Il caso Parmalat e il crepuscolo dell'Italia
-------------------------
di Beppe Grillo
[da Internazionale n°524/2004]
Speculazioni, bilanci falsi, bugie: il crollo del gigante industriale italiano è solo la punta dell'iceberg.
Da molti anni, molti segni indicavano che non conveniva investire in Parmalat. Se a me che faccio il comico questi segni sembrano così evidenti, come ma non erano evidenti alle banche internazionali, alle società di revisione, agli investitori e ai risparmiatori? Standard & Poor dava un buon rating di Parmalat fino a due settimane prima del crollo.
Negli ultimi sei mesi il valore delle azioni Parmalat era raddoppiato. Deutsche Bank aveva comprato il 5% di Parmalat e l'ha venduto appena prima del crollo. Davvero nessuno sapeva? Dal 2002 ho raccontato nei miei spettacoli i debiti e i bilanci falsi di Parmalat a più di centomila spettatori. Sono figlio di un imprenditore.
La mia prima perplessità su Parmalat è sulla strategia industriale più che su
quella finanziaria: mi colpisce la sproporzione tra la povertà del prodotto di
base - il latte - e la megalomania del progetto e delle spese pubblicitarie di Calisto Tanzi. Una media azienda regionale che si propone, come diceva Tanzi, di diventare "la. Coca-Cola del latte" mostra di nonconoscere ne il prodotto ne i mercati. È come se un fabbricante di meridiane dicesse: "Voglio diventare la Rolex delle meridiane". Come si fa a dargli i propri soldi?
Le caratteristiche del latte fanno a pugni con quelle della Coca-Cola, che è una
miscela chimica e vegetale inventata da un farmacista, standardizzata mondialmente, prodotta in pochi enormi impianti centralizzati; la Coca-Cola ha bassi costi di produzione e alti costi di vendita perché gran parte della sua attrattva è fondata sulla pubblicità e sulle emozioni. Il latte è il contrario della Coca-Cola: è un prodotto naturale, deperibile, locale, proviene da migliaia di produttori, ha alti costi di produzione, bassi costi di vendita, molti concorrenti. Il latte è un alimento affermato e insostituibile, è l'unica cosa che la natura produce con il solo scopo di essere un alimento per i mammiferi.
I ricavi della Coca-Cola si basano su ciò che è stato creato intorno alla sua bottiglia, quelli del latte su ciò che c'è dentro la bottiglia. E questo è già perfetto, è stato ottimizzato in milioni di anni di evoluzione. Modificare una cosa perfetta vuoi dire peggiorarla, oppure farla diventare una cosa molto diversa, come il formaggio o lo yogurt.
Formula uno, calcio e latterie
Con il latte ci sono due strade: cercare di modificarlo il meno possibile e di conservarne il massimo di proprietà per qualche giorno, oppure trasformarlo in
qualcosa di diverso, che si venda per altri motivi nutrizionali - come il formaggio o lo yogurt - o emozionali, come i "novel food" inventati dal marketing. Nel primo caso riescono meglio le piccole latterie locali, spesso cooperative o comunali, di cui ci sono buoni esempi in Italia e in Svizzera.
Nel secondo caso, il maggior successo lo hanno poche grandi aziende che investono molto in ricerca e marketing. In entrambi i casi i margini di guadagno sono modesti e non giustificano spese enormi di propaganda. Mariboro o Benetton possono sponsorizzare la Formula uno perché vendono prodotti con alto valore aggiunto e alto contenuto emozionale, hanno una distribuzione capillare e prodotti identici in più di cento nazioni. Ma un consorzio di latterie no, non può sponsorizzare la Formula uno come ha fatto Parmalat per anni: sono soldi sprecati.
Lo stesso vale per le sponsorizzazioni di decine di squadre sportive nel mondo, tra cui quella molto costosa del Parma calcio in Italia. Questo vale anche per il jet privato intercontinentale di Parmalat, che secondo diversi giornali veniva prestato da Tanzi a vescovi, cardinali e a un ambasciatore degli Stati Uniti. Insomma c'era una grande discrepanza tra il tipo di impresa industriale e la stravagante grandezza delle sue spese.
La cosa che più mi colpisce nei reportage di questi giorni è che si parla solo di soldi, mai di prodotti. Scrivono di Parmalat come di un'impresa finanziaria e
non di un'industria che fabbrica prodotti tangibili, anzi mangiabili. Questo sottintende una convinzione molto diffusa, almeno in Italia: qualunque azienda, con qualunque prodotto, potrebbe generare per sempre grandi profitti purché sia in mano a finanzieri creativi e spregiudicati.
