dello Ior che avevamo controllato tempo fa... Mandai immediatamente una mail di spiegazione".

Il significato della conversazione va decrittato. Cominciando con il ricordare quel pezzo di carta (il prospetto) arrivato in Commissione l'8 gennaio. Che prevede 36 tranches di pagamento da 512 mila dollari ciascuna in partenza dallo Ior e destinati a san Marino. Bene, il 7 gennaio, vale a dire il giorno precedente all'arrivo in Commissione dell'anonimo che aprirà la sconcia danza, Volpe dice di essere già al lavoro "con gli amici della commissione e i servizi" su documenti e società. Quali? Guarda caso esattamente quella (la Lannock) che figura nel prospetto finanziario dello Ior allegato all'anonimo dell'8 gennaio. Lo stesso che Trantino mostrerà a Paoletti durante la sua audizione. Dunque? Trantino ancora una volta non ha raccontato la verità e finalmente si comprende chi è l'estensore dell'anonimo che innesca la trappola. E' Antonio Volpe. Romanazzi offre un'ulteriore circostanza che sembra cancellare ogni dubbio: "Del prospetto finanziario arrivato con l'anonimo in Commissione giravano diverse copie. Una l'aveva Paoletti, un'altra il sottoscritto, un'altra Igor Marini e una quarta Antonio Volpe. Voi che dite, chi l'ha mandato?". Antonio Volpe, suggerisce Romanazzi.

Nel canovaccio della Grande Trappola, tutto sembra filare liscio. Paoletti è finito sulla graticola il 14 gennaio. Marini è apparso sulla scena il 7 maggio e ha avuto campo libero. Lo schiacciasassi delle "rivelazioni" si è messo il movimento. Nessuno, il 31 luglio, eccepisce, quando Volpe bussa a San Macuto vestendo i panni del mite ambasciatore incaricato di consegnare un dossier che "prova le accuse di Marini". Il Giornale lo intervista con clamore: è addirittura "il supertestimone".

Ma c'è un piccolo inconveniente in cui incorre Volpe, e i suoi mandanti non gliene saranno grati. In quello scartafaccio consegnato dal presidente degli Elmetti Bianchi, l'inserimento delle abbreviazioni "mortad." (Prodi) e "ranoc." (Dini) accanto a presunti ordini di pagamento è palesemente falso come ha accertato la Procura di Torino e come svela L'espresso oggi in edicola.

Bisogna ora riepilogare. La Commissione del "presidente gentiluomo", in gennaio è già pronta a utilizzare una serie di personaggi dalle stesse biografie e caratteristiche che possano (perché già lo hanno fatto in passato) costruire da un falso finanziario virtuale, organizzato a scopi di truffa, una calunnia politica. Da questa rosa viene estratto il nome di Volpe. Il suo giro aveva già pronto lo scartafaccio cartaceo di una truffa, nota agli investigatori come il "rolling program", programma di finanza virtuale per la raccolta di liquidità sulle piazze finanziarie. Era sufficiente trovare un testimone sufficientemente disperato da essere disponibile a dire che quei soldi virtuali (ovviamente inesistenti) erano una tangente pagata a leader politici (Prodi, Fassino, Dini). Il disperato lo si è trovato in Igor Marini, precipitato dalle promesse di una luccicante vita di conte-attore al facchinaggio in un mercato di ortofrutta. Il resto doveva essere lavoro dei politici della maggioranza in commissione e del sistema mediatico controllato dal Cavaliere presidente del consiglio. Il gioco era fatto. Perché le rogatorie in Indonesia e Stati Uniti, i paesi dove portava il falso virtuale, avrebbero impiegato mesi se non anni. Tempo sufficiente per un efficace, definitivo killeraggio politico.

Una banalità fa saltare il gioco per aria. Marini vede distrutte le prime tre balle (il piano di pagamento dello Ior; le garanzie su titoli di un ordine ecclesiastico inesistente; la negoziazione di una garanzia per un rubino depositato a Jakarta). Punta allora tutto sulla quarta e piazza 120 milioni di dollari (la consistenza della tangente presunta) nell'unico luogo da cui doveva star lontano. Il Principato di Monaco. Qui, sono al lavoro un paio di giudici, che alle rogatorie danno risposte in pochi giorni. Se non, a volte, il giorno stesso: il principe Ranieri non vuole truffatori tra i piedi a rovinare la sua ricca piazza finanziaria. La Procura di Torino può così accertare rapidamente che Marini ha mentito su tutto.

Lasciamo quindi quel povero cacciaballe al suo destino. Non è più lui al centro del viluppo. Al cuore della storia c'è a questo punto una domanda: chi, alla fine del 2002, invita a raccolta calunniatori professionali, pescati in ogni angolo di Italia? A Palermo, a Torino, a Roma, a Napoli, La Spezia?

* * *

4. (Dove si racconta qualche coincidenza e ci si chiede se cinque coincidenze fanno un indizio o soltanto una somma di coincidenze)

Renato D'Andria è al lavoro a Napoli e a Torino. Antonio Volpe si muove a Palermo e nella Capitale. Curio Pintus (è un altro dei nomi cari a Taormina, vedi scheda) lo beccano a Lucca e agisce a Milano. Giammario Ferramonti si aggira nelle valli della Lega e lo si vede nei dintorni del Viminale. È ragionevole chiedersi quali sono le connessioni tra questi uomini, chi può aver fatto da nesso o collegamento. Difficile resistere alla suggestione delle coincidenze.

Carlo Taormina è egli stesso una deliziosa coincidenza in quest'affare. Difende come avvocato D'Andria. Lo fa minacciando: "Il mio assistito ha parlato degli interventi anomali nell'accaparramento degli appalti che riguardano la sinistra, di una grossissima operazione di pochi anni fa che riguarda l'Iri. Molte persone devono preoccuparsi" (Milano, 19 luglio 1999). Taormina è il difensore di un imputato (Roberto Fracassi) del falso "dossier Violante" in cui è stato indagato Antonio Volpe. E' avvocato dell'imputato Giuseppe Di Bari nel processo per la truffa virtuale nel Principato di Monaco a cui si ispira Igor Marini per le sue balle. Coincidenze, come ovvio.

È una coincidenza, anche, che quando Ferramonti (ricordate, Alvaro Robelo l'ambasciatore del Nicaragua?) si dà da fare già nel 1995 per costruire dossier falsi contro Prodi e Dini lo si rintracci ospite in casa di Gianpiero Cantoni. Chi è? Ex presidente della Bnl, oggi senatore di Forza Italia, columnist de Il Giornale e, naturalmente, influente membro della Commissione Telekom. Coincidenza.

Alfredo Vito, infine. Bella storia la sua. Tangentista confesso, ora implacabile inquisitore, con asprezze degne di un Andrei Januarevic Vysinskij. Il Riformista ha svelato che Vito "è tra gli amici" di Antonio Volpe. Ne è venuto fuori un parapiglia. Vito, indignato, smentisce e querela. Spiega di aver incontrato Volpe soltanto una volta in luglio. Quando quell'altro insisteva per consegnargli un dossier che avrebbe poi dato a Trantino (abbiamo visto come Volpe si vantasse di frequentare San Macuto fin dal 7 gennaio e non da luglio). Alfredo Vito non la racconta tutta. Il 4 settembre, con Antonio Volpe, Alfredo Vito è stato fermato e identificato dalla Guardia di Finanza in un bar di piazza san Silvestro a Roma. Non si comprende l'omissione del tangentista fattosi inquisitore. In fondo è soltanto una coincidenza che conosca Antonio Volpe e che lo incontri. Una, due volte, che importanza ha?

Dicono qualcosa queste coincidenze? Forse soltanto che, nella Commissione Telekom, c'è qualche (possibile) trait d'union tra le vite disperate, così uguali e così lontane, che si sono improvvisamente affollate a San Macuto, pronte a trasformare un virtuale e truffaldino falso finanziario in una calunnia politica. Sono ora espliciti i traffici di Antonio Volpe, sgonfiate le panzane di Marini, più chiare le mosse oblique del presidente Enzo Trantino. E' allo scoperto il network di contatti di Carlo Taormina, al centro di un sistema che tocca in basso, molto in basso, un tipaccio come Renato D'Andria e in alto, molto in alto, addirittura il presidente del Consiglio. La Grande Trappola svela la sua trama, i manovali, i manovratori. C'è ancora filo da tessere. Chi sono i burattinai, e quali saranno ora le loro mosse?

(hanno collaborato Ettore Boffano e Alberto Custodero)


(26 settembre 2003)

Logo 24.09.03

Telecom & l'ADSL
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UPDATED!
Mi è arrivata oggi 25 Settembre la bolletta Telecom (periodo Luglio-Agosto 2003)con due mesi di canone per un servizio ADSL MAI ATTIVATO!!! Quando TUTTI gli operatori del 187 mi avevano GIURATO che non avrei pagato una lira se non DOPO l'effettuazione della prima connessione che è avvenuta il 18 SETTEMBRE 2003.
TELECOM VERGOGNATI!

Solo pochi giorni fa scrivevo dell'avvenuta attivazione della linea ADSL di casa mia dopo tre mesi dalla richiesta.
Questa sera l'ADSL non mi funziona, il servizio assistenza mi ha confermato che qualche problema sulla mia linea esiste che se ne parlerà fra tre-quattro giorni e che mi sarà inviato un SMS quando tutto sarà a posto.
Io intanto gli mando un I.M.S.(=Incazzated Message Service) da qui: TELECOM ITALIA vaff....

Logo 23.09.03

L'amore tra convenienza ed egoismo (una storia vera)
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di Pietro B.

In amore non ci sono reati né delitti;
ci sono soltanto errori di gusto.

(Paul Géraldy, L'uomo e l'amore)

L'intervista in divenire a Laura756, conclusa giusto oggi, e la lettura del relativo blog mi hanno fatto riflettere in questi ultimi giorni sul tema dell'amore. E mi è venuta voglia di raccontarvi una storia vera dove i personaggi, la scenografia e le ambientazioni sono state volutamente artefatte per evitare ogni possibile facile riferimento a persone reali.

Valentina (chiamiamola così) è una signora quasi cinquantenne che vive e lavora a Milano nella stessa azienda dove lavora il marito il quale si occupa dell'area commerciale mentre lei dell'area amministrativa.
Sono sposati da venticinque anni hanno due figli un maschietto di quasi venti anni ed una femminuccia di dodici.
Il loro rapporto è normalmente conflittuale, si sopportano ogni tanto (spesso) litigano. Tutto nella norma insomma.
Entra in scena tre anni fa un operaio neoassunto in quell'azienda, chiamiamolo Arturo, che ha esattamente la metà degli anni di lei.
Tra loro due nasce dopo qualche mese un'intesa fatta di lunghe telefonate e sms.
Il marito sconvolto scopre la tresca, lei nega tutto, chiede la separazione, l'ottiene. Il figlio grande adesso vive con lui in un'altra casa mentre la femminuccia vive con la madre ed il suo nuovo compagno.
Valentina è una donna padana colta, prorompente, sofisticata nel suo vestire finto-semplice, ama sentirsi guardata, agressiva nei rapporti formali dolce in quelli personali.
Arturo è meridionale, poca cultura, pochi soldi, un'adolescenza difficile in una famiglia disastrata.
Fine della storia.

Ecco mi chiedo quanto amore ci può essere in questo rapporto, e quanta convenienza o egoismo? E quanto futuro?
Queste sono le domande che vengono spontanee e quindi le più banali.

In realtà la domanda che mi piacerebbe rivolgere a Valentina (non la posso fare direttamente a lei perché non la conosco) è vi amate? E quale amore è il vostro?

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di Arsenio Bravuomo
(quel' degl'apostrofi)

mai avuto 1 dubbio sulla mia immortalità letteraria: scrivendo son nato, così mi trascinerò fin al forno crematorio. solo, sarò uno postumo, come scrittore, sarò tipo un doposbronza

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Sergio Ercolano, 20 anni, non ce l'ha fatta!
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La vergogna del calcio italiano: affari & violenza!
Disegno di Roberto Mangosi


[Musica di sottofondo: Il tutto è falso di Giorgio Gaber]

Il tutto è falso - Giorgio Gaber

Questo mondo
corre come un aeroplano
e mi appare
più sfumato e più lontano.
Per fermarlo
tiro un sasso controvento
ma è già qui che mi rimbalza
pochi metri accanto.

Questo è un mondo
che ti logora dentro
ma non vedo
come fare ad essere contro.
Non mi arrendo
ma per essere sincero
io non trovo proprio niente
che assomigli al vero.

Il tutto è falso
il falso è tutto.
Il tutto è falso
il falso è tutto.

E allora siamo un po’ preoccupati
per i nostri figli
ci spaventano i loro silenzi
i nostri sbagli.
L’importante è insegnare quei valori
che sembrano perduti
con il rischio di creare nuovi disperati.

Il tutto è falso
il falso è tutto.

Non a caso la nostra coscienza
ci sembra inadeguata
quest’assalto di tecnologia
ci ha sconvolto la vita.

Forse un uomo che allena la mente
sarebbe già pronto
ma a guardarlo di dentro
è rimasto all’ottocento.

Il tutto è falso
il falso è tutto

Io
che non riesco
più a giudicare
non so neanche che cosa dire
della mia solitudine.
Guardo
con il mio telecomando
e mi trovo in mezzo al mondo
e alla sua ambiguità.

C’è qualcuno che pensa
di affrontare qualsiasi male
con la forze innovatrice
di uno Stato Liberale.
Che il mercato risolva da solo tutte le miserie
e che le multinazionali siano necessarie.

Il tutto è falso
il falso è tutto

Ma noi siamo talmente toccati
da chi sta soffrendo
ci fa orrore la fame, la guerra
le ingiustizie del mondo.
Com’è bello occuparsi dei dolori
di tanta, tanta gente
dal momento che in fondo
non ce ne frega niente.

Il tutto è falso
il falso è tutto

Io
che non riesco più a ritrovare
qualche cosa per farmi uscire
dalla mia solitudine.
Cerco
di afferrare un po’ il presente
ma se tolgo ciò che è falso
non resta più niente.

Il tutto è falso
il falso è tutto

Il tutto è falso
il falso è tutto quello che si sente
quello che si dice
il falso è un’illusione che ci piace
il falso è quello che credono tutti
è il racconto mascherato dei fatti
il falso è misterioso
e assai più oscuro
se è mescolato
insieme a un po’ di vero
il falso è un trucco
un trucco stupendo
per non farci capire
questo nostro mondo
questo strano mondo
questo assurdo mondo
in cui tutto è falso
il falso è tutto.

Il tutto è falso
il falso è tutto

Il tutto è falso
il falso è tutto

Il tutto è falso
il falso è tutto, tutto, tutto.

Logo 21.09.03

L'uomo nel quadro
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L'uomo nel quadro

Logo 20.09.03

Desiderio
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di Mitì Vigliero Lami

[da Teatrino - Raccolta di Poesie - formato pdf]


Vorrei riempire la stanza
di petali d'ogni colore;
ghirlande di rose,
collane di margherite,
cascate di glicine,
ciuffi di mughetti
e poi
cospargere
tutto di benzina
e darci fuoco.

E' un format, baby!
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di Ivo Forni

Sull'aereo per Lisbona mi ha incuriosito il fatto che molti portoghesi, oltre al consueto quotidiano, portassero con sé quei bei libri che propone ogni settimana il quotidiano Repubblica per leggerselo in tutta calma. Accidenti, mi sono detto: tutti interessati alla letteratura italiana.

La deduzione si è rivelata sbagliata pochi attimi dopo: strizzando un po' meglio gli occhi per leggere uno dei titoli dei libri che avevano scelto le persone che mi sedevano accanto, mi sono reso conto che il libro di Repubblica non era in italiano ma in portoghese. E il libro non l'aveva stampato Repubblica ma piuttosto il quotidiano "Publico".

Verificato che non si trattasse di un episodio di universi paralleli causato dal brutto e sporco aereo della TAP portoghese - avete le hostess più scortesi del mondo, signori! - che per errore aveva raggiunto la velocità a curvatura, mi sono rassegnato prendere atto ancora una volta di quello che è il business del momento, quello dei format.

I format, per chi non lo sapesse, sono quell'insieme di tecniche e modalità con le quali un "prodotto" viene realizzato e distribuito. L'esempio che tutti conoscono è quello della trasmissione TV "Grande Fratello", che è trasmesso in decine di paesi nel mondo ma viene realizzato da ogni tv nazionale che ne acquista il format sulla base di un modello fisso e vincolante. Il formato non è un prodotto, ma un prodotto con la sua bella confezione già pronta e infiocchettata. L'innovazione dei format è che, oltre al prodotto, ti viene venduto un piano di masrketing e di comunicazione che ti spiega come vendere questo specifico prodotto, di che tipo di pubblicità ha bisogno, quale attività collaterali vanno realizzate per garantirgli il sicuro successo.

Per il format dei libri di Repubblica sapevo già, per averlo letto al momento del lancio dell'iniziativa, che era stato "acquistato" da un quotidiano spagnolo dopo che, per un grave errore di valutazione, lo stesso format era stato rifiutato dal Corriere della Sera. Ho verificato, prendendo anche io la mia bella copia di Publico, quotidiano portoghese, per verificare se il format veniva rispettato al 100%. In prima pagina su Publico c'era la foto della copertina e l'annuncio del libro del giorno; all'interno del quotidiano c'era l'articolo che raccontava in maniera semplice e senza troppe "filosofie" di cosa parla il libro, chi è l'autore, qualche pettegolezzo sulla vita personale dell'autore stesso e l'occhiello con il parere dell'esperto. E poi il libro: i colori delle copertine sono gli stessi verdi, celesti e rosa pallidi dell'edizione italiana. La stessa palette di colori. I caratteri usati per la sovracopertina, l'effetto grafico sulla foto o sul disegno utilizzato nel riquadro in copertina, la grandezza e la qualità della carta. Tutto uguale.

Come tutti, sono abituato a trovare in tutto il mondo la stessa lattina di CocaCola, le stesse scarpe da ginnastica e, purtroppo, lo stesso orribile quiz televisivo col grassone nazionale in stile Jerry Scotti senza stupirmi più di tanto. Ma coi libri è diverso: i libri si leggono, si coccolano, si amano. Sono oggetti personali che diventano parte di te. E scoprire che un format è diventato parte di me non lo so mica se mi fa tanto piacere.

Update: ho verificato che la grafica del libro portoghese, identica a quella dei libri di Repubblica, è stata realizzata proprio da Repubblica e
quindi "ceduta" all'edizione portoghese. Almeno in questo caso, quindi, un
pezzetto del format è merito nostro

Il mio amico Rostagno ucciso quindici anni fa
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di Adriano Sofri

[da la Repubblica di ieri]

È così bello il settembre, e così pieno di cattivi anniversari. Il 26 settembre di quindici anni fa è morto ammazzato Mauro Rostagno, in un agguato, su un viottolo che lo riportava alla comunità che era la sua casa, nella campagna di Trapani. Era nato il 6 marzo 1942, aveva quarantasei anni, chissà quante vite avrebbe avuto ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. In una era stato un leader del ´68, come si dice, ironico, geniale, seducente, spavaldo e musicale. Ora si fanno dei film, non so se sia un buon segno, né se siano brutti o belli. Non so nemmeno se fosse bella o brutta la cosa stessa, quando successe.

