Nei prossimi giorni i comunisti si trovano a Venezia per dibattere sul tema della non violenza. Nei giorni scorsi ci sono stati accesi scontri tra Negri e Bertinotti. La mia opinione?
Innanzi tutto volevo precisare che nonviolenza si scrive non violenza, nonviolenza è un modo di dire che si è cercato di imporre per dare omogeinetà alla parola in sè e poterla fare comparire sui vocabolari della lingua italiana. Credo sia più interessante una riforma della società che dei vocabolari, però io uso la parola non violenza, semmai non-violenza. Nonviolenza non mi piace.
Ma non perdiamo ulteriore tempo in chiacchere ed entriamo in argomento:
Il tema della non violenza è ovviamente strettamente legato a quello della violenza. La non violenza in sè è un assurdità ed è totalmente impossibile: camminando per strada e pestando involontariamente una formica si commette violenza; sciegliendo una fidanzata e lottando per la sua conquista poi non ne parliamo... se è una bella ragazza... la violenza commessa ai numerosi cuori infranti è enorme... l'alcoolismo, la droga, la solitudine, la prostituzione... alcuni grossi problemi che conosciamo molto bene.
Quando si parla di violenza e non violenza bisogna intendere principalmente quella della società e del suo sistema organizzativo. Quando si parla di rivoluzione, di azione trasformatrice, di riforma sociale o semplicemente di migliorare il mondo bisogna intendere l'azione volta alla riduzione del tasso di violenza del sistema.
Un esempio per far capire di cosa stiamo parlando è la scuola obbligatoria gratuita per tutti. Una società che non garantisce l'istruzione a tutti è evidentemente più violenta di una che la garantisce.
Spesso si intende non violenza come metodologia d'azione (vedi Gandhi) per la conquista del potere politico. Ma questo è insufficiente. Conquistare l'autonomia ed il potere politico per costruire un organizzazione sociale come quella indiana di stampo prettamente militaristico, con numerose bombe atomiche nei propri arsenali e numerosi conflitti sulle spalle non è un grande esempio di coerenza, ma semmai di volgare opportunismo storico e mistificazione dei propri obiettivi. Come quelli che fanno la guerra per ottenere la pace. Stravolgono i mezzi i rispetto all'obiettivo. Per fare la pace bisogna fare la pace con i propri nemici. Facendo la guerra non si ottiene la pace, ma semmai la sottomissione dei propri nemici (in caso di vittoria, in caso di sconfitta ... la propria sottomissione).
Bisogna quindi parlare di non violenza come mezzo e fine della propia azione sociale. Il mezzo ed il fine che diventano la stessa cosa, la metodologia di azione e l'obiettivo che si associano in un'unica forma coerente. Un essere sociale che si muove non violentemente puntando alla non violenza.
Ma quale forma organizzativa si deve dare una società fondata sulla non violenza? Secondo me bisogna applicare i 3 principi sociali della non violenza. E' molto più semplice di quello che si possa credere. E' quasi una banalità.
Poi l'azione individuale deve puntare al "buon esempio: "fare quello che si vorrrebbe facessero gli altri", "non fare quello che si vorrebbe non facessero".
In sintesi:
1: 3 principi sociali della non violenza
2: metodologia d'azione e obiettivo (mezzi e fine) che si unificano diventando la stessa cosa
3: buon esempio.
Resoconto senza presenza, invalidato all'occorrenza
Napoli e nebulosa.
Che poi son l'ultimo a non esserci stato.
In differita, da qui me lo sono vissuto a casa su schermo. Tutto.
Non ci sono più i guardiani della soglia e/o siamo sempre soli.
Da soli con la nostra volontà.
Paura o migliore offerta?
Non lo so, di certo questa riunione mi ha annoiato l'attenzione.
Quasi dormito: su un blatero comune di un qualcosa di cui era inutile parlarne in quel modo.
Avrei detto, io: cos'è un foglio?
Guardate sulla scrivania, pigliatene uno e cominciate a scrivere.