Latte e merluzzi
Nei miei spettacoli ho cominciato prima a parlare dei prodotti, e solo poi dei miliardi di Parmalat. Nel 2001, girando tra il pubblico in sala, tenevo in mano un merluzzo e lo immergevo in una tazza di latte chiedendo alla gente che effetto gli facesse. Mi ci aveva fatto pensare un "novel food" Parmalat. Un'imponente campagna pubblicitaria annunciava la "scoperta" del latte con gli omega-3, una miscela di grassi che prometteva effetti benefici sul sistema cardiocircolatorio.
Quello che la pubblicità non diceva è che gli omega-3 sono grassi normalmente
estratti dai pesci e che quel latte non era stato "scoperto", ma inventato in laboratorio, fabbricando una miscela artificiale di latte di mucca e di additivi estranei. Che fine hanno fatto quel prodotto e quegli investimenti? Gli scandali alimentari degli ultimi anni hanno fatto perdere a molti europei la fiducia nei prodotti dell'agrobusiness.
Ora gli europei dovrebbero riacquistare fiducia grazie ai "rigorosi controlli" italiani della nuova Agenzia alimentare europea, che avrà sede proprio a Parma, la città di cui Parmalat è il simbolo? E chi è stato il garante di Parma in Europa? Chi ha imposto Parma come sede dell'Agenzia alimentare europea? È stato Silvio Berlusconi, che ha detto all'Europa: "Per Parma garantisco io ! ". Voleva come al solito giurare sulla testa dei suoi figli, ma glielo hanno sconsigliato.
Tanzi e Berlusconi sono oggi i due imprenditori italiani più conosciuti nel mondo. Mi sembra che non siano famosi come testimonial dell'Italia di cui ci si può fidare. Sento ripetere da industriali e finanzieri che Parmalat è un'eccezione criminale e non rappresenta l'Italia; sento dire che ogni settore ha le sue pecore nere.
Invece è vero il contrario. Tanzi, come Berlusconi, è un buon esempio della
classe dirigente italiana di oggi. Entrambi sono casi patologici di megalomania.
Entrambi posseggono una grande squadra di calcio, yacht miliardari, un jet pri-
vato.
Prima di fondare Forza Italia la dimensione dei debiti di Berlusconi, la sua
dimestichezza nel falsificare i bilanci, la sua ragnatela di società finanziarie off-shore ricordavano la situazione di Tanzi. Berlusconi confidò a giornalisti come Biagi e Montanelli che l'unico modo per salvarsi era conquistare il potere politico.
È qui la differenza insormontabile tra Tanzi e Berlusconi: Tanzi non avrebbe
potuto fondare "Forza Lat" e salvarsi con la politica come ha fatto Berlusconi con Forza Italia.
Il latte non può essere trasformato in una proposta politica, la televisione commerciale sì. La mentalità, l'ideologia, l'apparato, gli uomini e i metodi del business di Berlusconi consistono da decenni nell'imbrogliare e conquistare milioni di persone con l'immagine affascinante di una società ideale in cui tutti sono giovani e belli, annegano in un'alluvione di consumi e sono sempre
allegri, oltre la soglia della stupidità.
La ricetta magica? Più pubblicità, quindi più consumi, più produzione, più
occupazione, più profitti, quindi di nuovo più pubblicità e così via in una spirale infinita di benessere. Questo - che era già un programma intrinsecamente politico - è stato trasformato facilmente in un programma esplicitamente politico.
È bastato estendere leggermente lo spettro degli obiettivi, trovare un nome adatto a uno pseudopartito (Forza Italia) e incaricare decine dei migliori funzionari di Publitalia - la potente agenzia di pubblicità di Fininvest - di trasformarsi in commissari politici e di perseguire a tutti i costi la conquista del mercato politico.
Tanzi non ha la mentalità spettacolare e le strutture di comunicazione di Berlusconi. Per questo non poteva diventare lui stesso un prodotto politico. Si limitava a finanziare il partito più forte, prima la Democrazia Cristiana e poi Forza Italia.
Tanzi è austero, schivo, uomo di chiesa e di pochissime parole. Lo stile era quello di un cardinale. Lo stile di Berlusconi, invece, è quello di uno showman di basso livello, da giovane cantava e raccontava barzellette sulle navi da rociera. Non ha mai smesso, nemmeno al parlamento europeo, di esibirsi e di cercare di far ridere.
Il "core business" di Berlusconi è Berlusconi stesso. Ciò che ha permesso a
Berlusconi di salvarsi con la politica è il cabaret, sono le sue esperienze giovanili di showman e un istinto comico di basso livello che ha grande successo tra la gente meno colta, proprio come le sue televisioni.