Fra gli acquisti senz´altro importanti di quella stagione sta l´amicizia. Ogni tanto succede che le persone diventino amiche dentro larghi e trascinanti cambiamenti del loro mondo, sicché un ideale e un sentimento comune, giorni e notti condivisi, suscitino in loro un´intimità di pensieri speranze e gesti capaci di sopravvivere alla fine della consuetudine, al mutamento dei pensieri e dei gesti, e anche al mutamento di sé. La comunanza politica in tempi normali non basta a questo. Solidarietà o rivalità magari, ma è un´altra cosa. Le amicizie saldate dentro tempi accesi hanno una forza cui non si saprebbe rinunciare. Rischiano anche una meschinità, una vanità o un astio da reduci di qualcosa, e bisogna guardarsene. Ma si è grati del riconoscimento reciproco e generoso, della fiducia che si può riporre in tante altre e tanti altri una volta che le belle bandiere e le brutte maschere ideologiche siano cadute, e abbiano lasciato sole le persone.
Così ero amico di Mauro Rostagno, benché dopo la liquidazione di Lotta Continua si scegliesse vite così differenti dalle mie che potevamo riderne allegramente a ogni incontro. Fu inquilino della Macondo milanese e notturna, arancione di Poona, bianco della Comunità di Saman, pedagogo della "scuola del Sud", denunciatore intrepido della mafia siciliana, e chissà quante cose ancora che non ho saputo. Nemmeno per quale di quelle esistenze sia stato assassinato, e da chi: gente numerosa, che cammina libera nelle strade di questo mondo. Quando tanti amici venuti da tutte quelle vite seguirono in una Trapani stupefatta il funerale di Mauro io mancavo, perchè ero agli arresti, accusato di aver fatto da mandante di un altro omicidio. Mentre venivo processato come mandante di un omicidio, fu insinuato in un´aula di tribunale che avessi avuto parte di complice anche nell´assassinio di Mauro. Ci sono state enormità che non si devono commentare, in questi nostri anni, se si abbia rispetto di sé. Venne anche il momento in cui la giustizia catturò come correa dell´assassinio di Mauro la donna che era la sua compagna e la madre di sua figlia. Un piccolo sbaglio, commesso nel clamore e corretto alla chetichella. Basta così.
Quindici anni dopo, ho ritrovato quello che scrissi allora, e che gli avvenimenti travolsero. Andai alla tomba di Mauro a novembre. E´ in un camposanto di Valderice, in cima a uno sperone, dirimpetto a Erice. Ci tira vento, e la vista spazia sul mare omerico e le isole. E´ strano come sia difficile comprare dei fiori freschi a Trapani: o sarà perché ce ne sono già dovunque. Vanno forte i fiori artificiali. Ma nonostante il novembre i campi attorno erano pieni di iris selvatici e di calendole arancioni. Andai poi a visitare la sua stanza, a guardare i suoi pochi libri - io avevo, nel frattempo, accumulato migliaia di libri - a guardare le cassette delle sue intrepide denunce televisive contro i mafiosi, ad abbracciare Monica, la sua figlia di quando aveva avuto vent´anni, e Maddalena, che era nata dentro Lotta Continua e ora aveva quindici anni e un cane pastore bianco con la coda dipinta di azzurro. C´era, ospite della comunità, una ragazza autistica di nome Veronica, una specialmente sensibile e intelligente, di cui Mauro si era preso più cura. Veronica comunicava solo attraverso brani di canzoni scelti dentro una sua pila di dischi. Quando seppe della morte di Mauro, Veronica mise su la canzone che dice: "Signore, è stata una svista, abbi un po´ di riguardo per il tuo chitarrista".
Mauro aveva avuto paura di essere brutto, da bambino. Venuto il momento si era fatto crescere la barba per nascondercisi dietro, e aveva scoperto di essere bello, e somigliante al Che - o piuttosto, mi sembrava, a un moschettiere della regina. Sua sorella raccontava che da bambino era convinto che le cose gli andassero storte. A scuola, al Rosmini, fecero piantare agli scolari dei bulbi in vasetti, per imparare la sintesi clorofilliana. I bulbi crebbero, benché sbiaditi, chiusi dentro l´armadio dei cappotti: tranne quello di Mauro, perché l´aveva piantato alla rovescia, e alla fine germogliò dalla parte di sotto. Era timidissimo, e continuava a pettinarsi. Alle elementari, raccontava lui, "avevo difficoltà a esprimermi, ero balbuziente, ero bravo negli scritti ma non negli orali". Da grande diventò, a Trento e nelle assemblee di tutta Italia, un leader carismatico e un oratore smagliante. Negli scritti andava meno forte, ma per un´impazienza ai pensieri troppo ordinati e pettinati. Piuttosto, era un magistrale coniatore di slogan - e in qualche angolo scriveva poesie. Era felicemente eclettico, ciò che in tempi dogmatici lo rendeva sospetto ai sistematori politici e a chi si aspettava molto dalle scuole quadri: sospettava lui stesso del proprio eclettismo, e di tanto in tanto si costringeva a qualche pedanteria scolastica.
Suo padre aveva suonato per diletto la chitarra classica, lui alla fine la ereditò e ci cantava sopra, un giorno la regalò a un giovane della comunità perché gli era simpatico. Quando morì Jimi Hendrix Mauro faceva il giornale di Lc e pubblicò una sua foto e la didascalia: "Suonava e cantava da dio. Morto a 24 anni per eccesso di droga. Con lui i padroni hanno vinto". Del mimetismo, che era il contrassegno della nostra "militanza", era un vero maestro. L´eclettismo sta alle idee come il mimetismo sta alle persone in carne e ossa. Mauro poteva diventare un operaio (lo era stato), uno studente di sociologia, un docente di sociologia, un proletario occupante di casa di Palermo - restava maschio, naturalmente: questo fu il limite insuperato del nostro mimetismo, nonostante qualche imbarazzante tentativo...
Nel ´69 l´Italia conobbe per l´ultima volta il tentativo degli operai di diventare una classe dirigente generale, l´aspettativa che era stata della rivoluzione comunista di Gramsci e della rivoluzione liberale di Gobetti. Mauro lasciò la troppo periferica Trento per Milano, e si arruolò al marciapiede della Pirelli. "Ogni giorno mi alzavo alle quattro del mattino per andare davanti alla Pirelli. Poi tornavo a casa, dormivo un paio d´ore, ritornavo alla fabbrica verso le undici e ci stavo fino alle tre. Un panino e tornavo alle porte alle cinque per l´uscita del 'giornaliero´. Dopo la riunione, tra le sette e le otto, andavo a mangiare. Dalle dieci alle undici, di nuovo di fronte alla fabbrica per l´entrata e l´uscita dei turni". "Ci spiegava le cose che facevamo in un modo così bello che noi non avremmo potuto accorgercene", avrebbero detto gli antichi operai della Philips in una serata dedicata al suo ricordo. Era un poliglotta politico, parlava con entusiasmo e applicazione il dialetto di un operaio delle valli trentine, o il brianzolo, o il palermitano. In Sicilia, dove si era trasferito a fare il dirigente di Lotta Continua, guidò una clamorosa occupazione popolare, a partire dallo Zen, nella cattedrale di Palermo, conclusa con una specie di adesione dello stesso cardinale arcivescovo.
Mimetico, Mauro era però inimitabile. Le sue idee erano inservibili senza di lui, fantastiche in lui. Le sue idee erano meno importanti di lui: ci sono persone per le quali è vero il contrario, e non hanno da starne allegri. Più delle idee esplicite, c´era nel trascinante mimetismo di Mauro qualcosa che contava di più, e durò sempre: un lancinante desiderio di essere amato. Conquistava gli altri perché voleva essere amato, e intanto era prodigo di sé. Più tardi fu pronto a deplorare il leaderismo e il maschilismo di allora, e a rimpiangere di non essere stato più amato "per sé".
Era trionfalista, come noi allora: e anche spaventato e allarmato, come noi. A differenza della maggioranza di noi, illusi che la maturità della lotta di classe tenesse l´Italia al riparo dal flagello della droga, sapeva che cosa sarebbe successo - era già successo. Quando salutammo la rivoluzione che non avevamo fatto, e ci salutammo reciprocamente, se ne andò con una tristezza ma senza risentimenti. (Venne a cercarmi una volta in piena notte, da un´altra città, per dirmi che aveva avuto un pensiero urgente: che io non ero stato un padre in Lc, ma una madre. E ripartì). A Trento, aveva festeggiato i vent´anni del Sessantotto con un discorso pubblico in cui spiegava che eravamo stati sconfitti, e aggiungeva: "Per fortuna". Infatti, l´abbiamo scampata bella.
Anniversari. Pochi giorni fa Mauro è diventato nonno di un bambino. Maddalena aveva quindici anni, dunque ne ha trenta. Le ho scritto in pubblico, così. "Siccome dormo poco, ho tempo per immaginare cose: certe volte non distinguo più fra le cose che immagino e quelle che sogno. Ho immaginato che una trentina di anni fa Mauro e io fossimo insieme in qualche ristorante balcanico, e una brava zingara ci leggesse la mano, trasalisse come al solito e poi, alle nostre spavalde insistenze, predicesse che saremmo diventati nonni nello stesso anno, il 2003, uno dei due da morto, l´altro da carcerato; e che io e Mauro ci fossimo guardati per un momento seri, poi fossimo scoppiati a ridere, e avessimo offerto da bere alla brava zingara e a noi, brindando a nipotina e nipotino. Poi ho immaginato - forse sognavo già - che Mauro non fosse stato ammazzato e io non fossi in galera, e che ci fossimo dati un appuntamento in qualche osteria balcanica per festeggiare fra noi due coetanei la pressoché contemporanea promozione a nonni, e che bella bevuta avremmo fatto, e che brava zingara avremmo invitato al nostro tavolo per leggerle la mano!".

Logo 19.09.03

Sfacciafurbataggine.
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di Nino

[da Il Pallone d'Achille]

Due parole, giusto due, sul recente sciopero della spesa per protestare contro i rincari.
Quello che mi fa un po' incazzare è quel che si dice in giro, e cioè che sia sempre colpa dell’euro.
Ma aspettate un attimo: l’euro è una valuta. Una cazzo di moneta. E’ così?
1euro = 1936,27 lire...Bah!
Vado al bar e dico al mio socio: ‘E’ aumentato tutto!’
‘Colpa dell’euro!’
Vado a far la spesa e dico al mio socio: ‘E’ aumentato tutto!’
‘Colpa dell’euro!’

Vado in metropolitana e dico al mio socio: ‘E’ aumentato tutto!’
‘Colpa dell’euro!’
Vado al ristorante e dico al mio socio: ‘Paga te, che è meglio’
Lo spiazzo.
Ma passa al tavolo il proprietario del ristorante, mi guarda e mi fa: ‘Ehh…sta aumentato tutto! E’ colpa dell’euro!’
Al che sbotto: ‘No. E’ colpa dei furbi come lei. E in Italia son tutti furbi: l’Italia è il paradiso dei furbi, ed è incredibile quanto assomigli al purgatorio dei meschini o all’inferno delle purghe'.
E’ risaputo che oggi l’80% del mondo è povero solo affinchè il restante 20% sia ricco.
Secondo gli ultimi sondaggi di Retequattro è un sacrificio volontario e Fede ha ringraziato di cuore il Bangladesh.
Ci chiediamo mai come andrebbero le cose su fossimo tutti allo stesso livello monetario?
L’Italia in questo senso è il faro del mondo.
Tutti gli italiani sono dotati in egual misura di sfacciafurbaggine, qualità che permette a chi la possiede di farsi sempre e comunque i cazzi propri.
“Se al tuo interesse penserai, sempre giusto tu sarai”, recita un antico adagio.
La sfacciafurbaggine livella tutto: classi, sesso, collocazione geo-politica.
Basta questa semplice equazione per mostrare come un popolo formato da individui che possiedono in misura eguale una stessa qualità o quantità possa autodistruggersi.
Infatti, visto che gli altri fanno il loro interesse, io di conseguenza devo fare il mio.
E alzo i prezzi. Bisogna pur vivere, accidenti.
Viviamo su di un ramo di una galassia spiraleggiante, e l’Italia stessa è una spirale di follia.
Aumenta te che aumento io, che tanto è colpa dell’euro.

Non sembra interessi a nessuno il fatto che è iniziato un processo di identità europea.
Solo cinquant’anni fa dovevamo mandare un cecchino sul tetto per ammazzarli, se solo si avvicinavano, quei dannati austro-tedes-franc...

Jon Vendetta del web
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Mi scrive Gianluca Venditti un commento, di cui lo ringrazio fin da ora per la sincerità, che riporto qui di seguito integralmente:

Non faccio neanche in tempo a leggere qualcosa che subito mi girano i coglioni. Ma è MAI possibile che la rete pulluli di maniaci di protagonismo a questo livello? Cos'è un blog, cosa non è, parliamo di me, di te, interagiamo, ma guarda che costa soldi quindi si fa come dico io o lo chiudo.... UHE'??? Cazzo, buttalo via quel PC... Esci e vattene a fare una passeggiata tra le vetrine, ai giardini, al mercato. Tra gente in carne e ossa. Anzi, andiamo insieme (visto che qui ci sono arrivato, perché ero curioso, e visto pure che a me le persone piace vederle e sentirle, piuttosto che trascinarle in simulazioni di vita e di pensiero).
Già che ci siamo: aboliamo la parola "blog" dal vocabolario. E' la nuova droga lessicale. Tutti hanno un blog, anche chi non sa cosa sia.
Vi/ti prego: stacchiamo le spine e torniamo in strada. Stiamo diventando delle bestie.
Niente di personale.

Niente di personale. Ed io accetto lo schiaffo che mi hai voluto dare. E ne farò tesoro.
Permettimi solo di consigliarti, quando avrai voglia e tempo, di leggerti gli archivi di questo blog. Magari capirai che io non sono affatto un maniaco di protagonismo.

Ho solo fame di rapporti umani (non familiari, non di lavoro, non di parentela, non di partito, non di associazioni) liberi e possibilmente sinceri.

Il sole e l'acqua
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di Pietro B.

Giunge notizia di alluvioni nella Sicilia orientale, terra che mi diede i natali.
Mi sono ricordato a tal proposito di un pezzo scritto parecchi anni fa (circa una ventina) a proposito di acqua e siccità. Ve lo ripropongo.

Guardando con preoccupazione l'azzurro cielo siciliano, il suo sole splendente, viene da chiedersi come mai un dono della natura che tanti popoli ci invidiano sia per noi siciliani una calamità.
Tutti ci dicono che l'acqua c'è, non manca, intanto dai rubinetti delle nostre città e dei nostri paesi esce solo un gorgoglio, eco di un'acqua che fu.
L'acqua c'è, certo, ma anche quella non è nelle nostre mani, riempe invece generosamente le piscine di tanti anfitrioni della politica e di chi con una pistola in mano ed una polvere bianca dall'altra si arroga il diritto di dispensare la pena di morte.
Un filo di pioggia sarebbe per noi un messaggio di speranza, quella di non dover morire sotto questo eterno, splendido, infausto sole.

Adesso le alluvioni. Altre devastazioni. Non c'è pace in quella terra, proprio no.

Logo 18.09.03

Blogoltre in ADSL
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Ho firmato il contratto per l'ADSL con Telecom Italia (Alice-ADSL) il 21 Giugno 2003. Non ha mai funzionato. Mi hanno fatto:
- Cambiare computer
- Cambiare modem
- Settare 15 volte i parametri

Oggi è arrivato il tecnico che candidamente mi dice che il problema era in centrale!

Al primo collegamento becco un virus perche il mio s.o. è Windows XP. Evviva!
Solo due ore per avere ragione del tutto e grazie solo al fatto che ho un portatile oltre al desktop.

Risulaltato: oggi 18 Settembre 2003 ho l'ADSL attivo.
Quanti giorni sono passati? Chi sa fare i conti? VERGOGNA TELECOM!

Il feto scomodo
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C'è V., una mia amica che ha scoperto da poco di essere incinta. E per lei è una vera tragedia.
Ha 39 anni vive a P., nel profondo sud, con la madre con gravi handicap nei movimenti e non ha un compagno stabile.
Non può chiedere aiuto ad A. l'uomo compartecipe del suo stato. Quest'uomo è sposato, con due figli ed una moglie con seri problemi mentali.
V. ha avuto due storie importanti nella sua vita durate entrambi dodici anni. Poi il vuoto. Recentemente aveva conosbiuto A., solo un amico diceva lei, forse solo per riempire quel vuoto.

Adesso è sola, veramente sola ed ha cercato un medico per abortire in segreto (dalla madre e dalla sorella soprattutto). Ha trovato un medico obiettore per eseguire "l'intervento".

Io tra le lacrime l'ho scongiurata di non farlo, di tenersi il bambino. Lei, tra i singhiozzi di disperazione mi ha detto che non può farcela perché sola e con un lavoro in nero sottopagato.

Le ho detto di venire a Modena che le avrei dato tutto l'aiuto possibile. No, non può, perché non vuole lasciare da sola la madre.

Il rusultato sarà che quell'essere che porta in grembo, tra poco...

Certo, lo so, lo so, è un diritto di V. abortire, non lo contesto per carità ma porco mondo...

Anche adesso mentre scrivo mi si offusca la vista per le lacrime di rabbia. Perché questo figlio, vorrei... vorrei fosse mio. Porco mondo.

Ti prego V., ripensaci!

L'intervista in divenire
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Parte oggi l'esperimento dell' intervista in divenire, ossia della mia intervista a Laura756 pubblicata in questo spazio nel suo naturale svolgimento.

Voi potete suggerire le domande o le risposte o commentare le stesse dallo spazio commenti di questo post.

Aggiornamento del 25 Ottobre 2003: l'intervista è stata spostata qui.

Logo 17.09.03

Credo nell'amicizia ma non negli amici
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di Pietro B.

Sarà per il carattere, sarà per quel che sarà ma io pur credendo nei valori dell'amicizia diffido degli amici.
Saranno state le transumananze, in giro per la Sicilia prima e per l'Italia dopo, fatto sta che di amici veri ne ho veramente pochi.
E non c'è dubbio che i peggiori tradimenti li ho avuti proprio da coloro che si professavano e che credevo miei amici.
Adesso, da quando sto a Modena, rinchiuso nel bozzolo familiare, navigo a vista in una realtà fatta di molte conoscenze, pochi incontri, vari personaggi.
La parola "amico" è troppo impegnativa . Come la parola "amore".
E la rete dei blog non fa certo eccezione. Incontri, virtualmente tanta, tantissima gente ma pochi amici "veri". Qualcuno cioè disposto ad ascoltarti, magari criticarti, e quando necessario ad aiutarti in uno scambio reciproco alla pari e senza il bilancino del dare-avere che tante amicizie avvilisce in una assurda e ridicola contabilità.
Non è colpa di nessuno, o magari di tutti, è solo la constatazione data dalla mia esperienza.
Si, è vero, qualche fiore può nascere come un "croco in mezzo ad un polveroso prato".
E questo mi conforta e mi basta.

(...e di questo mio desiderio, qualcuno per mesi ne ha approfittato...)

Logo 16.09.03

Israele: E' morta la rivoluzione sionista
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di AVRAHAM BURG*

* Deputato del Partito laburista israeliano, ex presidente della Knesset (1999-2003), ex presidente dell'Agenzia ebraica

[da il Manifesto di oggi]


Il sionismo è morto, e i suoi aggressori sono seduti sulle poltrone del governo a Gerusalemme. Non perdono un'occasione per far scomparire tutto ciò che c'era di bello nella rinascita nazionale. La rivoluzione sionista poggiava su due pilastri: la sete di giustizia e una leadership sottomessa alla morale civica. L'una e l'altra sono scomparse. La nazione israeliana ormai non è altro che un ammasso informe di corruzione, oppressione e ingiustizia. La fine dell'avventura sionista è vicina. Sì, è ormai probabile che la nostra generazione sia l'ultima del sionismo.

Quello che resterà dopo sarà uno stato ebraico irriconoscibile e detestabile. Chi di noi vorrà essere patriota di tale stato? L'opposizione è scomparsa, la coalizione resta muta, Ariel Sharon si è trincerato dietro un muro di silenzio. Questa società di instancabili chiacchieroni è diventata afona. Semplicemente non c'è più nulla da dire: i nostri fallimenti sono evidenti. Certo, abbiamo resuscitato la lingua ebraica, il nostro teatro è eccellente, la nostra moneta abbastanza stabile, nel nostro popolo ci sono talenti stupefacenti e siamo quotati al Nasdaq. Ma è per questo che abbiamo creato uno stato? No, non è per inventare armi sofisticate, strumenti di irrigazione efficacissimi, programmi di sicurezza informatica o missili antimissile che il popolo ebraico è sopravvissuto. La nostra vocazione è diventare un modello, la «luce delle nazioni», e abbiamo fallito.

La realtà, dopo duemila anni di lotte per la sopravvivenza, è uno stato che sviluppa delle colonie guidato da una cricca di corrotti incuranti della morale civica e della legge. Ma uno stato amministrato nel disprezzo della giustizia perde la sua forza di sopravvivenza. Chiedete ai vostri figli se sono sicuri di essere ancora in vita fra venticinque anni. Le risposte più lungimiranti rischiano di scioccarvi, perché il conto alla rovescia della società israeliana è già cominciato.

Non c'è nulla di più affascinante che essere sionista a Beth El o Ofra. Il paesaggio biblico è incantevole. Dalla finestra ornata di gerani e bougainville, non si vede l'occupazione. Sulla nuova strada che costeggia Gerusalemme da nord a sud, ad appena un chilometro dagli sbarramenti, si circola velocemente e senza problemi. Chi si preoccupa di ciò che subiscono gli arabi umiliati e disprezzati, obbligati a trascinarsi per ore su strade dissestate e continuamente interrotte da check point? Una strada per l'occupante, una strada per l'occupato. Per il sionista, il tempo è rapido, efficiente, moderno. Per l'arabo «primitivo», manodopera senza permesso in Israele, il tempo è di una lentezza esasperante.

Ma così non può durare. Anche se gli arabi piegassero la testa e ingoiassero la loro umiliazione, verrà un momento in cui nulla funzionerà più. Ogni edificio costruito sull'insensibilità alla sofferenza altrui è destinato a crollare fragorosamente. Attenti a voi! State ballando su un tetto che poggia su fondamenta barcollanti!