Bene, avete capito cos'è un blog.
Un blog è inchiostro.
Nulla più.
Un papiro, un geroglifico e a volte carta carbone (spesso).
Due ore ci avete perso.
Buongiorno: bastava spostare l'attenzione dal mezzo al mezzo della folla.
Alle mani delle persone, agli atteggiamenti, ai sorrisi e ai gesti di chi c'era.
Vi siete persi gli sguardi, il modo di porsi e gli sbuffi (credo molti) di chi era presente.
Blog e giornalisti (ancora?), e chi è migliore e chi è peggiore, e i blogger sono soli e sono in tanti.
E intanto come diceva il caro Wolf non è ancora venuto il momento di farci i pompini a vicenda.
Non c'è più una soglia.
Tiziano: per me non c'è mai stata.
Dipende da che lato per te gira il blog.
Ogni persona che ha preso la parola in quel dibattito ha solamente espresso la sua funzione d'utilizzo del mezzo blog ed involontariamente ha provato a darne un' interpretazione tramite una propria visione al pubblico presente.
Non poteva essere altrimenti: ognuno utilizza quel che ha nel modo che più trova consono.
Indipendentemente da quanto questa famigerata soglia si sia sguarnita o abbassata.
Può anche starsene sul terreno un post: il suo valore aumenterà solo in base a quanto una persona ci scrive sopra.
Lorenzo ironizza fra i pixel perchè tutti i giorni probabilmente adotta il sorriso come migliore arma di difesa e questo è il suo miglior modo di atteggiarsi alla vita quotidiana.
Eloisa stenderà un origami di post nello stesso modo in cui si rannicchia dietro al microfono quando le si dà la parola per spiegare quel che in realtà non ha poi un granchè da spiegarsi.
Giulio si ripromette di impegnarsi a pubblicare anche solo due righe al giorno perchè di mestiere se lo può permettere e sarebbe un peccato se non potesse realizzarlo.
Perchè è questo che lui fa anche di lavoro. Beato.
Tiziano si meraviglia di una soglia a detta sua senza più protezione e si inalbera quando qualcuno ribatte al bla bla bla con la praticità del non essere tutti scrivani di professione tirando in ballo valori letterari perchè è di questo che Scarpa si occupa nella vita. E nel blog.
Ma Strelnik ha solamente esposto il vero: puoi dirla che non si parlava di scale di valori, ma non puoi negarla che tutti si ha da portare a casa la pagnotta in un modo o nell'altro.
Con o quasi sempre senza post.
Vita da blogger.
Sofri non fa distinzioni fra scalpelli e scribacchini, su chi è tale e su chi non lo è affatto chiosando in un tutti forse lo si è, scrittori, perchè in fondo tutti si scrive.
Non conta cosa noi si scrive.
Conta come.
Perchè conta come sono le persone.
La notizia può essere già stata data, il racconto già letto, la recensione prevedibile ed il blog raduno già scontato.
Ma come un blogger è, come si esprime, quel che di solo suo imprime è quel che rende un senso.
Perchè come una persona è, come si esprime, quel che solo di suo imprime è quel che rende un senso.
Con o senza bisogno di un convegno.
Quel che dal duemiladue ad ogni post mi resta di questo blog non sono le parole.
Sono le persone.
A Napoli, secondo me, bastava solo spostare un po' di più l'attenzione.
Oggi (n.d.r. 13/2/2004) Microsoft ha pubblicamente ammesso una notizia che circolava da qualche tempo nella comunità hacker: parte del codice sorgente di Windows è stato rubato ("leaked") e reso disponibile su internet attraverso alcuni network p2p.
La "bomba" è scoppiata questa notte, quando questo file zippato "windows_2000_source_code.zip" è comparso nei network P2P. Secondo Zone-H sembra che si tratti effettivamente di parti di codice originale di Windows 2000/NT, e in particolare di parti di IE e alcune API.