Salvato dal cabaret
Se non fosse un personaggio tragico per l'Italia, Berlusconi sarebbe il maggiore
fenomeno del secolo di avanspettacolo comico italiano. Sia Tanzi che Berlusconi hanno il titolo di Cavaliere del lavoro. In Italia la stampa usa il termine "il Cavaliere" come sinonimo di Berlusconi. Oggi per fare chiarezza qualcuno dovrebbe rinunciare a quel titolo: o Tanzi e Berlusconi oppure i molti Cavalieri onesti che ci sono in Italia. Finché Berlusconi e Tanzi sono Cavalieri è inevitabile pensare ai cavalieri dell'Apocalisse.
E’ gente come loro che sta portando l'Italia all'Apocalisse economica e civile.
Quasi tutta l'Italia è una grande Parmalat, fondata più sull'apparenza e sulla
falsificazione che non sulla sostanza. Come per Parmalat, pochi si rendono conto - o confessano di rendersi conto - dell'abisso che c'è tra l'immagine e la realtà dell'Italia. Per trent'anni l'instabilità politica e la corruzione hanno rallentato la modernizzazione del paese, ponendo le basi del suo attuale declino.
Ma da dieci anni, da quando la Fininvest di Berlusconi è diventata il principale attore politico italiano, questo rallentamento si è trrasformato in paralisi. Quasi tutte le energie delle due parti del sistema politico sono prosciugate da una parte dal tentativo di estendere il potere e l'ideologia Fininvest a tutto lo stato e a tutta la società; dall'altra dal tentativo di contrastare questo assalto egemonico.
In Italia molti settori richiedono da decenni riforme profonde e urgenti: istruzione, informazione, ricerca, innovazione, tecnologia, pensioni, occupazione, distribuzione dei redditi, amministrazione della giustizia, energia, trasporti, gestione del territorio, protezione e risanamento dell'ambiente, sviluppo sostenibile. Ma da dieci anni tutto ciò passa in secondo piano, i ritardi italiani si accumulano, diventano drammatici.
Il sistema Fininvest
II sistema Fininvest e il sistema Italia per certi versi sono analoghi al sistema Parmalat: molta apparenza, conti falsi, corruzione, poca qualità, futuro in declino. Parmalat aveva conti falsi, ma produce milioni di tonnellate di alimenti che generano benessere reale per decine di milioni di persone in trenta paesi. Fininvest non è una multinazionale, come Parmalat, ma una "ipernazionale".
I suoi profitti provengono quasi esclusivamente dall'Italia e si basano su uno stretto legame con il sistema della politica italiana e della corruzione. La gran parte dei suoi guadagni viene dalla pubblicità obbligatoria, un'attività controversa che crea alla popolazione più danni che benefici. Più che di profitti in un mercato competitivo, si tratta di una rendita senza rischi, basata sul monopolio, sullo statalismo, sulla produzione di niente di
concreto.
Sono miliardi di euro che, con il sistema della pubblicità obbligatoria, Fininvest "preleva dalle tasche degli italiani" quando questi - anche quelli che non guardano le sue televisioni - comprano i molti prodotti resi più cari dalla pubblicità. Meriti e rischi ne ha pochi, perché il bombardamento pubblicitario è forzato e non è evitabile dai cittadini (altro che Casa delle libertà ! ), perché la televisione commerciale - privata o statale - è l'unico tipo di televisione in Italia e perché questa rendita pubblicitaria si fonda su
concessioni statali di frequenze televisive ottenute corrompendo il potere politico ai tempi di Craxi.
Senza queste concessioni statali, in quasi monopolio e in parte illegali, le rendite e il potere Fininvest crollerebbero. Da due anni inoltre la rendita Fininvest è ulteriormente garantita dalle centinaia di suoi uomini che hanno preso il controllo del governo, del parlamento e della televisione pubblica e che cercano ora di conquistare il controllo anche della magistratura e della banca centrale.
La rendita senza rischi di Fininvest è inoltre facilitata dal fatto che molti dei settanta avvocati che Berlusconi ha fatto eleggere in parlamento usano nei processi contro Berlusconi e i suoi uomini le leggi a favore di Berlusconi che loro stessi propongono o approvano come parlamentari.
Questi stessi avvocati – per esempio Pecorella, Taormina o Ghedini - sono ospiti frequenti nei talk show televisivi, dove continuano la loro difesa di Berlusconi nel "tribunale" italiano più importante, quello di milioni di telespettatori ed elettori, e spesso parlano in tv per ore senza un avversario al loro livello.
Questo tipo di avvocati miliardari, star del foro, della televisione e del parlamento, rappresentano bene la concentrazione che è avvenuta in Italia del potere economico, esecutivo, legislativo e informativo nelle mani di un'unica
azienda, la Fininvest.
Grazie a una legge di Berlusconi - valida retroattivamente anche per i suoi
falsi - il falso in bilancio è stato quasi completamente depenalizzato. Così è restato o è diventato una pratica diffusa non solo per aziende italiane come Parmalat, Fininvest e altre, ma anche per il governo.