Poiché siamo indifferenti alla sofferenza delle donne arabe bloccate ai check point, non percepiamo più i lamenti delle donne picchiate dietro la porta dei nostri vicini, né quelli delle ragazze madri che lottano per la propria dignità. Abbiamo smesso di contare i cadaveri delle donne assassinate dal loro marito. Indifferenti alla sorte dei bambini palestinesi, come ci possiamo sorprendere quando, con un ghigno di odio sulla bocca, si fanno saltare per aria come martiri di Allah nei luoghi del nostro svago perché la loro vita è un tormento; nei nostri centri commerciali perché non hanno neanche la speranze di fare, come noi, degli acquisti? Fanno scorrere il sangue nei nostri ristoranti per farci passare l'appetito. A casa loro, figli e genitori soffrono la fame e l'umiliazione. Anche se uccidessimo 1000 terroristi al giorno, non cambierebbe nulla. I loro leader e i loro istigatori sono generati dall'odio, dalla collera e dalle misure insensate prese dalle nostre istituzioni moralmente corrotte. Fintanto che un Israele arrogante, terrorizzato e insensibile a se stesso e agli altri si troverà di fronte una Palestina umiliata e disperata, non potremo andare avanti. Se tutto ciò fosse inevitabile e frutto dei disegni di una forza soprannaturale, anche io starei zitto. Ma c'è un'altra opzione. Ed è per questo che bisogna urlare.

Ecco quello che il primo ministro deve dire al popolo: il tempo delle illusioni è finito. Non possiamo più rimandare le decisioni. Sì, amiamo il paese dei nostri antenati nella sua totalità. Sì, ci piacerebbe viverci da soli. Ma così non funziona, anche gli arabi hanno i loro sogni e le loro esigenze. Tra il Giordano e il mare, gli ebrei non sono più maggioranza. Conservare tutto gratuitamente, senza pagarne il prezzo, miei cari concittadini, è impossibile.

È impossibile che la maggioranza palestinese sia sottomessa al pugno di ferro dei militari israeliani. È impossibile credere che siamo la sola democrazia del Medioriente, perché non lo siamo. Senza l'uguaglianza completa degli arabi, non c'è democrazia. Conservare i territori e una maggioranza di ebrei solo nello stato ebraico, ripettando i valori dell'umanesimo e della morale ebraica, rappresenta un'equazione insolubile.

Volete la totalità del territorio del Grande Israele? Perfetto. Avete rinunciato alla democrazia. Realizzeremo allora un sistema efficace di segregazione etnica, di campi di internamento, di città-carceri: il ghetto Kalkilya e il gulag Jenin.

Volete una maggioranza ebraica? O ammasseremo tutti gli arabi in vagoni di treno, in autobus, su cammelli o asini per espellerli. Oppure dobbiamo separarci da loro in modo radicale. Non ci sono mezzi termini. Ciò implica lo smantellamento di tutti - dico bene: tutti - gli insediamenti e la determinazione di una frontiera internazionale riconosciuta tra lo stato nazionale ebraico e lo stato nazionale palestinese. La legge del ritorno ebraica sarà applicabile soltanto all'interno dello stato nazionale ebraico. Il diritto al ritorno arabo sarà applicabile esclusivamente all'interno dello stato nazionale arabo.

Se è la democrazia ciò che volete, avete due opzioni: o rinunciate al sogno del Grande Israele nella sua totalità, alle colonie e ai loro abitanti, oppure concedete a tutti, compresi gli arabi, la piena cittadinanza con diritto di voto alle elezioni politiche. In quest'ultimo caso, coloro che non volevano gli arabi nello stato palestinese vicino li avranno alle urne, a casa propria. E loro saranno maggioranza, noi minoranza.

Questo è il linguaggio che deve adottare il primo ministro. Spetta a lui presentare coraggiosamente le alternative. Bisogna scegliere tra la discriminazione etnica praticata da ebrei e la democrazia. Tra le colonie e la speranza per due popoli. Tra l'illusione di un muro di filo spinato, dei check point e dei kamikaze e una frontiera internazionale accettata dalle due parti con Gerusalemme capitale comune dei due stati.

Ma, purtroppo, non c'è alcun primo ministro a Gerusalemme. Il cancro che divora il corpo del sionismo ha già raggiunto la testa. Le metastasi fatali sono lassù. È accaduto in passato che Ben Gurion commettesse un errore, ma è rimasto comunque di una rettitudine irreprensibile. Quando Begin sbagliava, nessuno metteva in discussione la sua buona fede. E lo stesso succedeva quando Shamir non faceva nulla. Oggi, secondo un sondaggio recente, la maggioranza degli israeliani non crede nella rettitudine del primo ministro, anche se continua ad accordargli la propria fiducia sul piano politico. Detto in altri termini, la personalità dell'attuale primo ministro simboleggia le due facce della nostra disgrazia: un uomo di dubbia moralità, gaudente, incurante della legge e modello negativo di indentificazione. Il tutto combinato con la sua brutalità verso gli occupati, che rappresenta un ostacolo insuperabile alla pace. Da ciò deriva una conclusione indiscutibile: la rivoluzione sionista è morta.

E l'opposizione? Perché mantiene il silenzio? Forse perché siamo in estate? O perché è stanca? Perché, mi chiedo, una parte dei miei compagni vuole un governo a ogni costo, foss'anche quello dell'identificazione con la malattia piuttosto che della solidarietà con le vittime della malattia? Le forze del Bene perdono la speranza, fanno le valige e ci abbandonano, insieme al sionismo. Uno stato sciovinista e crudele in cui imperversa la discriminazione; uno stato dove i ricchi sono all'estero e i poveri deambulano nelle strade; uno stato in cui il potere è corrotto e la politica corruttrice; uno stato di poveri e di generali; uno stato di razziatori e di coloni: questo è in sunto il sionismo nella fase più critica della propria storia.

L'aternativa è una presa di posizione radicale: il bianco o il nero - tirarsi indietro equivarrebbe a essere complici dell'abiezione. Queste sono le componenti dell'opzione sionista autentica: una frontiera incontestata; un piano sociale globale per guarire la società israeliana dalla sua insensibilità e dalla sua assenza di solidarietà; la messa al bando del personale politico corrotto oggi al potere. Non si tratta più di laburisti contro il Likud, di destra contro sinistra. Al posto di tutto ciò, bisogna opporre ciò che è permesso a ciò che è proibito; il rispetto della legge alla delinquenza. Non possiamo più accontentarci di un'alternativa politica al governo Sharon. Ci vuole un'alternativa di speranza alla rovina del sionismo e dei suoi valori da parte di demolitori muti, ciechi e privi di ogni sensiblità.

Da Z-Net

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Ozono, il buco torna a livelli record
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Le dimensioni variano si espandono a partire dalla fine dell´inverno nell´emisfero australe - Nel 2002 il minimo dell´ultimo decennio ora si devono rivedere tutte le previsioni - "Potrebbe peggiorare" spiega lo scienziato autore dei primi studi sul fenomeno.

di Giancarlo Mola

[da la Repubblica di oggi]

Dato ormai per sconfitto, considerato sulla via del declino e dell´estinzione nel giro di pochi decenni, il buco dell´ozono torna all´improvviso a far paura. A fine agosto, quell´enorme falla aperta fra i 15 e i 30 chilometri di altezza, sull´Antartide, ha raggiunto l´estensione di 28 milioni di chilometri quadrati. È arrivata, cioè, a un soffio dalla soglia record di 28,3 toccata a settembre del 2000.

Guardando i dati elaborati dai potentissimi computer degli osservatori, gli scienziati hanno avuto un sobbalzo: «È stata l´ampiezza massima mai registrata in quel periodo dell´anno. E stiamo aspettando di vedere cosa succederà nei prossimi giorni», ha spiegato Jonathan Shanklin, esperto del British Antartic Survey ma soprattutto autore di uno dei primi studi sul buco.
I motivi di preoccupazione sono molti, come è emerso a Manchester durante il Festival della scienza della British Association for the Advancement of Science. Le dimensioni del buco nello strato di ozono (che è un gas composto da tre atomi di ossigeno) hanno variazioni cicliche. Si espandono ogni anno a partire dalla fine dell´inverno nell´emisfero australe. E arrivano al picco nella seconda settimana di settembre. Il timore che si superi il record di sempre è quindi fondato. E preoccupa, soprattutto perché gli esperti pensavano ormai che la falla fosse in fase di regressione.
Nel 2002 aveva toccato il minimo dell´ultimo decennio: il bando dei clorofluorocarburi - le sostanze gassose usate per mezzo secolo negli spray o nei frigogoriferi e ritenute responsabili della distruzione dell´ozono stratosferico - sembrava aver già dato i primi risultati. Tanto che si ipotizzava un ritorno alla normalità nel giro di venti anni.
Quei calcoli, adesso, tornano in discussione. «Siamo sicuri - aggiunge Shanklin - di essere vicino all´ampiezza massima ma potremmo dover aspettare altri dieci anni prima di poter dire definitivamente che il peggio è passato e che è cominciata la ripresa». L´effetto degli accordi internazionali, che negli ultimi quindi anni hanno progressivamente fermato l´emissione di clorofluorocarburi nell´atmosfera, potrebbe quindi non essere così rapido come gli scienziati avevano pensato in un primo tempo. Oppure potrebbero esserci altri fattori che condizionano l´estensione del buco: l´effetto serra dovuto all´inquinamento - sostengono gli studiosi - fa aumentare l´anidride carbonica nell´atmosfera, incrementa la temperatura negli strati più bassi e la diminuisce in prossimità di quelli più alti: accelerando così la distruzione del cuscinetto di ozono. Oppure, ancora, i due fattori potrebbero agire insieme e rallentare il processo di chiusura del buco.
Resta il fatto che, comunque, dal 1994 a oggi la concentrazione di gas clorofluorocarburi si è ridotta del 60 per cento. Un risultato dovuto ai numerosi accordi internazionali (il primo siglato a Vienna nel 1985, l´ultimo sottoscritto a Londra nel 1990) per la riduzione e il blocco delle emissioni. Presto o tardi, dunque, i benefici saranno più apprezzabili. «Negli ultimi tempi, la velocità con cui il buco si è esteso è diminuita», sostiene Alan Rodger, coordinatore del programma di monitoraggi dell´ozono del British Antartic Survey. «Con ogni probabilità ci stiamo avvicinando a una inversione di tendenza».
Il problema, d´altronde, investe direttamente la salute degli abitanti del pianeta. Lo strato di ozono protegge infatti la Terra dai raggi del sole, soprattutto dalle radiazioni ultraviolette-B. Se salta il filtro, la pelle umana diventa soggetta al cancro alla pelle. Ma è l´intero ecosistema a rischiare contraccolpi che vanno dall´aumento delle precipitazioni al danneggiamento della vita marina. Il buco, finora, si è aperto in gran parte sul Polo Sud (poco abitato) e, in misura molto minore, sull´America latina e sulla Nuova Zelanda. Un ulteriore allargamento avrebbe effetti semplicemente disastrosi.

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L´INTERVISTA

Leopoldo Stefanutti conduce per l´Ue uno studio sulla stratosfera
"Anche in Europa lo scudo si riduce almeno mezzo secolo per rimediare"
"L´effetto serra agevola il processo di distruzione delle molecole di ozono"

di Elena Dusi (da la Repubblica di oggi)


L´assottigliamento dello strato di ozono non rappresenta una minaccia solo per l´Antartide. Gli effetti di questo fenomeno cominciano a farsi sentire - soprattutto in primavera - anche in Europa settentrionale. Leopoldo Stefanutti è ricercatore del consorzio Geie, di cui fanno parte tra l´altro Cnr e Asi. Grazie a un ex aereo spia russo, un M-55 che è in grado di raggiungere i 20 chilometri di quota, effettua il monitoraggio della bassa stratosfera per conto dell´Unione Europea.

L´anno scorso il buco dell´ozono sembrava essersi ridotto rispetto al passato. Ci eravamo lasciati andare all´ottimismo. Quest´anno invece i dati riconfermano in pieno l´allarme.
«L´arrivo della primavera australe, proprio in questo periodo, dà il via a quelle reazioni chimiche che portano alla distruzione dell´ozono. Il processo inizia a 20-25 chilometri di altezza, poi scende a quote più basse. Nel giro di dieci giorni la situazione può rovesciarsi completamente. Figuriamoci da un anno all´altro. Quella del 2002 è stata una stagione anomala sotto molti aspetti. Non può essere usata per fare previsioni a lungo termine. E quest´anno i primi dati appaiono molto allarmanti».

Cos´è che la preoccupa di più?
«Parliamo sempre di Antartide, ed è giusto. Ma non dobbiamo dimenticare che la riduzione dello strato di ozono sta cominciando a farsi sentire anche nell´emisfero nord. In Italia gli effetti sono ancora ridotti, ma alla latitudine della Francia possiamo avere anche un valore inferiore del 60 per cento rispetto alla norma. In Antartide il cosiddetto buco dell´ozono ha una forma circolare molto regolare. Nell´emisfero nord invece è una sorta di ellisse che oscilla intorno al polo e che, di conseguenza, riesce a scendere a latitudini più basse».

Non si possono fare previsioni per il futuro?
«Non siamo in grado di prevedere di anno in anno né le dimensioni né la durata del buco. Troppe le variabili, e troppi gli elementi che ancora non conosciamo. Ma nel lungo periodo la situazione dovrebbe migliorare. Gli accordi internazionali hanno portato a una riduzione di clorofluorocarburi nella bassa atmosfera. La vita media di questo gas è molto lunga. Arriva a 50-100 anni. Le previsioni più ottimistiche indicavano nel 2020 la cessazione dell´allarme ozono».

C´è un´interazione fra riscaldamento del clima e riduzione dello strato di ozono?
«Sì, e produce effetti negativi. L´effetto serra comporta infatti un aumento della temperatura nella parte bassa dell´atmosfera, cui fa da contrappeso un raffreddamento della stratosfera, cioè della parte più alta. Una stratosfera fredda favorisce la formazione di quelle nubi polari in cui si libera cloro, il killer dell´ozono. Questo ci costringe a rivedere le proiezioni a lungo termine. E possiamo dire che fino al 2050-2100 non ci libereremo del problema».

Caso Sofri Show
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di Enrico Deaglio

[da diario del 25/7/2003]


"... per riprendere, forse, se nessun avvenimento esterno turberà i delicati equilibri, verso la metà di settembre.
Per quella data il mio amico Adriano avrà fatto un altro po’ di segnetti sulla celletta, ma anche Carlo Azeglio Ciampi avrà pensato su quanto di galera possano puzzare le auguste stanze del Quirinale. Sarebbe buffo che toccasse a Sofri far uscire Ciampi di galera.
"

Quando Adriano Sofri venne arrestato, a fine luglio del 1988, se non sbaglio era in carica un governo Andreotti, non il suo ultimo comunque. Andreotti tutto pensava tranne che un giorno sarebbe stato condannato per omicidio e prescritto per mafia. Era quindici anni fa. Stavo giusto facendo i conti l’altro giorno.

Lotta Continua, movimento politico di cui avevo fatto parte, era stata sciolta da dodici anni dopo appena un anno di vita come partito. Un record: un pomposo congresso di fondazione nel 1975 (presente Edgardo Enriquez in rappresentanza del Mir cileno, messaggio di saluto di Francesco De Martino, segretario del Psi italiano) e uno sfilacciato psicodrammatico congresso di scioglimento nel 1976: si era infatti scoperto che dei diecimila militanti di Lc nessuno aveva più voglia di restare insieme. Le donne sostennero che noi maschi eravamo particolarmente stupidi; gli operai si lamentarono di non essere più al centro dell’attenzione; un sacco di bergamaschi proponeva di passare alla lotta armata. In più, avevamo appena perso le elezioni. Così ce ne andammo ognuno per conto suo, alla spicciolata. Ma siccome eravamo ancora giovani e arroganti, voltammo questo fallimento in un grande successo e per un sacco di tempo andammo in giro dicendo: «Negli anni Settanta, solo due gruppi hanno avuto il coraggio di sciogliersi: i Beatles e Lotta Continua».
Quando Adriano fu arrestato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi (maggio 1972) la vicenda apparve come il classico colpo di coda. Storia vecchia, in un Paese cambiato.
Quindici anni dopo, ovvero oggi, estate del 2003, il caso del leader di Lotta Continua in carcere continua a essere invece un gioco di società, cinico come i tempi richiedono. Se fossi un produttore televisivo, depositerei il format e avrei successo. Lo chiamerei, semplicemente, Caso Sofri Show e lo manderei in onda ogni sera, seconda serata. Adriano in carcere che parla dei libri che ha letto e fuori, due squadre che discutono se è giusto che sia lì, etcetera. Conduttori a rotazione, bipartisan. Tutti dentro: Crepet, Palombelli, porporati, Floriana.
Propongo un primo elenco dei possibili temi del programma: Sofri è cambiato. Sofri è antipatico. Sofri è arrogante. Sofri è un privilegiato. Sofri è un intellettuale. Sofri è un santo. Sofri e la lobby di Lotta Continua. Il professor Sofri e l’operaio Marino. Sofri è pacifista? Sofri è guerrafondaio? Perché Sofri andò a Sarajevo? Perché Sofri andò in Cecenia? Perché Sofri sta per Israele? Che cosa pensa Sofri del tentativo di separazione delle gemelle iraniane rispetto alla teologia islamica? Senta, Sofri: farebbe il testimonial di un abbigliamento casual per pagare le spese processuali? Sofri, ci dica: le viene ancora duro?

IL DETENUTO CHE SALVÒ LA DEMOCRAZIA IN ITALIA. Per chi, come me, è amico di Adriano esiste la categoria della sofferenza. Questa aumenta quando leggo i giornali e l’unica cosa che potrebbe alleviarla è vederlo uscire dalla galera. Ma questa è una cosa personale.
Per il resto, in generale, non vi sembra che si possa applicare nei suoi confronti la categoria del «grottesco»?
Nei giorni scorsi in Italia siamo arrivati al punto che il capo dello Stato si è detto favorevole alla grazia, il presidente del Consiglio pure, ma il ministro di Giustizia non vuole consegnare le pratiche indispensabili affinché il Presidente apponga la sua firma. Trattiamo, ha detto questo ministro: dateci la devolution, dateci degli altri prigionieri, dateci dei soldi, dateci qualcosa. Interessante, hanno detto gli opinionisti. Dovremmo andare verso una grande amnistia, verso una grande pacificazione, verso una grande revisione storica, verso un grande ripensamento di chi siamo, di chi siamo stati. Dobbiamo parlare di tutto: del terrorismo, di tangentopoli, del giustizialismo, del pentitismo, della mafia (quanti poveretti in galera), del muro di Berlino, delle liste Mitrokin, di Telekom Serbia. Dobbiamo parlare di federalismo, di separazione delle carriere, del ritorno del proporzionale, del conflitto di interessi, del riassetto del digitale, della privacy, dell’Europa, degli alpini in Afghanistan.

Sarebbe bello. Ma, in realtà, chi si oppone a che tutto questo processo venga avviato? Semplice: Adriano Sofri. Se solo chiedesse la grazia, ha scritto qualche giorno fa La Stampa, «forse lui sarebbe già libero, e la democrazia più viva e comprensibile». Mica male, per un condannato definitivo per omicidio: basterebbe una sua parola, una firmetta, un suo piccolo atto di umiltà, per riportare la democrazia in Italia. Ma che ingrato, ‘sto Sofri. Sempre stato antipatico, sempre stato di cattivo carattere. Proprio adesso che potremmo diventare un Paese democratico, lui si oppone per non perdere il privilegio di starsene in panciolle nella sua cella di Pisa. A spese del contribuente, come direbbe il Castelli.
Forse La Stampa ha ragione, ma ha solo anticipato i tempi. Facciamo passare un’altra decina d’anni – di democrazia sempre meno viva e sempre meno comprensibile – e troveremo un settantenne con i capelli bianchi in grado di avere buone e sagge parole per tutti a cui appoggiarci per ricostruire tutto quello di cui sopra, quella bella massa di incomprensioni. È già successo in un Paese lontano con un detenuto, per giunta negro.