Da dove arrivi questo file non è ancora chiaro. Alcune fonti come eWeek.com parlano di un "leak" partito da una fonte vicina alla Microsoft, altri di materiale che arriva dalla Cina o dalla Russia.
Sicuramente la vicenda riempirà le cronache per i prossimi giorni. Cosa ne deriverà realmente non è ancora chiaro. Intanto nelle varie community online non si parla d'altro. Molti utenti ironizzano sul fatto che finalmente qualcuno sistemerà davvero i bug del sistema operativo, altri chiedono nei forum patch di ogni genere per moddare IE. Qualcun'altro ipotizza addirittura la prossima nascita di una versione opersource di windows (o almeno di alcune componenti) che si potrebbero mettere in concorrenza con i prodotti proprietari di MS.
I media più "tradizionali" invece si sono lanciati sui problemi di sicurezza che potrebbero arrivare dal prodotto. Si delineano scenari da medioevo prossimo venturo: orde di pirati potrebbero sviluppare virus e software che sfruttano le falle di programmazione del sistema operativo più usato nel mondo. Ovviamente queste cose fanno molta più audience (e probabilmente business), che parlare seriamente dei problemi nativi del sofwtare.
Vada come vada, questa vicenda riporta di attualità alcune considerazioni fondamentali.
La prima riguarda la responsabilità. Un software messo in commercio dovrebbe essere teoricamente intrinsecamente sicuro, ben fatto e la divulgazione, anche se solo parziale, del codice sorgente non dovrebbe (sempre teoricamente) rappresentare un pericolo concreto. Se così non fosse, sarebbe come scoprire che una casa automobilistica ha prodotto e messo sul mercato un'auto progettata male e insicura il cui uso rappresenta un pericolo per i suoi utenti. Di chi sarebbe la responsabilità in questo caso?
La seconda è riguarda il controllo e la sicurezza dei sistemi informatici. Lasciare tutta la conoscenza e il controllo di un prodotto così delicato come un sistema operativo per computer in mano a pochi, per quanto organizzati e determinati a difendere il segreto, crea un pericolo enorme. Come nel caso di un prodotto chimico o batteriologico, quando questa protezione cade e il prodotto sfugge di mano, tutti sono minacciati, magari senza saperlo, e nessuno è più in grado di difendersi. Proprio perché pochi conoscono il codice sorgente sono in grado di capire i pericoli e possono porvi riparo, se ci riescono. La segretezza che prima lo proteggeva, ora diventa la principale causa del pericolo.
Teoricamente, adesso la Microsoft dovrebbe divulgare davvero i codici sorgente, magari solo a specifiche organizzazioni selezionate a livello governativo, proprio per permettere di analizzare adeguatamente il software, individuare i pericoli e provi rimedio al più presto.
Considerato che i sistemi informatici di intere aziende, banche e governi sono basati sui sistemi Microsoft, non c'è da stare tranquilli. Un eventuale rischio sicurezza dovuto al leak del codice sorgente, potenzialmente potrebbe avere una portata simile al temuto bug del 2000.
L'ultima considerazione riguarda più in generale il tema della biodiversità informatica e la dipendenza da un solo sistema e fornitore mondiale. Quanto successo ci ricorda che, come nell'ecosistema naturale, anche nell'infomondo, se la varietà "biologica" si riduce al punto che la maggior parte dei computer si basa su un unico sistema operativo, i suoi problemi e debolezze rischiano di mettere in pericolo l'intero ecosistema. In mancanza di alternative ogni pericolo si moltiplica, e può affondare l'intero sistema, la sua esistenza.
Se qualcuno divulgasse i codici sorgente di un software proprietario poco diffuso, l'azienda che lo produce farebbe una brutta figura, perderebbe qualche cliente, ma il sistema nel suo insieme non sarebbe messo in pericolo grazie all'esistenza di alternative.
Nel nostro caso le alternative (in ambiente PC/Win32) non ci sono. Per il momento. Magari nasceranno grazie a qualche pirata informatico.