In Italia il vero rapporto tra deficit e pil nel 2003 non è inferiore al 3 per cento, come dichiarato dal governo, ma sarebbe superiore al 4 per cento se la contabilità creativa del ministro Tremonti - un ex commercialista di Berlusconi - non avesse contabilizzato per il 2003 gli introiti derivanti da enormi condoni fiscali ed edilizi e da vendite e alienazioni di beni dello stato che andrebbero distribuiti su molti anni.
Quasi tutti sanno che questa contabilità è una truffa, ma fanno finta di non vedere. Come fingevano di non vedere la realtà di Parmalat.
Un paese al crepuscolo
Se la situazione reale di Parmalat, di Fininvest e dello stato italiano non è all'altezza delle apparenze e della propaganda, la situazione dell'economia e della società italiane - lo dico con tristezza e rabbia - non è migliore.
Purtroppo la realtà dell'Italia non è all'altezza dell'immagine che la Ferrari e Armani diffondono nel mondo. L'Italia è in declino rapido, è un paese al crepuscolo. È per questo che il mio spettacolo si chiama Blackout e io entro in scena in una sala al buio, con in mano un candelabro.
Faccio l'attore comico, il declino dell'Italia lo percepisco principalmente con
gli occhi e le orecchie: vedo la pubblicità e la volgarità dilagare ovunque nel paesaggio, nei mezzi d'informazione, nella vita quotidiana. Dove prima c'erano capannoni industriali, oggi ci sono lunghe file di cartelloni pubblicitari; ritraggono spesso merci che una volta erano prodotte in quei luoghi ma oggi sono importate.
Vedo il degrado dell'ambiente e delle grandi città, sento il traffico e il rumore aumentare ovunque. Sento la gente: avvilimento, mancanza di prospettive, ignoranza e disinteresse per ciò che succede nel resto del mondo, egoismo, cattiveria e volgarità crescenti, chiusura nei propri affari e nella famiglia, declino del senso civico e della solidarietà.
Anche se come artista avrei il diritto di farlo, non mi baso solo sulle mie impressioni. Io - attore vero - non voglio fare come Berlusconi - statista falso – che parla in televisione nascondendo i fatti e le statistiche, evocando sogni, promesse, miracoli e rivoluzioni.
Mi piace documentarmi con dati e cifre nudi e crudi, senza lifting. Ai pochi
stranieri che volessero ancora investire in Italia e ai molti italiani che volessero votare di nuovo per il sistema Fininvest-Forza Italia consiglio due piccoli libri: Il mondo in cifre 2004, una sintetica raccolta di statistiche internazionali curata dall'Economist (e pubblicata da Internazionale) e II declino dell'Italia, un inquietante libro del giornalista economico Roberto Petrini (pubblicato da Laterza).
Spendendo meno di trenta euro in questi due libretti, chi si volesse documentare sul crepuscolo italiano può forse schivare ulteriori guai e investimenti sbagliati.
Se parlo del crepuscolo dell’Italia, non mi baso solo sulle mie impressioni del
presente, ma anche sugli indicatori che ci segnalano il futuro del paese. E questi indicatori mettono tristezza.
L'Italia sta diventando un ex paese industriale che ha smantellato o sta smantellando buona parte della sua industria, una volta ben piazzata nel mondo: chimica, farmaceutica, informatica, elettronica, aeronautica, forse presto anche automobilistica.
L'Italia è il paese con più persone anziane al mondo e con la minore fertilità tra i paesi industrializzati: da anni le nascite sono meno delle morti. I nostri livelli di istruzione, di cultura, di ricerca scientifica e tecnologica sono
tra i più bassi in Europa.
Tra i paesi industriali abbiamo una delle più basse percentuali di laureati e il più alto numero di maghi, pubblicitari e guaritori.
Invece di investire e lavorare per il futuro stiamo consumando allegramente le
ultime risorse che ci rimangono. Nella quota delle esportazioni mondiali in dieci anni siamo scesi dal 5 al 3,6 per cento.
Nelle esportazioni mondiali di prodotti tecnologici stiamo scomparendo con un
piccolo 2,5 per cento, mentre Francia e Germania sono al 6 e all'8 per cento.
Esaminando la posizione dell'Italia nel contesto internazionale non c'è da
stupirsi se siamo il paese industriale che attira meno capitali stranieri. Gli investimenti delle multinazionali in Italia sono diminuiti dell'll per cento nel 2001, del 44 per cento nel 2002.
Per bocca di due dei suoi ministri più influenti il governo italiano afferma che
l'Unione europea è dominata dai "nazisti rossi". Uno di loro dice che l'Europa è
"forcolandia", che con il fallimento della costituzione europea a Bruxelles "siamo riusciti a fermare l'impero comunista che stava tornando", che "l'euro è la rapina del millennio. L'hanno inventata i massoni". Se foste un investitore straniero mettereste i vostri soldi in un paese governato da gente così?