È un gioco, che si fa sulla pelle di chi non può giocare. Sadico. Maramaldeggiante. Divertente. Deve divertirsi anche lui. E se un giorno non si divertisse più, che si impicchi. Come fanno i «poveri cristi».
All’interno delle regole di questo gioco vorrei ricordare due o tre cose.
La prima è che Adriano Sofri a me non è mai stato antipatico. Anzi, mi è simpaticissimo e siamo amici da trent’anni.
La seconda è che in quindici anni di vicenda processuale, io non ricordo contro di lui che una sola accusa: aver dato un «mandato di uccidere» il commissario Luigi Calabresi in un colloquio senza testimoni della durata di circa quaranta secondi a Leonardo Marino ai margini di un pubblico comizio in un giorno a Pisa che Marino ricorda normale, ma che in realtà venne funestato da una tempesta. Se qualche giurista mi potesse far presente di una persona condannata a 22 anni sulla base di un’accusa simile (in Italia, ma anche in Iraq o in Birmania) me lo faccia sapere.
Il tema, in realtà, non è molto trattato; la «sentenza Sofri» non ha fatto giurisprudenza e nessuno ha il coraggio di insegnarla in un’aula di Legge. Anche tra i colpevolisti è passata l’ala del tempo. Quindici anni fa, all’indomani dell’arresto di Sofri, incontrai l’onorevole Luciano Violante che mi disse che la procura di Milano era sicura della colpevolezza e che aveva una «prova non ostensibile». Gli domandai se sapesse qual era e mi rispose che non lo sapeva. Leggo oggi che Violante non ha cambiato idea («Sofri è colpevole»), ma che è favorevole alla grazia. Che cosa sia una prova non ostensibile non l’ho capito ancora.

Vennero un sacco di processi, probabilmente il più lungo iter giudiziario della storia dell’Italia repubblicana.
Condannato, assolto, condannato, rivisto, condannato. Vennero mobilitazioni, digiuni, appelli e raccolte di firme.
Alla fine, poco tempo fa, il presidente della Repubblica si è convinto che i tempi sono maturi per rendere la libertà ad Adriano Sofri, detenuto da oltre sette anni nel carcere don Bosco di Pisa. Era tutto pronto. Bastava che il ministro di Giustizia consegnasse al Quirinale la pratica in oggetto, come peraltro sarebbe suo dovere. Ma il ministro ha detto che non la consegna, comunicando il suo pensiero attraverso il quotidiano La Padania. È seguito il dibattito che tutti conosciamo che, dati i ritmi del periodo estivo, tenderà a spegnersi per la fine del mese per riprendere, forse, se nessun avvenimento esterno turberà i delicati equilibri, verso la metà di settembre.
Per quella data il mio amico Adriano avrà fatto un altro po’ di segnetti sulla celletta, ma anche Carlo Azeglio Ciampi avrà pensato su quanto di galera possano puzzare le auguste stanze del Quirinale. Sarebbe buffo che toccasse a Sofri far uscire Ciampi di galera.

Il vicolo cieco di Telekom-Serbia
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di Eugenio Scalfari

[da la Repubblica di oggi]

TELEKOM Serbia, le famose carte svizzere di Igor Marini sono finalmente arrivate e la commissione d'inchiesta parlamentare ha cominciato ad esaminarle venerdì scorso. Per il poco che sappiamo si tratta di 2.500 pagine di documenti tra i quali c'è di tutto, perfino fatture (non pagate) di pochi spiccioli, contabili bancarie, ordini di bonifici e quant'altro.

Da un primo esame compiuto dai commissari non risultano in alcun luogo e in alcun modo, né diretto né allusivo, tracce degli uomini politici chiamati in causa da Marini. Credo che nessuno si aspettasse di trovarceli ma comunque questo è il primo dato che emerge dalle notizie fin qui filtrate. Aggiungo che si tratta di un dato non contestato, e quindi confermato, anche dai commissari della maggioranza i quali hanno tuttavia dichiarato che il vero lavoro d'indagine su quelle carte comincia ora e durerà a lungo.

Può essere comprensibile questo scrupolo indagatorio: 2.500 pagine sono molte, bisogna leggere bene quei documenti, valutarne la portata, insomma studiarseli. Del resto sembra che il Capo li abbia incitati a perseverare; non so se sia vero, alcuni colleghi di provata serietà professionale l'hanno scritto su giornali altrettanto seri, nei loro articoli di ieri mattina.
Certo, se fosse vero, sarebbe un fatto più grave delle battute che il Capo recita un giorno sì e l'altro pure a beneficio dei suoi tifosi delle curve nord e sud.
Se fosse vero, lo ripeto, sarebbe grave e anzi gravissimo: avremmo infatti un presidente del Consiglio che suggerisce (ordina?) ai commissari dei partiti della maggioranza il comportamento e la tattica che debbono seguire.

Perseverate, avrebbe detto, cioè continuate a cercare indizi e possibilmente prove del coinvolgimento nell'affare Telekom Serbia di Prodi, Fassino, Dini, Veltroni, Rutelli, Mastella e altri ancora se possibile. Ma può il capo dell'esecutivo interferire nei lavori d'una commissione d'inchiesta, di fronte alla cui autonomia si debbono perfino arrestare i presidenti delle Camere che pure li hanno formalmente insediati?
Evidente che non può. Forse lo specchiato presidente di quella commissione dovrebbe andare a fondo su questa questione tutt'altro che marginale. Per esempio interrogando i giornalisti che hanno pubblicato quella notizia. Si tratta di tutelare l'autonomia della commissione, che diamine! Il presidente non sente il bisogno di farlo?

Ma torniamo alle carte svizzere. In che modo la commissione parlamentare può proseguire l'indagine sul loro contenuto? Qui il problema diventa assai delicato poiché chiama in causa i poteri costituzionali delle commissioni parlamentari d'inchiesta. Di questo argomento mi ero già occupato nel mio articolo di domenica scorsa, ma ora esso è diventato molto più concreto poiché non è più basato su un'ipotesi di lavoro ma su una documentazione specifica trasmessa per rogatoria giudiziaria da un tribunale svizzero.
Citavo domenica scorsa l'opinione di alcuni autorevoli costituzionalisti e in particolare quella del professor Sabino Cassese sui poteri d'inchiesta del Parlamento.

Si tratta di poteri che derivano dal ruolo di controllo che è proprio del Parlamento sull'attività del governo, di enti pubblici e perfino di associazioni quando essi debordino dai principi e dalle norme dell'ordinamento e configurino rischi politici per le istituzioni democratiche. In quei casi le Camere possono creare con apposita deliberazione una commissione di inchiesta dotata degli stessi poteri dell'autorità giudiziaria per quanto riguarda l'acquisizione di documenti e l'escussione di testimoni. Viceversa è escluso che una commissione parlamentare d'inchiesta possa andare a caccia di reati specifici e cioè esercitare l'azione penale, riservata alla magistratura. Qualora una commissione parlamentare si imbatta
incidentalmente in un reato di rilevanza penale, essa ha l'obbligo di arrestarsi e trasmettere la notizia di reato alla competente autorità giudiziaria della quale ovviamente non può invadere il campo.

Questo essendo il terreno di lavoro delle commissioni parlamentari d'inchiesta, diventa molto delicata e controvertibile l'attività che quella intitolata impropriamente Telekom Serbia potrà svolgere sulle cosiddette carte svizzere. Come farà - me lo chiedo perché il caso di cui essa si occupa non ha precedenti nella storia parlamentare repubblicana - a indagare sui conti correnti, tanto per esemplificare, citati nelle carte svizzere, a seguire i movimenti bancari, l'apertura di crediti, il trasferimento e l'uso di fondi e di titoli?

Un'indagine del genere, tanto per citare l'ultima e più clamorosa, fu effettuata dalla Procura di Milano in tre anni di istruttoria e poi in dibattimento dinanzi al Tribunale nei processi Sme, Imi-Sir, Lodo Mondadori, attraverso escussione di testimonianze, acquisizione di documenti, rogatorie in Svizzera, Lichtenstein, Londra, Caraibi, analisi su bilanci condotti dalla Guardia di Finanza. Tutto ciò con la presenza e l'intervento fin dall'inizio delle parti in causa che hanno esercitato i loro diritti con l'ausilio di stuoli di avvocati. Alla fine i processi (non tutti) si sono conclusi con la condanna degli imputati (non tutti) al cui ricorso sono ora aperti i successivi gradi di giurisdizione fino a sentenza definitiva.

È concepibile un'analoga procedura per le commissioni parlamentari d'inchiesta? Assolutamente no, sia perché non è in loro potere esercitare l'azione penale, sia perché esse non possono cumulare in un solo organo funzioni inquirenti e funzioni giudicanti, sia perché non è previsto per gli organi parlamentari né la figura della pubblica accusa né quella dell'imputato, sia infine e soprattutto perché quella di accertare e perseguire reati di rilevanza penale non è attività che rientri nella competenza della loro natura istituzionale.

Essa viceversa, e qui parliamo specificamente della Telekom Serbia, dovrebbe indagare sulle ragioni politiche, ove mai ve ne siano state, dell'operazione che portò all'acquisto del 29 per cento dell'azienda telefonica serba, sui controlli politici che eventualmente fossero previsti sulle decisioni dell'azienda stessa e sul perché, ove previsti, non siano stati esercitati. Infine sulla credibilità dei testimoni chiamati a deporre sulle questioni sopra indicate.

In realtà, dopo un esame delle carte svizzere e qualora da esse emergesse il sospetto sia pur vago che possano condurre all'accertamento di reati di rilevanza penale da chiunque commessi, la commissione non avrebbe da far altro che passarle all'autorità giudiziaria che dal canto suo sta già indagando Marini e i suoi soci in affari, non già in veste di testimoni più o meno credibili bensì in veste di imputati.

* * *

Qualcuno potrebbe obiettarmi a questo punto che, seguendo la tesi da me esposta, la commissione parlamentare ha lavorato fuori dal suo seminato almeno per due terzi se non per quattro quinti dell'attività fin qui compiuta.
Ebbene, è esattamente ciò che penso. Penso cioè che la commissione abbia imboccato quasi fin dall'inizio un vicolo chiuso dal quale le sarà molto difficile districarsi se non commettendo altre e sempre più gravi violazioni della competenza che le è propria, duplicando indagini giudiziarie in corso, attizzando contrasti politici e trasformandosi, strada facendo, in una sorta di tribunale del popolo che certo non è organo previsto e neppure prevedibile in uno Stato democratico fondato sul diritto e sulla separazione dei poteri.

Perseverate, avrebbe detto il presidente del Consiglio. Su questa strada? Onorevoli presidenti delle Camere, voi fate non bene ma benissimo a non intervenire nell'attività della commissione d'inchiesta. Tuttavia non potete esimervi dal vigilare sull'osservanza dei suoi compiti di istituto. Se essa dovesse violarli trasformandosi in un organo non previsto in Costituzione, voi, credo, dovreste intervenire. Personalmente ritengo che questa trasformazione sia già avvenuta. Comunque, come cittadino, vorrei esser certo che la vostra vigilanza su questo punto sia all'erta. Allo stato dei fatti non ne sono però affatto sicuro.


(14 settembre 2003)

Logo 13.09.03

L'iracheno che amava l'occidente
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di Enrico Franceschini

[da la Repubblica di oggi]

Un padre economista una madre sociologa architetto con un futuro da scrittore. Durante la guerra ha tenuto un diario dall´Iraq che ha conquistato l´attenzione dei media mondiali Ecco il suo racconto fra paura e speranza.


Salam Pax esiste. L´autore del misterioso «diario da Bagdad», che prima, durante e dopo la guerra in Iraq ha invaso il pianeta attraverso Internet, è ora seduto davanti a me nel salottino di una casa editrice, a Bloomsbury. Appurato che è un giovane uomo in carne ed ossa, non una figura virtuale, si fanno altre due scoperte. La prima: è davvero iracheno. La seconda: risiede effettivamente a Bagdad. Entrambe le cose sembravano impossibili, a chi nei mesi scorsi ha seguito la sua saga. Come poteva un iracheno qualunque compilare quotidianamente un «blog», abbreviazione di «web log» (diario in rete), in cui derideva Saddam Hussein e forniva la sua personale versione del conflitto, senza che la spietata polizia del regime intervenisse? E in secondo luogo, come poteva disquisire di David Bowie e del film Matrix, dell´umorismo del settimanale New Yorker e dei romanzi di Salman Rushdie, senza mai muoversi da una città «chiusa» e sotto assedio come Bagdad?

I dubbi sulla sua identità non hanno ostacolato l´imprevedibile successo dell´iniziativa. Il «diario da Bagdad» ha rapidamente conquistato l´attenzione del Net, da questo è rimbalzato sui giornali di mezzo mondo, e adesso è diventato un libro, The Bagdad Blog, appena uscito in Gran Bretagna e in corso di traduzione in una dozzina di paesi (in Italia lo pubblicherà la Sperling & Kupfer tra qualche giorno). Un recensore inglese lo descrive come «l´Anna Frank della guerra in Iraq», il che suona inappropriato, esagerato. E´ stato però l´unico iracheno capace di far sentire autonomamente la propria voce all´Occidente, mentre intorno a lui cadevano le bombe e crollava il regime. Una voce, per di più, che consente di nutrire qualche speranza sul futuro dell´Iraq.
Salam Pax, cominciamo dal suo nome: da dove viene?
«Salam è il mio vero nome di battesimo, che com´è noto significa "pace" in arabo. Un giorno ho appreso che il mio nome in latino si dice "pax", e quando ho cominciato a tenere il diario su Internet mi è parso uno pseudonimo perfetto».

Perché un diario su Internet?
«I blog non li ho inventati io. Quando mi ci sono imbattuto, navigando in rete, li ho trovati stupefacenti. Secondo me, su Internet non c´è niente di meglio. Sono una nuova forma di comunicazione e di espressione. Puoi raccontare tutto di te, a tutti, per tutto il tempo che vuoi, su tutti gli argomenti».

Non c´è una dose di voyeurismo nell´interesse suscitato da questi diari?
«Certamente sì, e anche di esibizionismo. Diciamo che sono due nuove forme di perversione».

Non è strano che la polizia di Saddam non le abbia dato la caccia?
«Forse me l´ha data. Bisogna ricordare che Internet è sbarcato in Iraq non più di quattro anni fa. Il regime si è sforzato di irregimentarlo, controllarlo. Ma i suoi controllori non erano espertissimi. Credo che fossimo molto più bravi noi utenti a imbrogliarli. E´ stato come un gioco del gatto con i topi. Loro chiudevano una strada, noi ne escogitavamo un´altra per passare e muoverci liberamente nel Net».

Non ha mai avuto paura di venire beccato?
«Eccome. Una volta mio padre sentì un reportage alla radio della Bbc in cui si parlava delle feroci critiche a Saddam Hussein apparse in un presunto diario da Bagdad. La Bbc affermava che l´autore era un architetto. Io sono laureato in architettura. "Non sarai mica tu?", mi chiese. Negai. Ma intanto sudavo freddo».

Allora perché ha insistito?
«E´ stato un rischio calcolato, un calcolo sulla stupidità dei miei avversari. E poi ero diventato prigioniero di Salam Pax, non riuscivo più a frenarlo. Aveva il sopravvento su di me. Io sono timido, chiuso. Nel diario divento coraggioso ed estroverso».

Com´è la sua famiglia?
«Mio padre è un economista, lavorava al ministero del petrolio, mia madre è laureata in sociologia. Il papà da giovane era comunista, ha avuto qualche guaio a causa di questo. Sono cresciuto in una casa di intellettuali liberi, piena di libri. Mio padre è sunnita, mia madre sciita, entrambi sono laici e così sono venuto su ateo, con una profonda diffidenza per il fanatismo religioso».

Gli iracheni cosa pensano veramente di Saddam?
«All´inizio, negli anni Sessanta, non credo che ne pensassero male. Erano orgogliosi di questo leader che cercava di imitare Nasser. L´orgoglio nazionalista ha resistito anche durante la guerra contro l´Iran. Ma è crollato con l´invasione del Kuwait e con la prima guerra del Golfo. Durante l´embargo, la gente normale soffriva e vedeva la cricca del regime spassarsela lo stesso alla grande. Il mito di Saddam è andato in crisi. Alla fine la maggioranza non vedeva l´ora di liberarsi di lui».

Allora la guerra voluta da Bush junior è stata un bene?
«Sapevamo che serviva un intervento esterno per abbattere Saddam. Ma vedere il proprio paese bombardato, occupato da un esercito straniero, non fa piacere a nessuno. Specialmente non fa piacere a un musulmano, un arabo, molti dei quali sono stati educati a considerare l´America come il diavolo. Si fatica, perciò, ad accettarla nei panni del liberatore. Anche perché prima, durante e dopo l´invasione, l´America ha sciupato innumerevoli occasioni per farsi benvolere da noi iracheni. Col tempo, tuttavia, spero che tutto si aggiusti».

E´ ottimista?
«Sono realista. Il caos di questi giorni è inevitabile. Per trent´anni gli iracheni non erano autorizzati a parlare. Adesso lo sono, e si sentono solo le voci di chi urla, dei più fanatici o estremisti. Ma sono una minoranza. La maggior parte degli iracheni sono gente tranquilla, che continua a parlare di politica sottovoce, perché così ci siamo abituati per due o tre generazioni. Un giorno questa gente tranquilla riuscirà a esprimersi, a far valere le proprie opinioni. Perciò spero che il mio paese non diventi come il Libano della guerra civile. Il Kurdistan iracheno è già un posto quasi normale, può diventarlo anche tutto l´Iraq».

Dove ha imparato l´inglese?
«A scuola, e poi a Vienna, dove ho studiato architettura per quattro anni».
E´ lì che ha imparato a conoscere David Bowie e la cultura occidentale?
«Un poco. Ma non c´è da meravigliarsi se un iracheno conosce Bowie, la musica, i film, i romanzi del vostro mondo. Intanto, a Bagdad i film di Hollywood sono sempre arrivati in videocassette pirata ancora prima che uscissero nei cinema americani. E inoltre nell´era del Net, dell´informazione globale, neanche una dittatura riesce a imporre una censura totale. Mtv si intrufola dappertutto. Chi vuole veramente sapere, sa».

Che gliene pare di Londra?
«E´ la prima volta che ci vengo, non ho visto molto. E´ più pulita e ha strade meno strette di quel che mi aspettavo, anche se ero ingenuo a credere che fosse ancora la stessa di Dickens. Più di tutto mi ha impressionato la moltitudine di razze: vedi uomini di ogni colore, cultura e religione. E´ un magico miscuglio, il cocktail etnico da cui possono nascere fenomeni come Zadie Smith o Salman Rushdie. Occidente più Oriente, e il risultato è più della somma delle due parti».

Ha voglia di entrare a far parte di questo crogiuolo di razze?
«No. Fra una settimana torno a Bagdad. Il mio futuro è lì».

Un futuro come scrittore?
«Come architetto, mi auguro. L´Iraq è tutto da ricostruire, dopo la guerra. Vorrei contribuire alla sua rinascita».

Perché continua a usare lo pseudonimo? Non le farebbe piacere che i suoi compatrioti sapessero chi è il famoso Salam Pax?
«No, mi spaventerebbe. L´Iraq non è ancora un paese libero, tantomeno democratico. Nel mio diario attacco Saddam, il suo partito, l´integralismo islamico. Un sacco di gente potrebbe dare fastidio a me, o alla mia famiglia. Meglio conservare ancora un po´ l´anonimato».

E il blog? Il diario su Internet?
«Quello andrà avanti, finché c´è la voglia di scriverlo. Ho raccontato le difficoltà della vita sotto Saddam e sotto le bombe, ora temo che la vita continuerà a essere difficile per un pezzo: forse è questo che mi spinge a tenere un diario in pubblico, il bisogno di comunicare all´esterno il disagio, la sofferenza, miei e del mio popolo. Quando vivere in Iraq sarà più facile, più normale, allora potrò sospendere il mio blog e limitarmi a leggere quelli degli altri. Ma è un giorno ancora molto, molto lontano».


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Precedente articolo sullo stesso argomento
: War Blog

La tecnologia impazzita
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La newsletter di BlogOltre è impazzita. Da ieri sera manda una copia di se stessa a tutti gli iscritti ogni mezz'ora.
Io non sapendo cosa fare sto cancellando uno per uno tutti gli iscritti.
Abbiate pazienza e scusate per l'incoveniente.
Probabilmente la newsletter, appena resuscitata è già morta (almeno in questa forma a pagamento e non funzionante).

Scusatemi ancora. Mi dispiace ma non è dipeso da me. Perdonatemi.

UPDATED: Confermo l'eliminazione alle ore 11 del 13/9 di TUTTI i nominativi in lista. Segnalatemi se vi arrivano altre e-mail.

ULTIMISSIME: Ho cambiato il provider dei servizi adesso la newsletter è gestita con newsletter.it.
Se volete potete sottoscriverla.

Pistolottate
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[da il manifesto di oggi]

Logo 11.09.03

11 Settembre 2003
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di Pietro B.

Inizio a scrivere mentre l'11 Settembre sta per dare il cambio al 10. Questa sera mia figlia mi ha impedito di stare più tempo su BlogOltre.
Voleva stare in braccio con me, aveva bisogno del mio calore. Siamo stati tutta la sera abbracciati in poltrona a guardare un film.
Questa sera l'ho fatta anche piangere mentre volevo leggere almeno la posta, rispondere a qualche e-mail, fammi fare una cosa almeno le dicevo, dannazione. Niente lei voleva solo me e le mie braccia e non sentiva ragioni.
L'ho abbracciata e lei mi ha sorriso felice e mi stringeva forte forte.