AFFRONTO un problema delicato come la nuova demografia europea col solo proposito di osservarlo da un punto di vista inedito. Passerò attraverso la situazione dello Stato di Israele, rovesciando la sua proverbiale singolarità, e immaginandola invece come un termine di paragone del destino europeo. Questo itinerario sembrerà a qualcuno stravagante, o senz´altro scandaloso. Posso solo dire che si tratta di un esercizio astratto, e invitare alla pazienza.
La questione demografica occupa il centro del conflitto israelo-palestinese. Ha due aspetti. Uno è la rivendicazione del ritorno dei palestinesi andati profughi dopo il 1948 dal territorio d´Israele. È una questione tipicamente politica e storica, che col lungo passare del tempo è diventata una questione demografica. Il numero dei profughi attraverso i loro discendenti si è moltiplicato, e la realizzazione del "Ritorno" significherebbe ipso facto la riduzione a minoranza degli ebrei di Israele.
Ma anche riportando quella rivendicazione a una composizione diplomatica realistica (riconoscimento simbolico del diritto, rientro di un numero minore cadenzato nel tempo, risarcimento e investimento per l´accoglienza ai rifugiati nel futuro Stato palestinese ecc.) la questione meramente demografica incombe a sua volta. Il tasso di natalità di arabo-israeliani e israeliani ebrei è così squilibrato che, anche continuando l´immigrazione dalla diaspora, prima della metà del secolo la riduzione degli ebrei a minoranza di Israele sarebbe comunque un fatto compiuto.
Questi scenari stanno sullo sfondo di polemiche virulente come quelle appena suscitate da un´intervista scandalosa di Benny Morris ad Ha´aretz (tradotta ora da Internazionale).
Morris vanta una primogenitura tra i "nuovi storici" nella documentazione delle violenze e della premeditazione nella cacciata degli arabi dal territorio del nuovo Stato di Israele nel 1948, che gli procurò una fama di anticonformista e obiettore. Fra i molti intervenuti sull´intervista, quello di Baruch Kimmerling (History News Network, 26 gennaio 2004) ricostruisce le ricerche, a cominciare dalla propria, che avevano documentato prima di Morris l´espulsione degli arabi nel ?48 e il suo carattere programmato. La primogenitura di Morris era in parte usurpata, benché, come avviene ? si è appena ripetuto in Italia con il successo del libro di Pansa rispetto ai molti studi storici precedenti - il contenuto delle ricerche storiche conti meno dell´ascolto che riscuotono: e il libro di Morris fece scalpore.
Morris oggi, senza rinnegare quei risultati della sua ricerca, e anzi rincarandoli alla luce di nuovi documenti, giustifica l´espulsione degli arabi di allora, e arriva a rimpiangere che, à la guerre comme à la guerre, non fosse stata più estesa, e non esclude che in futuro una nuova espulsione ? una pulizia etnica, di fatto - diventi, benché ingiusta, inevitabile. (Morris ha poi smentito le parti più provocatorie della sua intervista a Ha´aretz). La situazione dei cittadini arabi di Israele ? cittadinanza di serie B, e tuttavia sentita a lungo come assai preferibile a quella dei palestinesi sotto autorità arabe - è radicalmente cambiata dall´inizio dell´Intifada di Al Aqsa, con la repressione sanguinosa delle loro manifestazioni. La reciproca diffidenza e ostilità fra ebrei e arabi dentro Israele è cresciuta drammaticamente.
S´è così rafforzata quella singolarità che segna lo Stato di Israele come stato di necessità, come Stato degli ebrei: che esclude la possibilità che i suoi cittadini ebrei diventino minoranza, condizione impensabile nella costituzione formale di un altro Stato democratico. Nel caso di Israele, la singolarità che rende costitutivamente paradossale la sua democrazia, è solo in parte la conseguenza del programma originario della fondazione dello Stato, l´aspirazione sionista a dare un focolare agli ebrei della diaspora e delle persecuzioni, resa più tragicamente urgente dall´avvento dei superstiti della Shoah.