Indicatori desolanti
Se osserviamo la posizione dell'Italia in alcune classifiche internazionali può sembrare quella di un paese fortunato:
settimo pil al mondo, quarto posto tra i grandi paesi per numero di automobili e
di telefonini per abitante. Ma se analizziamo gli indicatori che danno un'immagine più completa dell'Italia e soprattutto delle sue opportunità per il futuro,allora siamo al crepuscolo.
In una ventina dei principali indicatori internazionali che delineano il futuro e la dinamica di un paese, l'Italia si trova tra il ventesimo e il quarantesimo
posto. Gli stati che più spesso ci accompagnano in queste classifiche sono paesi
in via di sviluppo (Colombia, Namibia, Sri Lanka, Cina, Brasile), paesi dell'Europa dell'est in transizione (Slovenia, Estonia, Slovacchia) o nel migliore dei casi i meno sviluppati tra i paesi europei (Spagna, Portogallo, Grecia).
La differenza preoccupante tra l'Italia e questi paesi è che loro da anni stanno salendo nelle classifiche internazionali, noi invece stiamo scendendo. Ogni
anno ci incontriamo con loro sui pianerottoli della scala internazionale: li vediamo salire e noi scendiamo di un'altra rampa.
Ho riassunto in una tabella una ventina di indicatori internazionali che
ci danno un'idea preoccupante della realtà italiana e del suo futuro.
Fine di un'era
È incredibile la profondità del declino italiano. Nel rinascimento siamo stati un faro della cultura, della scienza, dell'innovazione e della finanza in Europa. Nella musica e nella tecnica bancaria ancora oggi molti termini tecnici in tedesco e in inglese sono parole italiane (sonata, adagio, tortissimo oppure aggio, incasso, sconto, lombard) a testimonianza dei secoli in cui eravamo il paese di riferimento in quei campi.
Più tardi abbiamo inventato l'elicottero, l'aliscafo, il batiscafo, il telefono, la radio. Oggi però non inventiamo quasi niente, l'Italia ha meno premi Nobel del solo Politecnico di Zurigo, il nostro export si basa su prodotti di
bassa tecnologia che presto vedranno la concorrenza dei paesi emergenti, mentre nei prodotti ad alta tecnologia non possiamo competere con le nazioni più
avanzate.
I nostri manager in compenso vogliono orientarsi per i loro stipendi agli Stati Uniti e per quelli dei loro dipendenti alla Bulgaria o alla Cina. Il numero dei laureati italiani che lavorano all'estero è sette volte maggiore del numero dei laureati stranieri che lavorano in Italia.
Per decenni buona parte della grande industria e dell'export italiano hanno
prosperato grazie alla benevolenza dello stato e dei partiti e alle periodiche svalutazioni della lira.
Oggi che questo non è più possibile, il declino italiano si accelera. Paghiamo il prezzo delle modernizzazioni che non abbiamo fatto negli ultimi decenni.
Al crepuscolo industriale, tecnologico e culturale dell'Italia si aggiunge il declino sociale con un rapido aumento della ricchezza dei ricchi e l'estensione e l'approfondimento della povertà. Nella disuguaglianza dei redditi abbiamo superato perfino gli Stati Uniti: in un decennio (1991-2001) il 20 per cento degli italiani è diventato più ricco, l'80 per cento più povero.
Il reddito del decimo di italiani più ricchi è cresciuto del 12 per cento, mentre il reddito del decimo di italiani più poveri è sceso del 22 per cento.
Otto milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà e altri quattro milioni vivono appena sopra. Molti di questi poveri e quasi poveri hanno un lavoro o due o tre, ma non gli bastano per vivere decentemente.
Lo stipendio medio di un tranviere di Zurigo (5.500 franchi) è quasi il triplo di quello di un tranviere di Milano, ma il costo della vita e dei biglietti del tram a Zurigo è solo il 50 per cento più alto che a Milano.
Stipendi reali sempre più bassi e lavori sempre più precari fanno crescere la conflittualità selvaggia - come quella dei guidatori di tram e autobus - che frena ulteriormente la qualità della vita e lo sviluppo del paese.
La resa della sostanza all'apparenza
II declino della Fiat è forse uno dei migliori indici del declino italiano: dieci anni fa Fiat vendeva in Italia un'auto su due, oggi una su tre. L'immagine più forte del crepuscolo italiano è stata per me quella della carovana di limousine scure che in una sera del 2002 - al culmine di una crisi della Fiat che sembrava mortale - ha portato l'intero stato maggiore della Fiat a un consulto drammatico, non al ministero dell'industria o delle finanze ma nella grande villa di Arcore di Silvio Berlusconi, padrone di Fininvest e capo del governo.