Ecco, signori miei una buona ragione per vivere, per superare tutti gli 11 settembre di questo mondo e tutte le maledizioni che ci piombano giornalmente sulle nostre teste.
Eccovi una ragione per combattere tutte le guerre che ci costringono a fare e sopravvivere una volta di più.
Eccovi una ragione per non perderla la ragione rincitrulliti da un finto benessere che ci è stato imposto come modello assoluto di vita.

L'amore per i vostri figli. Si, signori, la cosa più banale di questo mondo. L'amore per i nostri figli. Lo ripeto ancora, l'amore per i figli.

Questo sentimento potente e unico che infonde la forza e il coraggio anche ai più codardi tra di noi e che ci fa superare tutte le avversità.

Amici questo forse è il segreto che i potenti della terra non potranno mai capire così occupati nelle loro guerre di tutti contro tutti. Nei loro reciproci e sporchi 11 Settembre.

Esiste il bene signori, esiste eccome. Ed è giusto affermarlo anche ricordando quello che successe a New York due anni fa. Non tutto è marcio, non tutto è denaro e finzione non tutto è perduto.

Mi chiedete dove? Guardate dentro gli occhi dei vostri figli ve ne accorgerete subito.

Logo 09.09.03

I provvisori
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di Malemele

Ci sono delle persone che io considero “provvisorie”. Non posso fare a meno di squadrare gli individui che mi attorniano, stando bene attenta a non farmi notare. Non c’è posto migliore della banca, la posta, tutti quei luoghi o locali in cui la prima occupazione della gente è quella di cercare di capire se si è nel posto giusto al momento giusto, se c’è in giro qualcuno che li vuol fregare, rubare il posto, cacciare, intimorire, maltrattare. I provvisori sono quelle persone che credono innanzitutto che sia l’abito a fare il monaco.

I provvisori, tendono a non esaltare la loro condizione di forte disagio, cercando di non dare a vedere l’imbarazzo di essere un pesce fuor d’acqua. I provvisori sono coloro che si trovano fuori dal loro ambiente, in situazioni e panni che non gli competono, né tanto meno accettano. Ecco quindi che l’impaccio di ritrovarsi in situazioni precarie, accentua ancor più la precarietà di detti soggetti, la loro insicurezza…

I provvisori hanno una postura ed un portamento del tutto particolare; non sanno star fermi un secondo, se in posizione eretta, spostano continuamente il peso da una gamba all’altra ed il piede che si ritrova alleggerito dal fardello dell’attesa, manifesta l’irrequietezza del proprietario con un balletto insolito e differente da persona a persona. I provvisori non guardano in faccia nessuno, ma sperano fortemente che qualche conoscente li noti e li tolga definitivamente, o per qualche secondo, dalla situazione di estraneità in cui dolenti si rinvengono.

Nel caso questo fortunoso incontro non avvenisse, essi si devono procurare seduta stante qualcosa da leggere, sia esso un depliant, il biglietto con il numero del turno, l’etichetta con le istruzioni di lavaggio che fuoriesce dalla maglietta del vicino di fila. I provvisori, inoltre, si concentrano maniacalmente sulla filastrocca da recitare al momento del tanto famigerato colloquio con l’operatore, cercando di assemblare un italiano credibile e nascondere quell’inflessione dialettale che rende ancor più precaria la loro presenza in un luogo così estraneo alle loro abitudini.

I provvisori cercano di interpretare la loro immagine, affinché nessuno noti l’estraneità della loro presenza, laddove tutti devono apparire come persone per bene e colme di sicurezza. Ecco quindi che essi estraggono letteralmente dall’armadio quella custodia sigillata dalla quale estrarre i calzoni con riga e pence, in grado di far apparire un manager addirittura un bambino di due anni. Peccato l’orlo non sia rifinito. Invece della camicia, sgualcita dai jeans che colmano il guardaroba, scelgono una maglietta trandy ed attillata comprata dai cinesi, per far notare come essi sappiano affrontare la situazione con innata padronanza e savoir faire. Arriviamo alla scarpe: classiche, nere, ben pattinate, perfette se non fosse per un simpatico buchino che lascia intravedere dei candidi calzini da ginnastica di bianca spugna.

Arriva il loro turno, il buongiorno è un po’ strascicato, ma tutto fila liscio; delle goccioline scendono delicate dall’ampia fronte soddisfatta e lucida; un sorriso appaga l’ingenuità di uno sguardo che lascia intravvedere il pensiero dello sventurato personaggio: andare a casa, esordire con: “son rivà, go fato tutto, xe pronto da magnare?”. togliere la divisa da finto damerino, restare in conottiera e mutande ed esausto sprofondare in un ristoratore sonno, sul divano della cucina. Stretto nel pugno, ciancicato un foglietto con su scritto: “05/09/03 ORE 10,05 NUMERO 115, UTENTI IN ATTESA 114”.

Logo 07.09.03

Lettera aperta all'Onorevole Renato Schifani.
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di Manilo Busalacchi

Renato SchifaniEgregio Signor Schifani,
qualcuno della sua parte politica l’ha detto: Silvio Berlusconi ha il coraggio di esporre ciò che pensa la maggioranza degli italiani. E’ vero, e lo sostengo anch’io, in quest’Italia bisogna esser matti per intraprendere la professione di magistrato. Non potrei spiegarmi, altrimenti, la resistenza al vilipendio che quotidianamente si consuma ai loro danni, ad opera di chi, invece, tale istituzione, sale della democrazia, dovrebbe garantire e difendere. Oggi, egregio Signor Schifani, chi persegue valori come l’etica professionale, la correttezza intellettuale o l’onestà, è costretto per decreto regio a vivere ai margini della società. Così, matti, esaltati, fondamentalisti, traditori, eversivi, - perlomeno ritenuti tali – ogni giorno prendono posto nella trincea della difesa dei valori, a volte incuranti delle ingiurie e degli sputi che si muovono da più parti, altre volte timorosi e silenti, propensi a resistere nell’attesa di momenti migliori, che tardano. Per questo Signor Schifani, Egregio, le scrivo, perché di quella folta schiera degli insavi di mente mi onoro di appartenere; e vi apparterrò sicuramente finché tra i savi si annovereranno persone come Lei, o il nostro Presidente, Silvio Brlusconi. Le scrivo, Onorevole, per ristabilire la verità su due sue profonde inesattezze: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati due eroi, è vero, ma loro malgrado, e lo ebbero a dire in tutte le occasioni che gli furono consentite. Un Paese non può essere normale se i suoi servitori sono costretti, perché questo è successo, a divenire martiri ed eroi; questo è sintomo che qualcosa non funziona, che nella nostra democrazia, nel nostro Stato, c’è una profonda incrinatura. Pochi uomini, isolati, vulnerabili, sono costretti quotidianamente a rivestire i panni di Don Chisciotte. Questa è la cocente realtà.
Quando Lei qualifica quei due eroi come civili, cade nella seconda imprecisione: nella Sicilia di quegli anni era in corso una vera e propria guerra, con tanto d’uso d’armi da fuoco e strategie militari. Quello che ancora sfugge è l’identità delle parti contrapposte. Chi ha attaccato chi? Con quali obiettivi? Lo Stato era parte offesa o era membro di una guerra intestina. La vecchia storiella della Mafia, dell’omertà, della lupara e del politico suo malgrado consenziente, non la beve più nessuno.
Oggi, che la guerra non è mai terminata, che la trincea è solo divenuta più sordida, che è in atto un’evidente restaurazione circa i fatti e gli uomini trucidati, oggi abbiamo bisogno di modelli. E modello mai potrà essere Lei, Onorevole Schifani, né Silvio Berlusconi, e non per l’appartenenza ad una parte politica evidentemente diversa dalla mia, ma per la totale assenza del senso dello Stato e di tutti gli obblighi morali e di onestà che ne derivano.

Con la fierezza che mi deriva dall’essere “matto”, se l’esser matto vuol dire condividere la dura vita dei magistrati, Le chiedo di non farmi vergognare ancora una volta d’essere italiano, dato che il mio essere siciliano è stato più volte violentato.

Saluti, Egregio Schifani, che ne abbia a riflettere.


Manilo Busalacchi

«Troppi fallimenti, sono disperati e hanno deciso di andare alla guerra»
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Intervista a Luciano Violante a cura di Ninni Andriolo

[da l'Unita del 6/9/20034]

ROMA - Il forzista Bondi lo attacca definendolo «un orditore di trame eversive», ma lui replica spendendo poche parole. «Mi occupo di cose serie - taglia corto Luciano Violante - Quelle farneticazioni non meritano alcuna risposta».
I «problemi veri» che preoccupano l’ex presidente della Camera sono quelli del «disastro» provocato dal governo Berlusconi. «Vogliono infuocare il clima politico per distrarre l’attenzione dalla crisi economica, dalla riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, dalla scuola e dalla sanità nel caos». Insomma: «il centrodestra è alla disperazione e cerca una via d’uscita nello scontro».
Il messaggio al centrosinistra è chiaro: «guai a cadere nella trappola, ad accettare la rissa, a farsi trascinare sul terreno più congeniale alla maggioranza».

Presidente, dove vuole arrivare Berlusconi?
Vogliono attirare l’opposizione nella trappola dell’insulto reciproco. Hanno il monopolio dei mezzi d’informazione, come ha sostenuto anche il Parlamento europeo. Se l’aggressione prende il posto del confronto sui problemi veri del Paese pensano di potere avere la meglio. Se tutti urliamo e ci insultiamo, viene fuori che siamo tutti uguali; la gente non vedrà vie d’uscita. Il progetto è lucido e spregiudicato, tipico di chi è disperato e usa tutti gli strumenti per cercare di stare a galla.

Un progetto che non è condiviso da tutto il Polo. Ma i dissensi sono timidi. I distinguo flebili, molto meno rumorosi dell’estremismo berlusconiano. Non crede?
La posizione di questi dirigenti di Forza Italia non rappresenta quella di tutta la Casa delle libertà, dove ci sono uomini e forze responsabili. Berlusconi è stato l’asso vincente del centrodestra. Ma adesso, dentro la maggioranza, molti si rendono conto che il premier, con i suoi estremismi, è diventato la pietra al collo del Polo. Come ne usciranno? Non lo so ed è difficile dirlo. Ho l’impressione che in questo clima tendano a prevalere i peggiori. A meno che i migliori non abbiano uno scatto di responsabilità.

Perché proseguire sulla strada dello scontro visto che questo non paga? I risultati elettorali stanno lì a dimostrarlo: la gente non premia l’estremismo berlusconiano...
La sequenza negativa delle elezioni del 2002 e del 2003 ha indotto alla disperazione il gruppetto di comando del partito del Presidente del Consiglio. Hanno ben chiaro che non ci sono soltanto i risultati elettorali a metterli in discussione. Capiscono che si sta logorando il blocco sociale che aveva permesso la vittoria del 2001. La Confindustria prende le distanze; i pensionati, componente importante del successo del centrodestra, hanno capito che questa maggioranza li porta alla rovina; le famiglie hanno perso il cinque per cento del loro potere d’acquisto. Questi sono i fatti che non sanno affrontare. Non sono in grado di risolvere i problemi che preoccupano i cittadini, per questo tentano di scatenare la guerra.

Un progetto miope. Possibile che non se ne rendano conto?
Il metodo di inventare il nemico interno e dargli addosso, per sviare l’attenzione dai problemi veri di una nazione, è tipico delle forze autoritarie. E se il nemico cade nella trappola, e accetta quello scontro, il gioco è fatto.

Le sue parole, quelle che hanno fatto innervosire Bondi, non sono state tenere. Lei ha denunciato l’esistenza di una componente eversiva dentro Forza Italia...
Facciamo l’elenco? L’uso delle commissioni d’inchiesta, prima tra tutte quella su Telekom-Serbia, contro l’opposizione e le massime istituzioni dello Stato; le dichiarazioni di dirigenti politici come Taormina e come lo stesso Bondi contro il Presidente della Repubblica; le parole di Berlusconi contro l’intera magistratura. È il sovversivismo delle classi dirigenti di cui parlava Antonio Gramsci.

L’obiettivo è quello di trascinare nella rissa anche il Capo dello Stato?
Il Capo dello Stato ha tenuto sempre un atteggiamento al di sopra delle parti, ha cercato di tenere insieme i pezzi del Pese che il centrodestra rompeva giorno dopo giorno. Il Quirinale ha cercato di tenere dritta la barra, si è impegnato in una sorta di sartoria istituzionale. Per questo ha la fiducia e il rispetto dell’Italia e dell’Europa.

La replica del Colle in difesa della magistratura attaccata da Berlusconi apre una crisi istituzionale non facilmente componibile?
Ci sono certamente elementi di crisi istituzionale, ma questa crisi non è separabile dalle altre difficoltà del Paese. Quando chi rappresenta il governo si esprime come si è espresso l’onorevole Berlusconi il Paese si sbriciola perché perde il senso di sé, del suo ruolo, del suo destino direi. Se un’intera istituzione è accusata dal premier di essere malata di mente cosa deve pensare il cittadino di se stesso, del suo governo e del suo Paese? Dove può trovare il senso della comunità cui appartiene?

E l’opposizione? Basta denunciare ogni volta l’estremismo del premier?
Il centrosinistra deve tenere i nervi saldi e deve impegnarsi sulle grandi questioni del Paese: costo della vita e salvaguardia del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, scuola, sanità, rilancio produttivo. L’opposizione deve dotarsi di un progetto e deve darsi una fisionomia più solida. La proposta di Romano Prodi favorisce un processo indispensabile di maggiore unificazione delle forze del centrosinistra. Questo percorso non può non essere guidato politicamente dallo stesso Prodi.

Nel centrosinistra si parlano ancora lingue diverse, mentre il tempo stringe e le difficoltà di Berlusconi si accentuano...
Dopo la crisi del 2001 siamo tornati uniti, Ulivo, Rifondazione e Di Pietro, e siamo tornati a vincere. Ma nelle prossime elezioni politiche non basterà presentarsi come nel ‘96. Bisogna avere la capacità di offrire al Paese un patto di governo fondato su alcuni grandi obiettivi programmatici e sull’impegno a governare insieme per l’intera legislatura. In questo quadro tutte le cooperazioni rafforzate possibili potranno dare maggior forza al progetto unitario nel quale tutti devono sentirsi impegnati e coinvolti.

Logo 06.09.03

Rita Borsellino: «Sono disgustata per le parole di Berlusconi»
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di Sandra Amurri

[da l'Unità online del 5/9/2003]

«Non basta commemorare i magistrati morti e poi uccidere i vivi con le parole». È questo l'immediato commento di Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo trucidato in via d'Amelio con gli uomini della scorta. Una donna che il dolore ha costretto ad uscire dal guscio del suo privato per iniziare a girare le scuole, le piazze d'Italia per promuovere le nobili iniziative di Libera, l'associazione fondata da don Luigi Ciotti di cui è divenuta vicepresidente.

«Sono disgustata e perplessa», continua Rita Borsellino «anche per i toni sprezzanti usati dal Presidente Berlusconi che attraverso il suo portavoce ci ha fatto sapere che stava scherzando quando ha pronunciato quelle parole nei confronti dei magistrati, che lo ha fatto per strappare qualche risata a chi in quel momento stava realizzando un'intervista con tanto di registratore sul tavolo. Confesso anche che mi sarei aspettata una reazione più incisiva del Presidente della Repubblica che, in fondo, si è limitato a ribadire la fiducia nella magistratura mentre dall'alto del suo ruolo e della sua statura morale avrebbe potuto e dovuto spendere parole più dure. Non è possibile che questo signore possa continuare a parlare a ruota libera senza che nessuno riesca ad impedirglielo. Mi chiedo anche come si possa fare affinché quella gente che si era indignata all'indomani delle stragi torni a sentire privatamente il bisogno di dare visibilità alla propria rabbia». Una breve pausa. Rita Borsellino respira profondamente quasi come se una parte di sé volesse impedire alla memoria di ricordare. Ma le parole di Berlusconi che definisce "matti" i magistrati hanno un effetto devastante: «Paolo in vita è stato offeso da tante definizioni ingiuriose come quella che maggiormente lo aveva addolorato quando dissero che era un "professionista dell'antimafia" ma mai ho udito cose così vergognose. Paolo era matto, è vero, era pazzo d'amore per la giustizia fino ad andare incontro alla morte con la consapevolezza che solo un autentico servitore dello Stato può possedere».

Tace di nuovo per qualche secondo Rita Borsellino. Ripensa ancora a quelle frasi: «Pensando di correggere il tiro è arrivato perfino a dire che non voleva riferirsi a tutti i magistrati ma solo a qualcuno in particolare come se ciò fosse meno grave. Ma se così è allora abbia il coraggio di chiamarli per nome e cognome e ci dica anche di quali colpe si sono macchiati». Rita Borsellino conclude con la speranza-augurio che di nuovo migliaia di cittadini possano darsi appuntamento, come accadde a Piazza San Giovanni, per difendere la giustizia e la Costituzione.

Anche la Fondazione intitolata a Francesca Morvillo e a Giovanni Falcone non esita a manifestare tutta l'indignazione possibile in risposta alle dichiarazioni di Berlusconi. «In memoria dei tanti giudici martiri che hanno dato la propria vita», scrive in un comunicato ha reso noto di aver deciso «di respingere l' iniziativa del governo di realizzare una stele commemorativa della strage di Capaci - avvenuta il 23 maggio 1992 - perché «alle celebrazioni ipocrite preferisce il sostegno dei privati cittadini e l' adesione sincera dei tanti giovani che si riconoscono nei valori di legalità e giustizia per i quali è vissuto ed è morto Giovanni Falcone». E fa sapere di aver chiesto un incontro con la giunta dell'Associazione nazionale magistrati convocata con procedura d'urgenza per il 10 settembre a Roma per "esprimere la solidarietà a tutti i magistrati italiani". La Fondazione, inoltre, invita tutti ad astenersi dall' uso strumentale del nome e dell' opera del magistrato ucciso, e ringrazia il presidente della Repubblica «per la difficile funzione di garante delle istituzioni repubblicane che è chiamato quotidianamente a svolgere». Auspica, infine, che «tutte le alte cariche dello Stato siano un segnale forte del sostegno incondizionato alla magistratura italiana, perché risulti chiara ai cittadini la ferma difesa delle istituzioni democratiche del nostro Paese».

«Sono disgustato e amareggiato. Le signore Maria Falcone e Rita Borsellino, con le loro dichiarazioni hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli», ha detto Renato Schifani, presidente dei senatori di Fi commentando le critiche rivolte da Maria Falcone e Rita Borsellino alle dichiarazioni del premier sui magistrati. «Le due signore, entrambi militanti a sinistra - ha aggiunto Schifani - non solo hanno finto di non avere capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito ad una ristrettissima cerchia di magistrati ma, con una disinvoltura che preferisco non commentare, hanno strumentalizzato due eroi civili che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività». «La signora Rita Borsellino, infine - ha concluso - nella sua dichiarazione ospitata senza contraddittore al Tg3 e registrata in via D'Amelio, ha detto di trovarsi sul luogo in cui era stato ucciso un uomo che il presidente del Consiglio aveva definito un matto. Lascio a chiunque abbia libertà di pensiero giudicare l' iniziativa della signora».

Rita Borsellino è incredula: «Ad un signore così non rispondo». Lei stava a via D’Amelio perché vive a via D’Amelio. E Schifani che è di Palermo, e abita a due passi, dovrebbe saperlo.

Forza Berlusconi!
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(Aggiornamento del 10/9 - Adesso in fondo al testo in inglese troverete la traduzione in italiano (solo dell'intervista))

The embattled Italian Prime Minister summoned Boris Johnson and Nicholas Farrell to his Sardinian retreat, and accorded them an insight into his success

[da The Spectator del 6/9/2003]

It is twilight in Sardinia. The sun has vanished behind the beetling crags. The crickets have momentarily stopped. The machine-gun-toting guards face out into the maquis of myrtle and olive, and the richest man in Europe is gripping me by the upper arm. His voice is excited. ‘Look’ he says, pointing his flashlight. ‘Look at the strength of that tree.’ It is indeed a suggestive sight.

An olive of seemingly Jurassic antiquity has grown from a crack in the rock, and like some patient wooden python it has split the huge grey boulder in two. ‘Extraordinary,’ I murmur. My host and I stand lost in awe at olive power. If Silvio Berlusconi, 67, Italian Prime Minister, is secretly hoping that a metaphor will form in my head, he is not disappointed.