Alla giustificazione d´origine si è sovrapposta e imposta la lunga guerra calda e fredda di Israele con un accerchiamento arabo immane per territorio e popolazione. Questa febbrile reciproca aggressività fa sì che l´ipotesi d´un amalgama etnico e della perdita d´una maggioranza garantita agli ebrei in un loro territorio, equivalga più che probabilmente alla cacciata ? o peggio - degli ebrei. Più volte, e ancora di recente (per es., nel saggio di Tony Judt sulla New York Review of Books del 23 ottobre 2003) il realistico, benché malinconico, programma di "due popoli e due Stati", è stato contestato come troppo rassegnato o, piuttosto, come anacronistico in un mondo che dovrebbe superare le ottocentesche aspirazioni agli Stati nazionali in nome di associazioni più vaste e internazionalistiche.
Così Judt: «Israele ha importato un progetto separatista tipico del tardo Ottocento in un mondo che è andato avanti, un mondo di diritti individuali, frontiere aperte e legge internazionale... Israele, insomma, è un anacronismo».
L´obiezione è forse nobile, ma essa sì davvero anacronistica. Non dirò che fra il tardo Ottocento e Israele c´è stata la Shoah ? l´autore dell´articolo non l´ha certo dimenticato. L´equivoco sta nel far passare un´aspirazione attuale per un fatto compiuto. Viviamo in un mondo «di diritti individuali, frontiere aperte e legge internazionale»? Ci vive Israele? Judt rende senz´altro lo Stato d´Israele responsabile primo della crescita dell´antisemitismo contemporaneo: «Oggi gli ebrei non israeliani si sentono ancora una volta esposti alle critiche e vulnerabili agli attacchi per cose che non hanno fatto. Ma questa volta è uno Stato ebraico, non uno Stato cristiano, che li tiene in ostaggio per le sue azioni...
Nell´attuale "scontro di civiltà" fra democrazie aperte e pluraliste e Stati etnici bellicosamente intolleranti e ispirati alla religione, Israele rischia di cadere nel campo sbagliato». Il rischio è reale: a ridurlo valgono sia il pluralismo interno alla società israeliana, sia la diaspora, che non è solo ostaggio degli errori e delle colpe dei governi israeliani. Ma, senza attenuare la denuncia di errori e colpe dei governi israeliani, non si può indulgere all´idea che l´auge dell´antisemitismo contemporaneo sia primariamente un loro risultato. L´antisemitismo nuovo (nuovo quanto anacronistico) di tanta parte del mondo terzo, e "senza ebrei", è una quintessenza della paranoia contemporanea: una riedizione geograficamente dislocata della paranoia europea tra le due guerre.
La stessa confusione fra auspicio e realtà fa dire a Judt che, nonostante le tensioni etniche e la crescita dei partiti ostili all´immigrazione, «rispetto a trent´anni fa, l´Europa è un patchwork variopinto di cittadini eguali, e questa è senz´altro la forma del futuro». Dev´esserlo senz´altro, e resta da vedere con quali strappi nel tessuto.
La bellicosità contemporanea, nelle sue stesse ispirazioni nazionalistiche e tribali, non è una propaggine del nazionalismo ottocentesco, ma un ingrediente moderno modernissimo del mondo globalista. È in parte una reviviscenza, in parte un fenomeno rinascente, e non un retaggio del passato. Questo vale soprattutto per l´islamismo politico contemporaneo. Occorre guardarsi dall´identificare il carattere retrogrado di certe campagne con un loro presunto carattere anacronistico. I Protocolli degli Anziani di Sion volti in fiction alla tv egiziana non sono l´attardata ristampa dei Protocolli europei: sono una nuovissima edizione, largamente indipendente, assai peggio che retrograda, e però, ahimè, niente affatto anacronistica. (E come chiameremo la disputa sul capo femminile velato nei luoghi pubblici che scuote l´Europa, come un anacronismo? O come un precoce rintocco della nuova modernità europea?)