Le immagini del telegiornale sembravano quelle di un film sulla mafia, quando avviene un regolamento di conti e un cambio della famiglia al vertice del potere. Era la resa di ciò che resta dell'Italia industriale alla nuova egemonia, all'Italia della pubblicità e della televisione commerciale. La resa della sostanza all'apparenza.
Non è un caso che l'industria che ha conquistato il potere politico in Italia non fabbrichi cose ma sogni, non venda merci ma promesse.
Beppe Grillo
----------------------------------------------------------------------------------------
NOTA DI PIETRO B.
[L'invito pressante del curatore di ItaliaBlogOltre è all'acquisto di Internazionale dove troverete oltre a Beppe Grillo articoli di giornalisti internazionali che lo commentano e molto altro ancora. Seguite questa rivista che è una delle poche rimaste libere e la cui voce dissonante occorre diffondere. ]
Passeggiare non stanca
-------------------------
da Stultifera Navis
Gli uomini che hanno potere dovrebbero scendere dalle auto blindate e iniziare a passeggiare. Una passeggiata vuol dire essere restituiti alla strada e alla nudità casuale delle persone, guardare gli alberi, i palazzi o il mare, inseguire pensieri spesso splendidamente banali. Passeggiare vuol dire avere un cane per amico, oppure un amico libero come un cane, con cui parlare di tutto, uno che ti ascolta e ha voglia di perdere tempo con te. Passeggiare è interrogare il cielo, chiedersi se quelle nuvole stanno per arrivare o invece se ne stanno andando, assaggiare l'aria con il naso e con la pelle, d'estate cercare l'ombra e d'inverno il sole.
Passeggiare è commentare i titoli dei giornali con uno che non conosci, indicare la strada a un passante, ricordarsi di comprare qualcosa prima di tornare. Passeggiare è imbattersi in chi non t'aspetti, oppure in qualcuno che attendi al varco, è fermarsi al bar e guardare la gente che passa, parlare con chiunque dell'ultima partita tanto per scambiarsi calore. Passeggiare è giocare dolcemente con la giornata, decidere che ne puoi perdere un pezzo perchè lo vuoi guadagnare. Passeggiare è il piacere dell'anonimato e quello della compagnia, incrociare gente che non conosci e facce note, salutare o non salutare,attraversare la strada per incontrare o per evitare, quando non prevedi duetti e preferisci l'assolo.
Passeggiare è evadere dalla corsa feroce, da quell'assedio che chiude le porte da cui potrebbe entrare la vita, da quelle giornate murate che fanno del telefono cellulare un cellulare di polizia. Passeggiare è mettere la punteggiatura ai giorni, andare a capo, voltare pagina, creare intervalli, parentesi o punti interrogativi. Passeggiare vuol dire infiltrare un po' di vacanza in ogni giornata, lasciare aperta una fessura nel quotidiano, sapendo che la sorpresa può entrare anche dalle porte strette.
Passeggiare non vuol dire sparire, ma mettere le virgolette a ciò che pretende di essere assoluto, resistere a tutte le militarizzazioni. Passeggiare vuol dire rispetto per la saggezza, per quel sentimento che ci ricorda che siamo a lunga conservazione, ma abbiamo una data (approssimativa) di scadenza e domani potrebbe essere tardi, una metafisica rispetto alla fisica.
Passeggiare è un'arte povera, un far niente pieno di cose, il piacere di scrivere una pagina bianca, una risacca dolce della nostra vita minima. Passeggiare vuol dire partire per arrivare, ma senza impegno, perchè ci si può fermare prima, cambiare percorso, inseguire un'altra idea, prendere una strada secondaria, fare una digressione. Passeggiare è abbandonare la linea retta, improvvisare il percorso, decidere di volta in volta la rotta, girare a vuoto nella penombra, non avere paura di ascoltarsi.
Passeggiare è accarezzare un palazzo o una strada che ti sono cari, dove non passi per caso, ma perchè vorresti incontrare qualcuno. Passeggiare talvolta è un perdersi breve, in un piccolo spazio, una microfisica dell'avventura, da cui si torna con una storia da raccontare. Passeggiare è ritornare a se stessi e a quella parte di noi che è la premessa di tutto, staccare la spina a chi ogni giorno vende il presente in offerta speciale.
Passeggiare è il desiderio del ragazzo e dell'anziano, un'arte che l'adulto ha rimosso o sostituito con l'agonismo del jogging o del fitness. Passeggiare non serve per tenersi in forma, ma a dare forma alla vita, a farle capire le proporzioni, è la modesta preghiera degli arti inferiori.