What does it show, this outrageous olive, but the force which through the green fuse drives Berlusconi himself? And what does it stand for, this colossal cracked stone? You could try the Italian political establishment; or the European liberal elite; or just civilised Western opinion: all things which Silvio has scandalised and divided. Only last week the Swedish foreign minister, Anna Lindh, anathematised not just Berlusconi, but Italy itself.

Under the government of Forza Italia, she claimed, Italy could no longer be said to be part of Western European tradition or share its values. You may think that a flaming cheek, given that Europe’s founding text is the Treaty of Rome. Where was Sweden, hey, at the 1955 Conference of Messina? You may find, like me, that at the sight of Berlusconi being monstered by Anna Lindh, your sword instinctively flies from its scabbard in his defence. But it was the attack by the Economist newspaper that, I suspect, got in among Berlusconi and his team, not least because it is read in — or lies inert on the coffee tables of – American boardrooms.

Twice now, this distinguished paper (motto: the wit to be dull) has given Silvio a frenzied kicking. It has said that he is not fit to govern Italy, and in a recent edition it laid 28 charges against him and said that not only was he unfit to govern Italy, he was also unfit to be president of the EU — an office he holds until December. It is the Economist attack which may have contributed to the presence of The Spectator here amid the wattle and rosemary of his 170-acre Costa Smeralda estate. Nick Farrell, our Italy correspondent and biographer of Mussolini, has flown in from Predappio. I have been summoned from the other side of the island where, coincidentally, the Johnson family has also been staying in infinitely less splendid accommodation.

When Farrell and I meet for a tactics talk in a Porto Rotondo bar, we decide that the charges must of course be raised with signor il presidente, as the Prime Minister is confusingly called. But we know that we are unlikely to reach a verdict on the key questions, relating as they do to the abortive 1985 sale of a state-owned biscuit company to Buitoni, the spaghetti kings. Let us leave those matters to the lawyers and the desiccated calculators of the Economist. We have a broader and higher purpose: that is, to establish whether or not we feel that Sig. Berlusconi is on the whole a force for good in Italy, Europe and the world.

For three hours we have been in his presence. We have sat at a table in his drawing-room, Berlusconi at the head, nipples showing through his white Marlon Brando pyjama-suit, and from time to time that table has been pounded vigorously enough to shake the glass bibelots and naked female figurines that dot the room. We have drunk pints of sweet iced tea, brought silently and unprompted, as he has outlined his robust, neo-conservative view of the world. At one stage, after about an hour, the Prime Minister has vanished into the kitchen himself, and caused the appearance of three plates of vanilla and pistachio ice-cream, as if to refuel his torrential loquacity. We have heard him extol Thatcher, praise Blair (‘I have never known us to disagree on anything’), laud Bush and damn the Italian magistracy as ‘anthropologically diverse from the rest of humanity’.

It has been, says Valentino, his charming interpreter, the most detailed and generous interview that the leader has ever given, and by 7 p.m. Farrell and I are feeling, frankly, a bit limp. But there is no stopping the balding, beaming, bouncing multi-billionaire. He had a brush with cancer a couple of years ago; his skin is a little sallow for a man who has spent August in Sardinia; he looks less like a million dollars than a million lire. But he is the fizziest old dog you have ever seen. ‘Facciamo un giro,’ he says, by which he means, let’s go for a ride.

When Berlusconi takes the wheel of a golf buggy, he does not trundle: he prefers to whang it and weave it down the swept paths of his estate, like Niki Lauda on the Monza hairpin. And as his passengers sway like sea anenomes, he gestures at a landscape which is, of course, naturally lovely, with the sun setting and the Tyrrhenian sea turning from indigo to faded denim. But everywhere he sees signs of his own handiwork and everything seems somehow the product of his own imagination. ‘There,’ he says, pointing to a bank of blue plumbago. ‘This is the flower of Forza Italia. The flower doesn’t know it, but I know it.’

Forza Italia! Come on, Italy! The very name, with its football-terrace echo, is enough to wrinkle the nostrils of Anna Lindh and the Euro-nomenklatura. Forza Italia was the movement he founded in 1994 with his $12 billion fortune, and with which he first seized the premiership, only to lose it when his right-wing allies ratted on him, and the lawyers closed in. He was indicted on various charges of bribery and corruption. He struggled on in opposition. But the forza was strong in Berlusconi and in 2001 he came storming back.

From port to port went the Forza Italia cruise ship — not unlike the one on which the 17-year-old Berlusconi had sung — and adoring crowds were produced for the cameras. At a cost of $20 million he peppered 12 million Italian households with his magnificent, 128-page all-colour Berluscography, An Italian Life. In it they found a story of fantastic, volcanic, American self-propulsion; the early skill in Latin and Greek, a facility he hired for cash to less able pupils; the devoted friends who have remained with him as he expanded his empire, beginning with the town he built in 1960 in a swamp outside Milan which has 4,000 inhabitants and which seems from its photographs to be agreeable in a Milton Keynes-ish way.

They learnt of his first wife and how their feelings for each other turned ‘from love to friendship’ before he acquired his second wife, knock-out blonde soap-star Veronica Lario. There was news about his suits (Ferdinando Caraceni), his cook, his cancer and, above all, the testimony of his mother Rosella. Silvio’s mother said Silvio was a hell of a guy, and whatever Silvio’s mother said, other mothers took very seriously. Studded on every page were his cheery chipmunk grin and his Disneyish nose. To every small Italian businessman he stood for optimism and confidence and an ability to get things done. And here, in the first stop of our wacky races golf-cart tour, is a lesson in his can-do approach.

One day Silvio came along and found they had flattened the trees, in a 50-metre radius, to make a helicopter pad. He didn’t want a helicopter pad. He was devastated. He went to sleep on Easter night, wrestling with the problem. ‘At a certain point I decided that out of each evil you must find a good thing. I thought I could create a labyrinth, and then I decided to make something which had never existed before — a museum of cacti!’ We dismount and admire this bizarre amphitheatre in which an audience of 4,000 prickly customers, comprising 400 species from seven countries, looks down from circular terraces on to a beautiful blue pool facing out to the bay. It is cracked but somehow brilliant.

‘This is the brain of my finance minister,’ says Silvio, pointing to a thing looking like a wrathful artichoke, ‘ideas everywhere.’ He caresses the powdery flanks of another plant to show its ingenious defence against climbing ants. ‘And this,’ he says, pointing to a villainous set of spines, ‘is the mother-in-law’s cushion. This rock came from Lanzarote!’ Why did it come from Lanzarote? Was it really essential, this red pumice? Perhaps not: but it showed that Silvio could move mountains.

He has certainly moved Farrell, who is evincing signs of rapture. ‘Bravo, Signor Presidente’, says the biographer of Mussolini. ‘Veramente bravo!’

Berlusconi waves aside our enthusiasm but cannot resist the moral. ‘See,’ he says, ‘this is what the private sector can do! I did this! I did it in three months!’ I did this: the boast of every alpha male. Thus the three-year-old to his doting mother; thus Agrippa on the frieze of the Pantheon.

The Italian population liked him for his energy and they handsomely returned him. In 2001 he achieved an unprecedented majority, commanding both houses of parliament. He had a huge opportunity to enact what he proclaimed was his vision: a Thatcherian tax-cutting reform of Italy. His enemies went into spasms of indignation and, in truth, one can see the cause of their unease. It is unsettling that one man should have such a concentration of commercial and political authority. It does make one queasy to think that this charming man is not only the biggest media magnate in Italy, owning Mondadori, the biggest publisher, AC Milan, the biggest football club, several newspapers and a huge chunk of Italian television — but is also Prime Minister.

We put these concerns to him and Berlusconi bats it all back in phrases honed with use. No, he didn’t go into politics to protect his own commercial interests, as Enzo Biagi, a columnist, has alleged that he privately confessed. ‘I couldn’t work all my life in Italy with a communist, left-wing government,’ he says. No, there is no conflict of interest. People can write what they like in his papers. ‘I am the most liberal publisher in history.’ And no, the Economist charges are old, footling, groundless, and the table incurs a good thudding as he iterates his defence.

It is quite the done thing, he protests, to pass a law exempting himself from prosecution for the term of his office. Chirac has done the same. But it was never our goal, in this interview, to establish the dodginess of his business practices. We were trying only to judge whether he was on balance a good thing. Our answer, when the trolley-ride finally ends and we are sitting like a pair of oiled guillemots over a beer in Porto Rotondo, is an unambiguous yes.

It is hard not to be charmed by man who takes such an interest in cacti and who will crack jokes at important EU gatherings, not only about Nazi camp commandants but also about whether or not his wife is running off with someone else. There is something heroic about his style, something hilariously imperial — from the huge swimming pool he has created by flooding a basin in the Sardinian hills, to the four thalassotherapy pools he has sunk for Veronica, powered by computers more advanced than those used on the Moon shots.

It may or not be important that he claims never to have sacked any of his 46,000 employees. We scan closely the faces of his cook and a butler as they pass us in another golf cart and hail him matily. ‘Where are you off to?’ asks Berlusconi. ‘We’re off for a ride!’ they say. Yes, they seem happy. His appeal, for me, is that he is like so many of the things he has brought to this Sardinian coast. He is a transplant.

Suddenly, after decades in which Italian politics was in thrall to a procession of gloomy, portentous, jargon-laden partitocrats, there appeared this influorescence of American gung-hoery. Yes, he may have been involved in questionable business practices; he may even yet be found out and pay the price. For the time being, though, it seems reasonable to let him get on with his programme. He may fail. But then, of course — and this is the point that someone should write in block capitals, fold up and stuff in the mouth of Anna Lindh, Swedish foreign minister — he can be rejected by the Italian people.

She may not like it but he was democratically elected and can be removed by the very people Anna Lindh insults. If we are obliged to compare Silvio Berlusconi with Anna Lindh, and other bossy, high-taxing European politicians, I agree with Farrell: as the narrator says of Jay Gatsby, a man Berlusconi to some extent resembles, he is ‘better than the whole damn lot of them’.
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L'INTERVISTA

The new imperial vision of Silvio Berlusconi

The Spectator began by asking Berlusconi whether he has mended fences with Chancellor Schröder, after he likened the German Social Democrat MEP, Martin Schulz, to a Nazi camp commandant?

It was I who was offended, my government and my country. I replied with a joke. I wanted to be humorous. The whole of the parliament laughed. My reply was taken and exploited against me. But you know what? It was a reply that was virtually impossible for me to resist because I once broadcast 120 episodes of Hogan’s Heroes in which there was this Sergeant Schulz. You remember? I didn’t even think about it. Schulz was shouting at me — no? And it just came to me off the cuff. I always try to be ironical in my speeches. Anyway, I had a phone conversation with Schröder in which I said my intention had not been to offend and that I was sorry that my joke had upset some people.

What provoked him?

In that sitting of the parliament, the speeches had been prepared beforehand under the direction of the MEPs of the Italian Left. So out came this image of Italy as follows: first, that in Italy there is a man who controls 85 per cent of the Italian press — the opposite is the case: I am the most liberal publisher in history; two, that this person also controls all Italian television — when I have one friend in Italian television who has a 7 per cent share; three, that I trample the Italian judges beneath my feet — and so if Italy were to apply today to join the EU, the application would be turned down. This was the theme of all the different speeches by the Left that day.

The Italian reality

The Italian reality, to he who is familiar with it, is that Italy is an absolute democracy with one or two anomalies. One is that we have an opposition that is not altogether democratic because it is made up of the same people who were communists and protagonists of the Italian Communist party which was of Stalinist origin. Another anomaly which is not known abroad is that we have an extremely politicised judiciary. And the third anomaly is that there is strong disinformation on the part of the press. Just read Repubblica, just read Unità, they are newspapers completely at the service of the Left. If you read Unità, you think you are living under a tyranny.

What is the proof that we have a completely politicised judiciary?

The declarations of the judges themselves. In one of their organisations — Magistratura Democratica — they have publicly declared that their members must use the legal system to topple the bourgeois state.

On the leftist conspiracy

The situation in Italy cannot be understood by a foreigner unless he takes into account the recent history of Italian politics. For half a century Italy was governed by a coalition of five parties which were by origin democratic and pro-West: the Christian Democrats, the Socialists, the Republicans, the Social Democrats and the Liberal party. Unfortunately, this Italian system has produced 57 governments in little more than 50 years. I am the 57th government, and for the first time in 50 years I have a large majority in both houses of parliament. What happened was that in 1992, after the fall of the Berlin Wall, the Communist party, the Left, that had been defeated by history, instead of being put on trial at least for their moral complicity with the crimes of the communist regimes from Stalin to Pol Pot to Milosevic — which they had always supported — they always had a fatal attraction for dictatorship....

Communists everywhere

They were not prosecuted because the Left had infiltrated their men in all the nodal points of the state; that is, the schools, the papers, the TV stations, the magistracy, in the central nervous system of the state. Instead of being prosecuted, they used their infiltration not to stand trial, but to put all the other parties, which history had proved right, on trial.

Why he entered politics

I entered politics with great sorrow, but I thought in 1994 that the extreme Left would have been a serious disaster for Italy. The parties of the Left controlled 34 per cent of the votes, but they had more than 80 per cent of the seats in parliament because the other parties — the five parties that had governed Italy for 50 years — were wiped out. I was the most popular man in Italy because I made commercial TV out of zero, and I was an important businessman because I was a man of sports with many victories. I had five teams — and not just in soccer, but in hockey, volleyball, rugby — and they were victorious in all the Italian and world championships. I had built small towns and I was the proprietor of the second biggest chain of supermarkets — all Italians knew it. I was in charge of a popular movement, and people were saying, ‘You are our only hope of not having a left-wing government.’

Why do Italian commentators attack him?

I think there is an element of jealousy in all of these people because I cannot find another explanation. All these journalists — Biagi, Montanelli — were older than me and felt they were the important ones in our relationship, and then the relationship was turned upside-down and I became what they themselves wanted to be.

He says he admires Lady Thatcher, but is he really leading a Thatcherite revolution in Italy?

I am a great admirer of Lady Thatcher, but I read in her biography that in her first four years she achieved very little. I have great difficulty with the Italian bicameral system, and I must discuss everything with my coalition partners. The Italian prime minister does not have the power of Tony Blair. I only have the power of moral suasion. I cannot sack a minister or an undersecretary, and it is almost a miracle that I have been able to achieve what I have. I inherited a state not only with the highest public debt in Europe, at 105 per cent of our GDP — and 6 per cent of that GDP goes on servicing our debt, and this had a huge impact on our margin of manoeuvre — but I also inherited a country which is old in its structures and its institutions.

Plethoric

Italy has a very good business and entrepreneurial class, thank God, and it is the five million entrepreneurs who are the real richness of Italy; but the state is old, obsolete, with a public administration that is plethoric, inefficient and very expensive. We have abolished inheritance tax, and tax on gifts. We have increased from 1m lire to 1.5m lire the tax deduction for each child. I have reduced corporation tax to 35 per cent, and in five years I intend to keep my promise and bring the tax on personal incomes down from 47 per cent to 33 per cent.

Bobbies on the beat

The level of reported crime is 12 per cent lower, because we are transforming the philosophy of law and order from a purely repressive philosophy to a preventive one. We have introduced a character like your bobby on the beat in all major Italian cities: in the street, in the squares, near the schools, the stadiums. Now they go in pairs and in the future maybe they will go on their own. Then I have presented a vast programme of public works, worth 125 billion euros, involving 125 major works of which six are epochal in scale, such as the bridge across the Straits of Messina and the barrier in Venice. I have already succeeded in digitalising our public administration and making our labour markets the most flexible in Europe. Yes, yes, they are more flexible than Britain now.

Is he confident of brokering a deal on the European convention?

I think the only way forward is to approve that which has emerged from the Giscard convention exactly as it is, perhaps with one or two changes, but that is all. Italy is naturally favourable to the introduction of a reference to Europe’s Christian culture, or Judaeo-Christian culture, but there are only four countries which support this clause: Italy, Spain, Holland and Poland. We want it, but, frankly, I don’t think it will be possible. It would be a good thing if we had a common foreign policy, if Europe had a single voice, but I know that at the moment this is not possible.

Why did he support the war in Iraq?

We had many doubts about the necessity of this war, and we tried to avoid it, but when we saw that the US and England, our traditional allies, had decided to make war, we were in solidarity with them. For example, if a brother goes into a certain business and for three months I say, ‘I beg you not to do it’, and when he does it — well, he is my brother, and I support him, even if not to the point of paying for all his losses! And I have done the same thing with the US. We are alive today because of the US, and it was the US who liberated us from Nazism and communism and supported our economic growth. We have lived for 50 years under their protective umbrella because they spent 4 per cent of their GDP on protecting us against the Soviet Union, and we spent only 1.5 per cent of our GDP. So we have a sense of gratitude which is absolute, absolute. It was difficult to support the war because I had the whole of the Left against me, but I held the line. I told President Bush immediately that I was constitutionally forbidden from sending troops without a second UN resolution, but we have sent 3,000 troops now to help with democracy and peacekeeping.

What happened to the weapons of mass destruction?

I am accustomed to put myself in the place of the other guy, and I reasoned that if I were Saddam, I would say to myself, ‘We will cause all the WMD to disappear, because then we will block the UN resolution and there will not be an attack from America.’ So Saddam eliminated the WMD because someone told him, someone very authoritative, that there would not be an attack without a UN resolution. So I think he destroyed them or sent them abroad.

Were Western publics deceived on this question?

This I cannot say. I do not know how it all happened. I have a great esteem for Tony Blair, and there is a great sincerity in our personal relations. I believe Blair and Bush because I look into their eyes and I believe them. I did not speak directly with Bush or Blair about the imminence of the threat from Iraq.

Berlusconi on the Middle East...

I want to widen my remarks and say that, whether or not this war was opportune, we certainly have a big problem in the relations between the West and the Muslim community. It is a fact that in the Middle East there is no democracy, and it is important that there should be; and I judge this intervention in Iraq to be positive because it has placed an end to a dictatorship, and it can be paradigmatic for the whole region. I understand the difficulty of teaching democracy to a people which has known only dictatorship.

...and how to deal with the world

We are now confronted by a new world situation. We have passed from the confrontation of two blocs because the Russian federation has decided, under the guidance of Mr Putin, to be part of Europe and the West. That is a very big fact. I had the occasion to be president of the G8 in Genoa in 2001, and I was the host of the dinner, trying to bring everyone into the conversation, and I was making jokes as usual. I asked Schröder about his experiences with women because he has been married four times, and I made him laugh. And I decided after a while just to push my chair back from the table and let them talk, and I saw Blair joking with Chirac, and Putin joking with Bush, and I was joking with everyone, and suddenly I thought, ‘Look, here I am, a man who has felt on his skin the second world war, since I was born in 1936. I saw my father dressed as a soldier, and I thought, ‘What a wonderful world.’

It could be so beautiful

What a different world we are passing on to our children at the beginning of our century, our millennium! What a marvel! It seemed almost unbelievable to me, because when I was a boy, I knew communism. I was at school with the Salesiani near Milan, and priests who had escaped from behind the Iron Curtain came and visited us, and told us about the terror, and I knew at the age of 12 that communism was the most inhuman and criminal oppression in the history of man. Communism is not dead today, by the way: there are still more than a billion people in the world who live under communism, and where the opposition is either in prison or in exile. But here we come to the point, as I saw this extraordinary, beautiful scene round the table in Genoa. I was happy and thought we were passing on to our children the prospect of a pacified world — and then came 11 September, and the present situation of terrorism and fundamentalism.

Imposing liberty and democracy

So, ever since, we have been discussing this question, and at the last G8 we discussed the New World Order, which involves a West that is extraordinarily strong compared to the rest of the world; and we have promised several times to give the poor of the world food, water, education, sanitation. But I said at the Evian summit, and I said when I was at the ranch with Bush for two days, ‘Isn’t there a good which comes before these material goods? And isn’t that good called Liberty?’ Liberty creates these material goods, and without it they cannot exist. If there is a dictatorship, if there is a tyranny, if there is no liberty, then all this money goes into the hands of despots who put it in their Swiss bank accounts. They arm themselves and make war.

A community of democracies

So I said, given the enormous and paradoxical success of fundamentalism, why don’t we talk more openly about the community of democracies? Yes, why don’t we reform the UN? Let us say to Mr X or Y in this or that dictatorship, ‘You must recognise human rights in your country, and we give you six or 12 months to do so, or else we intervene.’ And we can do this now because there is no countervailing power. In the old days, America or Russia didn’t ask a third country whether its citizens had human rights, or whether the opposition had a voice. They only asked themselves whether he is with us or with them. If he is with us, that is enough, and never mind if he is a dictator.