Il preteso realismo che ratifica il fallimento ripetuto delle trattative israelo-palestinesi sui Due Stati, e dunque ripropone come oltretutto più praticabile il progetto d´un unico Stato per arabi ed ebrei di Palestina, rischia d´essere un´utopia imprudente, e di mettere involontariamente a repentaglio la difesa dello Stato di Israele. Dello Stato, dico ancora, e non dei governi. Perché non è così cruciale la distinzione fra governi di Israele e popolo di Israele, come molta retorica di seconda mano ripete a memoria ? specialmente di sinistra, in analogia allo schema usato su governo e popolo americano, eccetera.
Cruciale è la distinzione fra governi di Israele e Stato, perché è alla liquidazione dello Stato di Israele che l´oltranzismo islamista e arabista mira: ulteriore singolarità, perché in nessun altro conflitto una parte mira alla distruzione dello Stato nemico. La rivendicazione d´una integrazione nello Stato binazionale d´arabi ed ebrei non fa che anticipare ed esorcizzare gli esiti minacciosi d´un processo demografico nel quale gli ebrei diventino minoranza. È, alla lettera, fuori luogo. Il suo solo credito andrebbe affidato a una integrazione combinata di Israele e di Palestina nell´Unione Europea. Buona idea, vasto programma... La ex Jugoslavia, e più esemplarmente la Bosnia-Herzegovina con la finzione obbligata dello Stato uno e trino, mostrano quanto aggiornati siano gli anacronismi al calendario corrente.
All´altro capo, l´oltranzismo dell´ultimo Benny Morris, senza precedenti per una personalità laica ebraica, coincide con una diffusione in Israele dell´auspicio d´una "purificazione etnica". Secondo l´Università di Tel Aviv, nel 1991 il 38 per cento della popolazione ebraica era favorevole al "trasferimento" con la forza dei palestinesi fuori dai territori occupati, e il 24 per cento era favorevole anche all´espulsione degli arabi israeliani. Nel 2002, le percentuali erano salite rispettivamente al 46 e al 31 per cento (Kimmerling). È facile supporre che ambedue le percentuali siano ulteriormente cresciute da allora. «L´alternativa ? conclude Kimmerling - è d´usare il tempo che resta per ritirarsi dai territori occupati e compiere una profonda riconciliazione fra cittadini ebrei e arabi di Israele e una loro piena integrazione come individui e come gruppi etnici dentro lo Stato di Israele su una base pienamente egualitaria». Senza di che Israele sarebbe uno Stato-paria, come il Sudafrica dell´apartheid.
Mi sembra davvero difficile che si possa obiettare alla constatazione, e alla paura, che Israele, lo Stato degli ebrei, sia minacciato nella sua esistenza. Però bisogna fare un passo ulteriore, non dare per scontato niente, per abitudine, e chiedersi: perché deve continuare a esistere uno Stato degli ebrei? Domanda delicata, risposta energica. Direi alcune cose più ovvie. Israele trae una ragione simbolica della propria esistenza dalla Shoah: se ne potrà temere una retorica e una propaganda, ma la ragione non è certo prescritta, né lo sarà. Inoltre, c´è una ragione materiale, e questa ancor meno prescrivibile.
Lo Stato d´Israele è il riparo offerto a ogni ebreo perseguitato in qualunque punto del mondo (può succedere anche, come l´altro giorno nell´attentato di Gerusalemme, che fra le vittime ci sia un ebreo appena immigrato dalla Francia). Ragioni come queste, storiche e attuali, simboliche e pratiche, non esauriscono tuttavia la questione.