Passeggiare è non staccarsi dagli altri, coltivare l'amicizia, sapere che una società che non passeggia più e va solo di corsa, una società che ha abolito le domeniche e le notti, in cui i marciapiedi scompaiono e tutto diventa negozio, è una società senza pori, dove anche il tempo libero è quotato in borsa. Passeggiare, si sa, fa bene, e i medici lo consigliano vivamente. Una società che passeggia è in buona salute, anche se non ha ancora avvisato quelli che studiano la qualità della vita.
Passeggiare è anche un test: chi non lo fa da tempo o è povero o è disgraziato. Mentre però chi non passeggia perchè è malato o perchè deve guadagnarsi duramente la vita soffre di questa sua povertà e sogna di cancellarla, quelli che non lo fanno perchè hanno agende senza spazi bianchi e non hanno tempo, sono dei condannati ai lavori forzati nati in prigione.
Gli uomini con responsabilità girano accerchiati da guardie del corpo, da occhi paranoici che guatano le strade e i palazzi come insidie. Probabilmente tutto ciò è inevitabile, ma non si deve dimenticare che quest'essere privati della libertà di passeggiare mette capo a una vita rovesciata, dove scompare il contatto nudo con gli altri, con se stessi, con ciò che conta veramente.
Sarebbe straordinario se sul nostro pianeta affrettato si diffondesse all'improvviso il virus del passeggiare, se militari, uomini d'affari, politici, presi da una sorta di raptus, scendessero per strada e iniziassero a perdere tempo. Forse scoprirebbero che così molti problemi scompaiono. Diceva Pascal che tutti i guai all'uomo derivano dal fatto che non è capace di stare da solo tra quattro mura. Per noi invece nascono dal fatto che non scende in strada a passeggiare.
[Estratto da: Franco Cassano, Modernizzare stanca: perdere tempo, guadagnare tempo, Il Mulino 2001]
Si consiglia vivamente la lettura di questo testo. L'A. sottopone a una critica serrata, in tono a volte ironico,la modernizzazione come panacea universale che dovrebbe assicurarci un futuro radioso, e recupera quegli elementi come la pausa, gli intervalli, il gusto della lentezza, il rispetto del limite quali caratteristiche irrinunciabili di un'idea di ricchezza non elaborata esclusivamente in base all’unico indicatore del possesso delle merci. In quest’ottica, il nostro Paese, data la sua strutturazione geografica di confine, può giocare un ruolo fondamentale nella dissoluzione dei fondamentalismi di una cultura che riferisce a se stessa l’idea di perfezione e reputa la differenza una patologia.
Ventiquattro propositi per il 2004
-------------------------
di Daniele Luttazzi
da il Manifesto (del 31/12/2003)
Caro manifesto, ho saputo che Babbo Natale quest'anno ti ha portato in dono due nuovi direttori. Davvero sono stati così cattivi? Da me, invece, si è scopato la mia ragazza. L'unico regalo me lo ha lasciato una renna sul tappeto. Scosso da emozioni contrastanti, ti invio la lista dei propositi per il nuovo anno che mi era stata commissionata da Kung fu magazine, e viceversa. Per fortuna, le due liste erano identiche.
1. Ridurmi chirurgicamente il pene. Di nuovo.
2. Troncare la mia storia segreta con Alessandra Mussolini.
3. Smettere di basare tutte le mie decisioni su quello che imparo dai film di Boldi & De Sica.
4. Essere uno zio migliore per Come-cazzo-si-chiama.
5. Completare entro un tempo tot il puzzle di padre Pio.
6. Bruciare i vecchi filmini delle vacanze in Australia con la Russinova e quel demente.
7. Suggerire a Paul McCartney una nuova versione dell'album Let it be. Stavolta senza Ringo.
8. Meno fantasie su Charlotte Casiraghi.
9. Sollevare il coperchio della scatola da scarpe messa nel ripostiglio ad agosto, verificare se il passerotto è ancora vivo.
10. Farmi crescere basette talmente lunghe da doverci fare i buchi per le braccia.
11. Avvisare con cautela Cossiga che non è più presidente.
12. Ammanettarmi a Giorgia di Mtv, buttare la chiave.
13. Unire i miei due hobby, sesso anale e insetti, in un unico hobby tutto da esplorare.
14. Rimuovere col laser il tatuaggio dei Lunapop dal deltoide, riposizionarlo sullo scroto.
15. Trovare una bella battuta per concludere il mio monologo settimanale a Satyricon. ( Ooops, scusate, questo era un proposito per il 2001).