If necessary by force

But now, in this new environment, we must see what dictatorship is producing, and we must understand why bin Laden exists, and why fundamentalism generates terrorism. I tell you the truth: if I lived in a country where there was no day appointed for elections, I would become a revolutionary, if not a terrorist. And that is because I love liberty too much; without liberty a man is not a man. He has no dignity. And so today we are now able, with Russia and America together, to look at all the states of the world, and assess the dignity of all the people in the world, and we can give them democracy and liberty. Yes! By force if necessary! Because that is the only way to show it is not a joke. We said to Saddam, ‘Do it, or we come’, and we came and we did it. I cannot say which country he was from, but someone telephoned me the other day and said, ‘I will do whatever the Americans want, because I saw what happened in Iraq, and I was afraid.’ [Mr Berlusconi’s spokesman indicated that the leader in question was Col. Gaddafi.]

Bush’s book of rogue states

At Evian I participated in the morning at a meeting with President Bush and the FBI and the CIA. And they had a book, with all the countries in the world where there is no peace and there is a risk. We began with Liberia, and then Bush said, ‘What about Afghanistan?’ And then Chirac said, ‘What about Korea?’ And when we came to Kosovo, where we Italians have 3,600 soldiers, Bush said to me, ‘I thank you.’ And I said, ‘No, it is I who thank you, because Kosovo is near me. I am here and Kosovo is here!’ So we have a moral duty to be responsible for the New World Order, and we have to understand that America has 400,000 soldiers overseas. And how is this done? With American taxpayers’ money. All of this we have to appreciate, and also to take action.

Should Europe not share the burden?

Certainly, certainly. Europe ought to spend more to give it a military power, or it will never be equal to the US, and the distance between us will be irrecoverable. We have many budgetary difficulties in Italy, and I inherited a bad situation, but I am convinced that over time Italy should gradually spend more on defence. But I am also convinced that there should be intelligent spending, so that each European country does not equip itself with the same specialisations.

So why does the Economist think he is unfit to govern Italy?

The Economist has made a big and fundamental mistake in confusing the cops and the robbers. It has taken the protectors of democracy and liberty — us — for the robbers, and it has taken the robbers for cops. It has jumbled it all up. I have never in my life taken a penny out of politics. I have put my money into politics, yes, by financing Forza Italia. I don’t dare to telephone my group, because a single telephone operator might say, ‘Berlusconi’s calling.’ As for the conflicts of interest, it is all the other way round, because I had to sell all my system of big stores because the communists didn’t want to buy from me and they had a BB — boycott Berlusconi — strategy. The left-wing authorities wouldn’t give me any new permits to build stores, and I didn’t ask from the Right because it would have been thought I had an interest, so my sons decided to sell the lot.

Is it right to pass a law exempting oneself from prosecution?

You have to understand that I have had more than 500 visits from the Guardie di Finanze [inland revenue police] to my group, that I have had more than 90 investigations. You have to ask, what is the remedy if an entire procura [investigating magistratura], in Milan and Palermo, does nothing else except invent theories about me? What is the remedy if they keep asking me to go to court, or keep having me have meetings with my lawyers? Do I govern or do I respond continually to all these accusations? It is impossible. Only 8 per cent of Italians have faith in this magistratura. This is what must be understand that the Economist has not yet understood. Only 8 per cent. So this seemed the only possible remedy.... Not cases closed but suspended during the period of service to the state. I was against it. I didn’t want it.... But then they tell me (I have won all my cases — eh — only one remained, only one) that the Milan judges are doing exactly what they did in 1994. In 1994 my government fell because they accused me of corruption and then I was acquitted after six years. But they made my government fall for that, and they changed the course of Italian history not with the truth, but with false accusations. And now the same judges, from the same courts, make the same false accusations!

Didn’t his company bribe at least one judge, called Squillante?

As far as the money goes, nothing has been proved, because in relation to us, in relation to my company, what has been established is merely the payment of parcelle to the lawyers who in Rome had a system of bank accounts going back and forth from Switzerland in which all Roman judges participated. I am not saying this was correct, I am merely saying that we had nothing to do with it. And in any case, this Squillante did not have a case that involved me. Why should my group pay Squillante if there was not one single court case of mine in which he had a hand? All my cases were in Milan, not Rome. Why should my company make a payment to Squillante?

But wasn’t he trying to stop the sale of SME to Buitoni, as a favour to Craxi?

Squillante was not a judge on any of our cases, so I don’t understand how it happened. The Italians don’t believe it. They believe me.

They don’t believe the Economist?

No! They knew all this. I won the election with this case already taking place, with all the TV against me. The Italians believed me and they didn’t believe the judges.

But why don’t people understand this abroad?

I think that 80 per cent of journalists are left-wing, and they have very close relations with the foreign press, and they all have a club in Rome. I don’t give press conferences to the foreign press because they just use it as an opportunity to attack me. They don’t take any account of what I say or do. They write what they have already in their heads. They don’t understand about our judiciary. Look at what happened to Andreotti, who was sentenced to 20 years.

Wasn’t Andreotti, seven times Italian prime minister, a mafioso?

But no. But no. Ma no. Andreotti is troppo intelligente. He is too clever. Look, Andreotti is not my friend. He is of the Left. They created this fiction to demonstrate that the Democrazia Cristiana which was for 50 years the most important party in our history was not an ethical party but a party close to criminality. But it is not true. Non è vero. It is una follia! These judges are mad twice over! First, because they are politically that way, and second, because they are mad anyway. To do that job you need to be mentally disturbed, you need psychic disturbances. If they do that job it is because they are antropologicamente different! That is why I am in the process of reforming everything.

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LA TRADUZIONE DELLINTERVISTA - Da Il Nuovo

La traduzione, in versione integrale, delle dichiarazioni che il presidente del Consiglio italiano ha rilasciato al settimanale britannico.


"Esportiamo la democrazia con la forza"
di Boris Johnson e Nicholas Farrell

Si è rappacificato con il cancelliere Schroeder, dopo che Lei ha paragonato il parlamentare europeo Martin Schulz ad un kapò?
Non c'è mai stata nessuna rottura. Con Schroeder ci fu solo una telefonata. Ero io che ero offeso, il mio governo il mio paese. E ho risposto con una battuta. Volevo essere spiritoso. Tutto il parlamento ha riso. La mia risposta è stata presa ed usata contro di me. Ma sapete una cosa? Era una risposta a cui era praticamente impossibile per me resistere perché una volta ho trasmesso 120 episodi di Hoganls Heroes in cui c’era questo Sergente Schulz. Vi ricordate? Era una battuta che mi è venuta spontaneamente. Ed è uscita di getto. Cerco sempre di essere ironico nei miei discorsi. Comunque, ho avuto una conversazione telefonica con Schroeder in cui ho detto che la mia intenzione non era stata di offendere e che ero dispiaciuto del fatto che la mia battuta avesse offeso qualcuno.

Cosa lo ha provocato?
In quella seduta del Parlamento i discorsi erano stati preparati precedentemente sotto la regia degli europarlamentari della Sinistra Italiana. Così ne era uscita la seguente immagine dell'Italia: uno, che in Italia c'è un signore che controlla l'85 per cento della stampa italiana - è vero il contrario - io sono l’editore più liberale della storia; due, che questa persona controlla anche tutta la televisione italiana,­ quando ho un amico che è Emilio Fede che ha il 7 per cento di share; tre, che metto sotto i piedi i giudici italiani e quindi che, se l'Italia si candidasse oggi per far parte dell' Unione Europea, sarebbe respinta. Questo era l'argomento dei discorsi della Sinistra quel giorno. La realtà italiana è che è una democrazia assoluta con delle anomalie. Una è che abbiamo un'opposizione che non è del tutto democratica perché è fatta di persone che furono comunisti e protagonisti del partito comunista Italiano che era stalinista in origine. Un'altra anomalia che all'estero non è conosciuta è che abbiamo una magistratura estremamente politicizzata. E la terza anomalia è che c’è un’enorme disinformazione da parte della stampa. Basta leggere 'La Repubblica', basta leggere 'l'Unità'- sono quotidiani completamente al servizio della Sinistra. Se leggete l’Unità penserete di star vivendo sotto una tirannia.

Qual è la prova che noi abbiamo una magistratura politicizzata?
La dichiarazione stessa dei giudici. In una delle loro organizzazioni – magistratura democratica – hanno dichiarato pubblicamente che i loro membri devono usare il sistema legale per rovesciare lo stato borghese.


Berlusconi sulla cospirazione della sinistra
La gente non considera la storia della politica italiana. Per mezzo secolo l'Italia è stata governata da una coalizione di cinque partiti che erano di origine democratica e pro-occidente, i cristiano-democratici, i socialisti, i repubblicani, i social-democratici e i liberali. Il sistema italiano ha prodotto 57 governi in poco meno di 50 anni. Io sono a capo del cinquantasettesimo governo e per la prima volta in cinquanta anni ho la grande maggioranza in entrambe le Camere del Parlamento. Successe anche nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, il partito comunista, la Sinistra, era stata sconfitta dalla storia, non fu processato per la complicità morale con i crimini del regime comunista – che loro avevano sempre appoggiato, dalla Cambogia a Fidel Castro a Milosevic – e venivano appoggiati perché la Sinistra ha sempre avuto un’attrazione fatale per la dittatura, sapete, e non furono portati in tribunale perché la Sinistra fece infiltrare i suoi uomini in tutti i punti nodali dello stato, cioè le scuole, i giornali, le stazioni TV, la magistratura, nel sistema nervoso centrale dello stato. Invece di essere processati, usarono le loro infiltrazioni non per essere processati, ma per portare in tribunale tutti gli altri partiti, a cui la storia aveva dato ragione.


Perché è entrato in politica?
Sono entrato in politica con grande dispiacere, ma nel 1994 ho pensato che l'estrema Sinistra sarebbe stata un disastro per l'Italia. I partiti della Sinistra controllavano il 34 per cento dei voti, ma avevano più dell’ 80 per cento delle poltrone in Parlamento perché gli altri partiti, quei cinque partiti che avevano governato l'Italia per 50 anni, erano distrutti. Ero l'uomo più popolare in Italia perché ho creato la TV commerciale dal niente ed ero un importante uomo d'affari, perché ero un uomo di sport con molte vittorie. Avevo cinque squadre e non solo di calcio, ma di hockey, pallavolo, rugby ed erano vittoriose In tutti i campionati italiani e mondiali. Ho costruito piccoli paesi ed ero Il proprietario della seconda più grande catena di supermercati - tutti gli italiani lo sapevano. Ero alla guida di un movimento popolare, e la gente lo diceva, tu sei la nostra sola speranza di non avere un governo di Sinistra.

Perché tutti i commentatori lo attaccarono?
Credo ci sia un elemento di gelosia in ognuna di queste persone perché non riesco a trovare un'altra spiegazione. Tutti questi giornalisti - Biagi, Montanelli - erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere. Dunque, dato che loro non mi sono politicamente affini, si è sviluppato un sentimento irrazionale tra giornalisti italiani molto famosi.

Berlusconi dice di ammirare la signora Thatcher, ma sta veramente conducendo una rivoluzione thatcheriana in Italia?
Sono un grande ammiratore della Signora Thatcher, ma ho letto nella sua biografia che nei suoi primi quattro anni lei ha compiuto molto poco. Ho grandi difficoltà con il sistema bicamerale italiano, e devo discutere qualsiasi cosa con i miei compagni di coalizione. Il Primo Ministro italiano non ha il potere di Tony Blair. Io ho solo il potere di persuasione morale. Non posso licenziare un ministro o un sottosegretario, ed è quasi un miracolo che sia stato capace di fare ciò che ho fatto. Ho ereditato uno Stato non solo con il debito pubblico più alto in Europa, al 105 per cento del nostro PIL, e il 6 per cento di quel Pil va a ripianare il nostro debito, e questo ha un fortissimo impatto sul nostro margine di manovra. Ma ho anche ereditato un paese che è vecchio nelle sue strutture e nelle sue istituzioni. L’Italia ha una classe imprenditoriale molto valida, grazie a Dio, e sono i 5 milioni di imprenditori la vera ricchezza d'Italia. Ma lo stato è vecchio, obsoleto, con una pubblica amministrazione che è pletorica, inefficiente e molto costosa. Abbiamo abolito la tassa di successione, Quella sulle donazioni, abbiamo introdotto break di tasse per le imprese. Abbiamo aumentato la deduzione dalle tasse per ogni figlio da 1m lire a 1,5m lire. In 5 anni intendo mantenere la mia promessa e portare l'incidenza delle tassa sul reddito personale dal 47 per cento al 33 per cento. Allo stesso tempo voglio creare delle grandi zone tax-free per i meno abbienti. Quando abbiamo guardato i libri, abbiamo trovato un debito extra di 13 miliardi di euro, ma dopo due anni siamo avanti sulla tabella di marcia. Ho garantito le condizioni in cui ci saranno un milione di nuovi posti di lavoro. Stiamo provando a togliere persone dal mercato nero e regolarizzare il loro impiego. Poi il tasso di crimini denunciati è del 12 per cento più basso, perché stiamo trasformando la filosofia di giustizia e ordine da una filosofia puramente repressiva ad una di tipo preventivo. Abbiamo introdotto una figura simile a quella del vostro “bobby" in tutte le maggiori città italiane: nelle strade, nelle piazze, nei pressi delle scuole, negli stadi. Ora circolano in coppia e in futuro forse potranno farlo da soli. Inoltre ho presentato un vasto programma di opere pubbliche, del valore di 125 miliardi di euro, comprendendo 125 opere di maggior importanza delle quali 6 sono epocali, come il ponte a Messina e la barriera a Venezia. Sono già riuscito a digitalizzare la nostra pubblica amministrazione e a rendere il nostro mercato del lavoro il più flessibile in Europa. Sì, è più flessibile di quello inglese, ora.

La sua fiducia nella mediazione per la Convenzione europea.
Credo che il solo modo sia di approvare che ciò è emerso dalla convenzione di Giscard esattamente come è, forse con una o due modifiche, ma questo è tutto. L'Italia è naturalmente favorevole ali'introduzione di un riferimento alla cultura cristiana dell'Europa, o cultura giudaico-cristiana, ma ci sono solo 4 paesi che appoggiano questa causa, Italia, Spagna, Olanda e Polonia. Noi lo vogliamo ma francamente non credo che sarà possibile. Sarebbe una buona cosa se avessimo una comune politica straniera, se l'Europa avesse una singola voce, ma so che al momento non è possibile.

Perché ha appoggiato la guerra in Iraq?
Abbiamo avuto molti dubbi sulla necessità di questa guerra, e abbiamo cercato di evitarla, ma quando abbiamo visto che gli Stati Uniti e l'Inghilterra, nostri tradizionali alleati, avevano deciso dì fare la guerra, noi siamo stati solidali nei loro confronti. Facciamo l'esempio di un nostro fratello che si lancia In un affare dopo che per tre mesi gli abbiamo chiesto di desistere - beh, è mio fratello, e lo appoggio, anche se non al punto di pagare le sue perdite! E io ho fatto lo stesso con gli Stati Uniti. Siamo vivi oggi grazie agli Stati Uniti. Furono loro a liberarci dal nazismo e dal comunismo e ad appoggiare la nostra crescita economica. Abbiamo vissuto per 50 anni sotto la loro ala protettiva perché spesero il 4 per cento del loro Pil per proteggerei contro l'Unione Sovietica, e noi abbiamo speso solo 1'1.5 per cento del nostro PiI dunque abbiamo un senso di gratitudine che è assoluto, assoluto. é stato difficile appoggiare la guerra perché avevo l’intera Sinistra contro di me, ma ho tenuto la linea Ho detto immediatamente al presidente Bush che mi era costituzionalmente vietato mandare truppe senza una seconda risoluzione dell'Onu, ma abbiamo mandato 3000 soldato ora per aiutare la democrazia e mantenere la pace.

Cosa è successo alle armi di distruzione di massa?
Sono abituato a mettermi nei panni degli altri, e ho pensato che se fossi stato in Saddam, mi sarei detto, "Faremo sparire tutte le armi di distruzione di massa, perché cosi bloccheremo la risoluzione dell' Onu, e non ci sarà un attacco dall'America." Così Saddam ha eliminato le armi di distruzione di massa perché qualcuno gli ha riferito, qualcuno molto importante, che non ci sarebbe stato un attacco senza una risoluzione dell'Onu. Dunque credo che le abbia distrutte o mandate all'estero.

L'opinione pubblica occidentale è stata ingannata su questa questione?
Questo non lo posso dire, non so come tutto questo sia successo. Provo una grande stima per Tony Blair, e c'è una grande sincerità nei nostri rapporti personali. Credo a Blalr e Bush perché guardo nei loro occhi e credo a loro. Non ho parlato direttamente a Bush o a Blair riguardo l'imminenza delle minacce dall'Iraq.

Berlusconi sul Medio Oriente
Vorrei allargare i miei commenti e dire che, al di là dell'opportunità di questa guerra, noi abbiamo certamente un grande problema nelle relazioni tra l'Occidente e il mondo islamico. E’ un fatto che nel Medio Oriente non c'è democrazia e giudico questo intervento in Iraq positivo perché ha messo fine ad una dittatura, e può essere paradigmatico per l'intera regione. Capisco la difficoltà di insegnare la democrazia a gente che ha conosciuto solo la dittatura. e come rapportarsi col mondo. Ci stiamo ora confrontando con una nuova situazione mondiale. Siamo passati dallo scontro di due blocchi perché la federazione russa ha deciso sotto la guida del signor Putin, di essere parte dell'Europa e dell'Occidente. Questo è un evento molto importante. Ho avuto l'occasione di essere presidente del G8 a Genova nel 2001, ed ero l'ospite della cena, provando a portare ognuno dentro la conversazione, e stavo facendo battute come al solito. Ho chiesto a Schroeder delle sue esperienze con le donne, dato che è stato sposato quattro volte, e l'ho fatto ridere. E dopo poco ho deciso dì spostare la mia sedia dal tavolo e lasciarli parlare, ed ho visto Blair scherzare con Chirac, e Putin scherzare con Bush, e io stavo scherzando con tutti, ed improvvisamente ho pensato, guarda, eccomi qui, un uomo che ha vissuto sulla sua pelle la Seconda Guerra Mondiale, essendo nato nel 1936. Ho visto mio padre vestito da soldato, e ho pensato, che mondo meraviglioso. Potrebbe essere così bello. Che mondo diverso lasceremo ai nostri figli. All'inizio del nostro secolo, del nostro millennio! Che meraviglia! Mi è sembrato quasi incredibile, perché quando ero un bambino, conoscevo il comunismo. Ero a scuola dai salesiani vicino a Milano, e alcuni preti che erano fuggiti superando la cortina di ferro vennero a trovarci e dissero del terrore. Sapevo che all’età di 12 anni che il comunismo era l’oppressione più inumana a criminale della storia dell’uomo. Il comunismo non è morto oggi, a proposito: ci sono ancora

più di un miliardo di persone nel mondo che vivono sotto il comunismo,, e dove l'opposizione è'in prigione o in esilio. Ma qui veniamo al punto, che ritengo straordinario, una bellissima scena attorno ad un tavolo a Genova. Ero felice e ho pensato che avremmo lasciato ai nostri figli una prospettiva di un mondo pacifico - poi venne l' 11 settembre e l'attuale situazione di terrorismo e fondamentalismo. Imporre Libertà e Democrazia Così da quel giorno abbiamo discusso questa questione, e all'ultimo G8 abbiamo discusso il Nuovo Ordine del Mondo, che comprende un occidente che è straordinariamente forte paragonato al resto del mondo e abbiamo promesso varie volte di dare ai poveri del mondo cibo, acqua, educazione, sanità. Ma l'ho detto al summit di Evian, e l'ho detto quando ero al ranch con Bush per due giorni, non esiste un bene che viene prima di questi beni materiali? E non è chiamata Libertà questo bene? La libertà crea questi beni materiali, e senza di questa non potrebbero esistere. Se c'è una dittatura, se c'è una tirannia, se non c'è libertà, allora tutto questo denaro va nelle mani di despoti che lo mettono nei loro conti nelle banche svizzere. Si armano e fanno guerra. Una comunità di democrazie. Così ho detto, dato l'enorme e paradossale successo del fondamentalismo, perché non parliamo più apertamente della comunità di democrazie? Sì, perché non riformiamo l'ONU? Diciamo che il signor X o Y In questa o quella dittatura, tu devi riconoscere I diritti umani nel tuo paese, e noi ti diamo 6 o 12 mesi o giù di lì, altrimenti interveniamo. E possiamo farlo perché non c’è una forza contrastante. Nei vecchi tempi l' America o la Russia non chiedevano ad un terzo stato se i loro cittadini avessero diritti umani, o se l'opposizione avesse una voce. Loro chiedevano se stavano con loro o con gli altri. Se lui è con noi, è abbastanza, e non importa se è un dIttatore. Se necessario con la forza. Ma ora, in questo nuovo ambiente, dobbiamo considerare cosa sta creando la dittatura, e dobbiamo capire perché Bin Laden esiste, e perché il fondamentalismo genera terrorismo.