Israele è anche ? forse soprattutto, per i suoi cittadini e per molti ebrei della diaspora - la patria del popolo ebraico, della sua millenaria sopravvivenza alla storia e alle persecuzioni. Tutte le ragioni citate, e le ulteriori, riconducono alla singolarità della storia d´Israele. Dunque escludono per definizione il paragone con altre situazioni, almeno ogni similitudine diretta. Per esempio con l´Europa. L´Europa, oltretutto, tradì la sua anima ebraica e perpetrò l´annientamento del popolo ebraico: il suo rapporto con l´ebraismo e con lo stesso Stato d´Israele resta quello d´un debito impagabile. Così come quel debito non può far da alibi a errori o colpe dei governi israeliani, non c´è errore o colpa di governo israeliano che autorizzi a dimenticare quel debito. L´Europa dunque si trova in una condizione affatto diversa da Israele, e per molti versi opposta.
Manifestazioni d´antisemitismo a parte, è tutt´altro che peregrino interrogarsi su che cosa farebbe l´Europa se l´esistenza d´Israele fosse ripudiata dagli Stati Uniti e davvero messa a repentaglio, al punto da dipendere dal soccorso europeo. Preferisco non rispondere.
Tuttavia, proviamo a disegnare un raffronto indiretto e, per così dire, di circostanze. Sull´Europa incombe un andamento demografico assai netto: caduta della natalità e longevità della popolazione tradizionale; gioventù, alto tasso di natalità e d´immigrazione, e al suo interno di quella islamica, della popolazione recente. Il mutamento, fino a toccare il rapporto fra maggioranza e minoranza, nella composizione demografica europea sarà rapido, benché non quanto quello prevedibile per Israele. Inoltre, il contesto politico e culturale nel quale questo sviluppo si compie, fomenta anche in Europa assai più un separatismo comunitario che un´assimilazione e un mescolamento. La sfida islamista (distinguo islamista da islamico) non s´accontenta di rifiutare integrazione e assimilazione, ma la disprezza come il peggior collaborazionismo col nemico.
L´Europa non ha alcuna obiezione di principio da opporre a questa mutazione demografica. Al contrario, i suoi principii universalistici incoraggiano e comunque legittimano lo scambio e l´accoglienza. Per limitarla, l´Europa ricorre a motivazioni pratiche, essenzialmente di ordine pubblico e di polizia. Questo crea una situazione non così dissimile da quella di Israele di fronte ai profughi e al Diritto al Ritorno. L´Europa riconosce formalmente un diritto alla migrazione, ma lo nega di fatto con motivazioni pratiche e finge d´offrirgli compensazioni: quote limitate, aiuti economici ai paesi d´origine ecc. (Che questi aiuti economici siano in grado d´arrestare, o anche seriamente ridurre, il flusso dei migranti, in tempi ragionevoli, è un´evidente illusione).
Dal punto di vista dell´universalismo europeo ? della cittadinanza comune della terra, secondo la celebrata risposta di Einstein: "Razza?" "Umana" - gli immigrati dal mondo povero e violento valgono altrettanti profughi di ritorno. Oltretutto possono spesso, a loro modo, rivendicare anch´essi una "catastrofe" alle proprie spalle ? come gli ebrei d´Israele, come i palestinesi, come l´antica diaspora armena, come la nuovissima diaspora cecena... Di quella catastrofe possono con molte ragioni rendere corresponsabile l´Occidente e i paesi ricchi ? benché a torto lo rendano unico responsabile, come le leadership arabe rendono a torto Israele unico responsabile della tragedia palestinese.
Nella quale Israele ha certo una ingente responsabilità storica, e una ancora più grave responsabilità attuale. (Così Kimmerling: «Dopo trentacinque anni d´oppressione, colonizzazione della loro terra, espropriazione delle loro acqua, detenzione amministrativa di decine di migliaia di palestinesi, distruzione sistematica della loro infrastruttura sociale e materiale, è peggio che ironico parlare dei palestinesi - come fa Morris - come di barbari e come d´una società malata»).