16. Dire a Betty che si limiti a 2 canne prima del tg4.
17. Dire a Betty che si limiti a 8 canne dopo il tg4.
18. Confessare a Naomi la scappatella con Heidi Klum.
19. Nuovo traguardo: coprirsi il naso col labbro inferiore. Provare e riprovare.
20. Scrivere un saggio sul tema: "Dio è importante?" Ricavarne un corto (nella parte di Gandhi, Pavarotti).
21. Evitare in futuro altre avventure sentimentali con donne di nome Nadia Desdemona.
22. Azioni Parmalat: vendere vendere VENDERE!
23. Basta battute su Berlusconi.
24. Naah, quell'uomo è una miniera.
Genesi
-------------------------
di Albatroferito
Fermo sul limitare di una porta socchiusa, dietro cui una nebbia nasconde rumori indistinti, vorrei entrare ma la curiosità mi ferma. Passo indietro, sbircio la targhetta incollata sull'uscio. Recita "Corso Italia civico 2004". Spingo la porta e entro. Il mondo reale che mi circonda mi pare più virtuale di internet: da questa parte del modem leggo di persone virtuali che parlano un linguaggio comprensibile; nella realtà trovo persone "reali" che parlano un linguaggio virtuale. Destra e sinistra mi paiono attorcigliarsi in una strenua difesa del nulla.
Berlusconi ha ottenuto una legge finanziaria "impossibile" considerando le condizioni economiche europee, ma ha continuato a diffondere sogni, e Tremonti a raccontare favole. Per quest'anno si lavorerà per ridurre il deficit di quasi 1 punto percentuale, ma intanto i dati sull'inflazione sono totalmente falsati. Proroga del condono fiscale, di quello edilizio e con ogni probabilità introduzione del fratello maggiore chiamato previdenziale.
Come dire? Viva il Paese dei più furbi e chi ha, avrà sempre di più anche perchè il Berlusclown pensa a una forte riduzione dell'aliquota sui rendimenti di fondi immobiliari. E lei Tremonti? In questo Paese, con questa lungimiranza, come mai lei fa soltanto il ministro? In questo Paese di poeti, navigatori, cantanti, buona cucina, moda e comici involontari, nessuno pensa ai piccoli lavoratori? Detto fatto: Facilitazioni fiscali per i ricercatori che decideranno di investire in Italia nei prossimi 5 anni.
Bravi! E i fondi per la ricerca? Lo si dica che i 225 milioni di Euro per i quali si è dovuta fare una tassa sulle sigarette già andata in onda nel 2001 e già dimenticata, sono serviti a tappare parte dello sbilancio sanitario. Intanto i Co.Co.Co. avranno contributi sempre più elevati, i francobolli aumentano, le bionde costano quanto auto di lusso, per passeggiare sull'autostrada servirà l'American Express Gold e i rifiuti sarà meglio mangiarseli.
Diciamo la verità: stanno continuando a trattare gli italiani come bimbi irresponsabili, a cui non si poteva dire che la mamma malata non poteva comprare i doni di Natale. Ed ora che i regali sono solo due castagne ed un lecca lecca già succhiato, pretendono di essere riempiti di lodi. I 315 leaders della sinistra, 315 capi senza una testa, pare che vivano nel paese di Bengodi, e che il cattivo nemico non dia né a loro né al "popolo" le chiavi della stanza dei tesori, che invece si intravedono al di là delle sbarre.
E nessuno vuole ammettere che, forse, il tesoro non c'è. Ciampi, caro nonno di tutti noi nipotini, ogni tanto si ricorda di essere il Capo dello Stato. I sindacati in Italia continuano a combattere una battaglia di retroguardia per difendere gli addetti delle grandi aziende, in puro stile anni 60, e per i 5000 della FIAT si paralizzano regioni, dei 5000 di Banca Intesa non se ne parla. In lontananza si sentono già le grida di migliaia di lavoratori Parmalat, ma per le migliaia di negozietti che chiudono ogni anno, uccisi dalla grande distribuzione e da una tassazione micidiale nessuno fiata. E di quelli che chiuderanno, solo il silenzio dei media.
L'economia italiana non riparte, tutti a riconoscerlo e tutti a dare la colpa ai responsabili: gli altri. Nessuno che voglia fare la prima mossa per ridurre i limiti della nostra economia: mercato del lavoro immobile (e lo li sa) tassazione insostenibile (e lo si sa) e soprattutto capitali troppo costosi in Italia, ma questo è meglio non dirlo, perché se no le Banche si offendono. E le banche italiane, sottodimensionate come capitali e pletoriche come addetti, si muovono come elefanti in una savana in cui corrono leoni e ghepardi.
Intorno vedo un mondo di miopi, di persone con il fiato corto, volte ad ottenere il successo del domani, magari di dopodomani.
Siamo un paese seduto, in cui tutti sono pronti ad alzarsi in piedi, purchè per primo, lo faccia un altro.
Ci sarebbe ancora da dire .... ma i bimbi possono sopportare la verità?