Vi dico la verità, se vivessi in un Paese dove non ci fossero le elezioni, diventerei un rivoluzionario, se non un terrorista. E questo è perché io amo troppo la libertà, e senza libertà un uomo non è un uomo. Non ha dignità. E così oggi siamo capaci, con Russia e America insieme, di guardare a tutti gli stati del mondo, e valutare la dignità di tutta la gente del mondo, e possiamo dar loro dignità e libertà. Sì! Con la forza se necessario! Perché è l'unico modo di mostrare che non è uno scherzo. Abbiamo detto a Saddam, fallo, o noi arriviamo, e siamo arrivati e l'abbiamo fatto. Non posso dire da quale paese mi è arrivata una telefonata nei giorni scorsi, ma mi ha chiamato un importante leader e mi ha detto: "Farò qualsiasi cosa gli americani vogliano, perché ho visto cosa è successo in Iraq, e ho avuto paura." (Il portavoce di Berlusconi ha indicato che il leader in Questione era il Colonello Gheddafi). Il libro di Bush sugli stati canaglia Ad Evian ho partecipato al mattino ad un meeting con il presidente Bush, l'FBI e la CIA. E loro avevano un libro, con tutti i paesi del mondo dove non c'è pace. Abbiamo cominciato con la Liberia, e poi Bush ha detto 'E l'Afghanistan? E Chirac ! E la Corea?", e siamo arrivati al Kosovo, dove noi italiani abbiamo 3600 soldati, Bush mi ha detto grazie. E io ho detto “No, sono io che ti ringrazio, perché il Kosovo è vicino a me" Dunque abbiamo un compito morale di essere responsabili per il Nuovo Ordine del Mondo, e dobbiamo capire che l'America ha 400,000 soldati oltreoceano. E come è possibile questo? Grazie ai soldi di quelli che pagano le tasse in America. Dobbiamo apprezzare tutto questo, e dobbiamo muoverci anche noi.

L'Europa non dovrebbe dividere il fardello?
Certamente, certamente, l'Europa dovrebbe spendere di più per dare alle forze militari, o non sarà mai eguale agli Stati Uniti, e la distanza tra noi sarebbe insanabile. Abbiamo molte difficoltà di budget in Italia, e io ho ereditato una cattiva situazione ma sono convinto che con il tempo l'Italia dovrebbe gradualmente spendere più soldi nella difesa. Ma sono anche convinto che ci dovrebbe essere una spesa intelligente, così che ogni paese europeo si specializzi in determinati corpi.

Perché l’Economist crede che Lei non sia adatto a governare l’Italia?
L’Economist ha fatto un grande e colossale errore confondendo le guardie con i ladri. Ha preso i protettori della democrazia e della libertà per i ladri, e ha preso i ladri per le guardie. Ha mescolato tutto. Non ho mai guadagnato un soldo nella mia vita dalla politica. Ho messo i miei soldi nella politica, sì, per finanziare Forza Italia. Non oso telefonare al mio gruppo perché un solo operatore telefonico potrebbe dire “Berlusconi sta chiamando”. E per il conflitto di interessi, è tutto il contrario, perché ho dovuto vendere tutto il mio sistema di grandi negozi perché i comunisti non volevano comprare da me e avevano una strategia BB – boicotta Berlusconi. Le autorità di sinistra non mi davano nessun nuovo permesso per costruire negozi, e non ho chiesto alla Destra perché si sarebbe potuto pensare che io avessi un interesse, quindi i miei figli hanno deciso di vendere. E’ giusto approvare leggi che la salvano dai processi? Dovete capire che ho avuto più di 500 visite dal1a Guardia di Finanza al mio gruppo, che ho avuto più di 90 indagini. Dovete chiedere, qual è il rimedio se un’intera procura, a Milano e a Palermo, non fa altro che inventare teoremi su di me? Qual è il rimedio se loro continuano a chiedermi di andare in tribunale, o continuano a farmi avere incontri con i miei avvocati? Sto governando o sto rispondendo continuamente a tutte queste accuse? Non è possibile. Soltanto l’8 per cento degli italiani ha fiducia in questa magistratura. Questo perché hanno capito ciò che l’Economist non ha ancora capito. Soltanto l' 8 per cento. Dunque questo è sembrato il solo possibile rimedio. E non casi chiusi ma sospesi durante il periodo di servizio allo stato. Io ero contro. Non lo volevo E ma quando mi dicono - ho vinto tutte le mie cause - eh - solo una rimasta – che i giudici di Milano stanno facendo esattamente quello che hanno fatto nel 1994- nel 1994 il mio governo cadde perché mi accusarono di corruzione, poi fui prosciolto per sei anni. Ma fecero cadere il mio governo per quello.

Ma la sua azienda ha corrotto il giudice Squillante?
Per quanto riguarda il denaro, niente è stato provato, In relazione a noi, in relazione alla mia azienda, cosa è stato dimostrato è solo Il pagamento delle parcelle agli avvocati che a Roma avevano In sistema di conti bancari per e dalla Svizzera In cui tutti i giudici romani avevano partecipato. Non sto dicendo che questo fosse corretto, sto solamente dicendo che noi non abbiamo nulla a che fare con questo, e in ogni caso questo Squillante non era coinvolto in un caso che coinvolgeva me. Perché Il mio gruppo dovrebbe pagare Squillante se non c'era una mia sola causa che lui avesse per le mani. Tutte le mie cause erano a Milano, non a Roma. Perché la mia azienda dovrebbe fare dei pagamenti a Squillante? Squillante non era un giudice In nessuna delle nostre cause, quindi non capisco come sia successo Gli italiani credono in me e non credono ai giudici.

Non credono all'Economist?
No! Loro sanno tutto questo. Ho vinto le elezioni con questa causa già avviata, con tutta la TV contro di me. Gli italiani hanno creduto a me e non hanno creduto ai giudici.

Perché l' opinione pubblica 'non la capisce' all' estero?
Credo che l’80 per cento dei giornalisti siano di Sinistra e abbiamo rapporti molto stretti con l'informazione estera, e hanno tutti un club a Roma. Non concedo conferenze stampa all'informazione estera perché loro la usano solo come opportunità per attaccarmi. Non prendono in considerazione cosa faccio o dico. Scrivono ciò che c'è già nella loro testa. Non capiscono la nostra magistratura. Guada cosa è successo ad Andreotti che era stato condannato a 20 anni.

Andreotti sette volte primo ministro, non era un mafioso? Ma no, ma no. Andreotti è troppo intelligente. é troppo intelligente. Guardate, Andreotti non è mio amico. Lui è di Sinistra. Hanno creato questa menzogna per dimostrare che la Democrazia Cristiana che è stata per 50 anni il partito più Importante nella nostra storia non era un partito etico, ma un partito vicino alla criminalità. Ma non è vero. é una follia! Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro, devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche- Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana

(4 SETTEMBRE 2003, ORE 13:40)


Logo 05.09.03

Solidarietà a Beatrice Corato
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Beatrice Corato (Bea di mariemarion.com insomma) sta attraversando un periodo nero. Non è il primo, certo, e purtroppo, tra un vaffanculo e l'altro, lei dispera che non sia l'ultimo.
Dal canto nostro possiamo fare ben poco e in quel poco ci metterei esprimerle la nostra "vicinanza".
Il nostro sentirci vicini a lei, il nostro pensarla e consolarla.
Una carezza, insomma, un quasi un bacio chiedo a coloro che leggono queste righe, sotto forma di una parola d'amicizia e solidarietà.

Il 5 Settembre 2002 nasceva Mariemarion - Una donna per amico il blog di Beatrice con queste parole (tra le altre):
cerco compagni di viaggio per creare le tavole dei nuovi valori e non un gregge da trascinare verso rivoluzioni inesatte...
Per uno strano destino della sorte in modo del tutto casuale esprimo questa mia solidarietà proprio il 5 Settembre di un anno dopo. Auguri Bea! Di cuore.

Logo 04.09.03

Io e libri (seconda parte)
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di Pietro B.

Non sono un uomo dalle molte passioni. Con il cibo ho avuto un rapporto sempre molto "intollerante", con il bere non ne parliamo nemmeno, con le donne no comment.
Se dovessi quindi parlare di una passione vera per cui sarei disposto a fare follie ( e qualche volta, nel mio piccolo, le ho fatte) ecco quella è la passione per i libri.
Una volta un mio professore di filosofia, al liceo, mi disse che la mia innata curiosità (=voglia di sapere) doveva essere instradata verso uno sbocco ben preciso e di non disperdermi quindi in letture che nulla potevano aggiungere alla mia formazione.
A quell'epoca io divoravo i romanzi di fantascienza, come i libri di Pirandello, di Ignazio Silone, Cesare Pavese, Montale, Quasimodo.
Insomma leggevo di tutto e mentre leggevo compravo e qualche volta li prendevo in prestito, magari, qualche volta, senza restituirli.
I miei genitori, benché si siano sacrificati fino a permettermi di prendere una laurea non potevano saziare questa mia fame di libri. Ed io rinunciavo. Rinunciavo a tutto, non conoscevo discoteche, bar, pub, cinema. Risparmiavo il possibile e l'impossibile. Compravo i libri a rate. Compravo quelli a duemila lire, a mille lire con le loro traduzioni sgangherate e la stampa approssimativa.
Ho realizzato sinora l'aspirazione di avere un lavoro stabile, una moglie una figlia, una vita relativamente agiata. Non sono riuscito, ancora oggi, invece ad avere una stanza, una biblioteca, tutta mia.
Eppure la mia biblioteca ha già un nome da precchio tempo: Biblioteca Privata di Pietro Busalacchi intitolata alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Boresellino.
Mi sembrava all'epoca delle stragi di mafia abitando proprio nei quartieri a più alta densità mafiosa di Palermo di fare un grosso dispetto ai mafiosi intitolando ai due giudici eroi (nemici giurati della mafia e dei mafiosi) una biblioteca privata.

Certo, sono di bocca buona. Le mie scelte spesso sono discutibili insieme ai libri di Orwell, Sartre tengo Harry Potter e Stephen King ed anche peggio.

Anche nelle letture sono inguaribilmente un proletario. Che ci volete fare?

Logo 03.09.03

Libri si grazie! Ma dove?
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di Pietro B.

Avevo sempre considerato che avere una casa piena di libri fosse una delle piccole/grandi gioie/soddisfazioni della vita.
Il mio sogno è sempre stato quello di avere uno studio tutto mio con una stanza tapezzata di scaffali e librerie fino al tetto.
E intanto mi sono dato da fare acquistandone a iosa.
"Ma li leggi tutti 'sti libri?", mi chiedi tu svogliato lettore (tanto lo so, chi viene a casa mia deve per forza farmela questa stupida domanda).
"Nessuno ti ha detto che i libri si possono anche solo consultare? C'è bisogno di leggersi tutto "Guerra e Pace" per apprezzarlo?"
"I libri si possono prendere in prestito alla Biblioteca..." dici ancora tu indispettito lettore.
"Già solo che io i libri li voglio MIEI", ti rispondo scocciato io.
E qui chiudo questo dialogo tra sordi.

Non avevo considerato che poi occorre anche trovare dove metterli i libri, altrimenti sono guai seri, molto seri. Specie se la moglie, permalosa come poche, non sopporta i cassetti e gli armadi riempiti dell'opera omnia di Camilleri o dell'ultimo libro di Biagi.
Che ci posso fare se a me Liala non piace?

Logo 02.09.03

Frank McCourt
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Sto leggendo Le ceneri di Angela e Che paese l'America di Frank McCourt (Ed. Adelphi, trad. Claudia Valeria Letizia). Sono rimasto ammaliato dal modo di affabulare di McCourt, dalla storia terribile della sua infanzia e dalla critica feroce alla morale cattolica irlandese. Appena possibile vi citerò qualche brano.

Logo 01.09.03

Dear Mr Berlusconi
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Il 1° Agosto 2003 The Economist pubblica un lungo dossier dedicato alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Questo dossier risulta diviso in sei parti, le prime due pubblicate sull'edizione cartacea le altre quattro nel sito del giornale.

1- La vicenda SME
2- Le sue dichiarazioni del 5 Maggio 2003
3- Il tentativo di delegittimare Romano Prodi
4- La medaglia d'oro
5- Gli altri processi contro Berlusconi
6- Primi passi da imprenditore


Internazionale in edicola da venerdì scorso pubblica la traduzione integrale di quel dossier in cui vengono poste precide domande al nostro attuale Presidente del Consiglio.

Il Diario di questa stessa settimana pubblica le risposte che Berlusconi non si è ancora degnato di dare.

Il Foglio di Giuliano Ferrara il 2 Agosto 2003 ha pubblicato le prime due parti ( per leggere il documento serve Acrobat Reader) del dossier, ponendo a sua volta delle domande al direttore dell'Economist.

Investimenti nella Serbia di Milosevic c'era il via libera di America ed Europa
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Intervista di Massimo Franco a Piero Fassino

[dal Corriere della Sera di oggi]

Pensa di avere esagerato con Silvio Berlusconi? «E per che cosa?». Per avergli dato del burattinaio di Igor Marini, il faccendiere che vi sta gettando fango addosso sul caso Telekom-Serbia. Il presidente del Consiglio annuncia di avere sporto querela contro di lei. «Ma non scherziamo! Sono io che pretendo le scuse dal centrodestra. Sono mesi che i leader dell’opposizione vengono aggrediti, calunniati, denigrati. E l’offensiva proviene da ambienti e da personaggi vicinissimi a Berlusconi. Se non è lui il burattinaio, li faccia smettere».

Non si può dire che sabato 30 agosto, alla Festa dell’Unità di Bologna, Piero Fassino si sia lasciato sfuggire una parola di troppo. Anche se il segretario dei Ds si sforza di essere freddo, è un torrente gonfio di indignazione. Vorrebbe archiviare una vicenda che invece, ne è quasi certo, continuerà a seminare veleno. Fassino non si fa grandi illusioni. Ma accetta di ricostruire l’acquisto chiacchieratissimo di Telekom Serbia nel 1997; e ne dà una versione che nega la tesi del favore al regime del dittatore Slobodan Milosevic. Spiega infatti che dopo il trattato di pace di Dayton, nel 1995, con la ex Jugoslavia smembrata in tre Stati con la mediazione del presidente Bill Clinton, «la scelta di Usa e Ue fu di favorire l’evoluzione democratica nei Balcani, Serbia compresa. E le aziende furono sollecitate a investire: imprese tedesche, americane, italiane, francesi e inglesi. Ma nessuno si è sognato di nominare una commissione di inchiesta».

Insomma, segretario, lei non sembra affatto pentito delle accuse contro Palazzo Chigi. E’ nato un altro Fassino, più aggressivo?
«Io aggressivo? Aggredito, semmai. E se ho usato parole forti, l’ho fatto a ragione. Da più di un anno è in atto una campagna di calunnie contro i maggiori esponenti dell’opposizione. Sia chiaro: io non mi preoccupo per Piero Fassino. Per quanti testimoni falsi possano inventarsi, sono tranquillo. La mia preoccupazione è politica. Appena si è ventilata l’ipotesi che Romano Prodi potesse ricandidarsi a palazzo Chigi, il centrodestra si è scatenato contro di lui prima sulla Sme, ora su Telekom Serbia. Da mesi viene aggredito Lamberto Dini: vogliono vendicarsi del fatto che nel 1995 consentì la formazione di un governo dopo la caduta del Berlusconi uno per mano della Lega. Ancora, da mesi viene attaccato il leader del maggior partito d’opposizione, per minarne la credibilità. Da mesi spuntano presunti testi-chiave pescati nel peggior sottobosco dei riciclatori di denaro e degli affaristi, che poi si rivelano un colossale bidone. E la destra li accredita, li copre. Si applica la tecnica di Goebbels: calunnia, calunnia, qualcosa resterà».

Scusi, onorevole Fassino, ma se sono mesi che il centrodestra vi tira addosso questo fango, perché reagite soltanto adesso?
«Perché chi ha la coscienza pulita pensa sempre che una cosa falsa, inventata di sana pianta, alla fine cada da sé. Quando poi ci si accorge che la destra non si ferma davanti a nulla, allora si reagisce. Ma se nel corpo della società italiana si iniettano queste tossine avvelenate, smaltirle poi sarà quasi impossibile. Prima ci aggrediscono, poi ci chiedono di essere interlocutori per le riforme istituzionali o delle pensioni».

Forse nella maggioranza qualcuno vuole ricambiare l’atteggiamento di una parte del centrosinistra contro Berlusconi.
«Non da parte mia. Io non ho mai aggredito nessuno, men che meno Berlusconi. Anzi, semmai sono stato accusato di essere prudente e moderato. Comunque, ammesso che in passato qualcuno abbia esagerato, questo legittima che si usi un simile sistema oggi? E’ pazzesco. Così, il bipolarismo sarà travolto».

Travolto in che senso?
«Che ci condanniamo a una specie di guerra civile strisciante. Per la Casa delle Libertà, noi non siamo avversari, ma nemici da abbattere».

Perché si è convinto che Berlusconi sia il burattinaio di Igor Marini? «Io dico che Berlusconi ha la responsabilità politica di quello che accade. Gli uomini che ci aggrediscono sono i più vicini al presidente del Consiglio. Ne cito solo alcuni: Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto, Renato Schifani. Se Berlusconi non è il burattinaio, li faccia smettere. E ancora. Il Giornale è della famiglia Berlusconi, e da mesi apre a nove colonne dicendo che noi abbiamo preso soldi delle tangenti. Si intervenga».

Segretario, ma che cosa è stata la vendita di Telekom Serbia nel 1997? Può spiegarci finalmente come fu gestita?
«Ma guardi che non c’è nessuna nuova verità da rivelare. Lo hanno già spiegato in Parlamento esponenti diessini come Umberto Ranieri, Guido Calvi e Carlo Rognoni».

Lei no, però. Mentre sarebbe interessante capire il ruolo del governo di centrosinistra che guidava l’Italia nel 1997...
«Le rispondo, e rispondo anche alle domande che mi sono state rivolte da Ernesto Galli della Loggia. Intanto, quella secondo la quale si doveva bloccare l’acquisto di Telekom Serbia per non aiutare Milosevic. Si dimentica che nel 1995, dopo la pace di Dayton, la scelta di Usa e Ue fu di tentare di favorire un’evoluzione democratica nei Balcani. Via le sanzioni, via l’embargo. Le imprese europee e statunitensi furono incoraggiate a investire...».

Insomma, la mano a Milosevic non la deste voi, ma Usa e Ue. «Gliela diede la comunità internazionale. E non è stata mica la prima volta. Altrimenti si dovrebbero creare commissioni di inchiesta anche sulla Cina per i diritti umani, sugli investimenti della Fiat a Togliattigrad in Urss, o sulle relazioni con l’Iran».

In questo caso, ci si chiede come mai nessuno sembri saperne nulla, come mai nessuno sia intervenuto. «Ma perché dovevamo intervenire? La trattativa era nota e il governo non ha avuto alcun ruolo perché non doveva averlo, come peraltro in commissione è stato già ampiamente spiegato. Se a livello internazionale la strategia fosse stata quella di isolare Milosevic, allora si sarebbe dovuto intervenire. Ma poiché non era così, il governo non lo fece».

E i dispacci preoccupati del nostro ambasciatore a Belgrado?
«Le parole dell’ambasciatore alla commissione dimostrano la mia assoluta correttezza e la mia totale estraneità alla vicenda».

Perché Telekom Serbia fu pagata una cifra e rivenduta anni dopo ad un prezzo dimezzato?
«Sono decisioni aziendali, non dell’autorità politica. E’ un’azienda a decidere il prezzo di un acquisto o di una cessione. Perché la decisione doveva spettare al governo? Tanto più che fu conclusa quando Telecom era una società privata e la presenza dello Stato era irrilevante. D’altra parte, le scelte di un’azienda sono prerogativa dei suoi amministratori» .

Crede che le sue spiegazioni convinceranno la maggioranza?
«Non lo so. Certamente, finora la destra ha usato la Commissione Telekom-Serbia come una clava contro l’opposizione».

Lei non chiede di essere interrogato?
«Intanto, il termine "interrogato" non è corretto. Ascoltato, semmai».

Bene, ascoltato.
«Se la commissione vuole sa dove trovarmi. Certamente, se mi convocano andrò, come chiunque è tenuto a fare».

Si aspetta uno svelenimento della situazione o no?
«Temo che la destra continuerà, perché ha paura di perdere le elezioni del 2004, dopo la botta di qualche mese fa. Il governo fa acqua da tutte le parti. E l’autunno sarà ancora più difficile perché non sanno come presentare la Finanziaria, né come risolvere questioni come le pensioni, il caro prezzi, la sanità. Cercano di distogliere l’opinione pubblica dai problemi del Paese. E tentano disperatamente di delegittimarci».

Ci stanno riuscendo o no?
«Non ci lasciamo intimidire».


Massimo Franco


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