Sulla scala del pianeta, i despoti e le oligarchie del mondo giovane e povero si sono comportati per lo più come la leadership arabo-palestinese coi suoi profughi: recintandoli in una riserva di frustrazione, inerzia e odio per mandarli infine all´arrembaggio del mondo ricco. Riconoscere le buone ragioni è doveroso: legittimarne automaticamente la rivalsa è un suicidio. Le Costituzioni universaliste dell´Europa (possono essercene di scioviniste fin nella Carta fondatrice: "La Croazia è lo Stato dei Croati"...), fanno tuttavia affidamento implicito sul fatto, finora così garantito da sembrar naturale e non richiedere rassicurazioni istituzionali, che l´Europa sia il continente degli europei ? cioè di una maggioranza schiacciante di europei indigeni di lunga data, e di formazione, se non di fede, cristiana.
Non tanto di un colore ? il pregiudizio del colore è forse il meno tenace, ormai - quanto d´una memoria storica, di un´affinità di lingua, d´una comunanza di costumi, dunque di legami culturali, così come eminentemente culturale è il cambiamento annunciato dall´immigrazione, e specialmente dalla sua parte islamica oggi, cinese domani. (Negli Usa l´immigrazione è soprattutto centroamericana e dunque cristiana ? messicana, portoricana).
Questa fisionomia europea ? che per un verso fotografa il punto d´arrivo della lunga storia fitta di scambi incroci e mescolanze, per l´altro è mobile e cangiante per definizione, così da rendere relativa e consegnare alla memoria ogni istantanea - merita d´essere salvaguardata, e non solo per chiusura paura o avarizia, dal mutamento troppo brusco e incurante. Può valere per essa ? e dunque per ogni altro pezzo di mondo - la premura che in modo ultimativo e angoscioso Israele sente per la propria conservazione? (Oltretutto l´Israele ebraica ha una mobilità e mutevolezza di popolazione straordinariamente elevata).
Esitiamo ad affrontare serenamente la questione, per orrore delle risposte precipitose e odiose che le offrono xenofobia e razzismo. O, tutt´al più, la sentiamo come un problema pratico, la necessità di scongiurare o circoscrivere i conflitti pericolosi che una libertà sconfinata di movimento degli umani prima che di ogni merce promette di eccitare. Oppure sentiamo come un´illusione reazionaria la nostalgia per il mondo che conosciamo e che viene travolto: il mondo cambia, è sempre cambiato...
Tuttavia perché dovremmo esentare la sola forma storica della socievolezza e della convivenza della nostra parte di mondo da quella cura conservatrice che dedichiamo ad altri depositi della nostra storia, benché anch´essi esposti alla mobilità e al mutamento ? e, alla fine, alla consumazione? Le nostre città, il nostro paesaggio, le nostre risorse naturali, le produzioni tradizionali: investite tutte dal cambiamento, e tuttavia protette da sollecitudini peculiari e spesso da misure legislative? È così per le nostre viventi forme di vita, le lingue, le feste, le abitudini, i racconti: a confronto con la diffusione di parole gesti e abitudini sempre più uniformi, e peraltro con l´arrivo di forme di vita straniere e diverse, anche conflittuali.
L´arrivo di stranieri ? siano sempre i benvenuti, dev´essere scritto sulle porte delle nostre città - avviene in un tempo di guerra endemica, e ne soffre l´impronta. Considerazione ovvia, che però riduce la forza del paragone con l´emigrazione storica dall´Europa, e dall´Italia in primo luogo. Che può aver meritato a volte, e più volte ha subito, una discriminazione di polizia e di opinione che sconfinavano nel razzismo, ma non era sentita come l´avanguardia o la quinta colonna dell´aggressione di un´internazionale nemica, com´è oggi per il rapporto fra Islam e islamismo.
C´è un vasto ricorso alla retorica rassicurante delle invasioni barbariche. Il mondo dopotutto non finì: anzi, civiltà comunque decadenti ne furono rinsanguate. Il più equilibrato giudizio storico (oltretutto siamo eredi degli strappatori di barbe sacre almeno quanto dei senatori romani) non toglie la differenza di chi, nell´invasione barbarica, sta dalla parte invasa. Sapersi cittadini d´un mondo e d´un tempo destinati al tramonto non riduce il dolore e la resistenza. A questa retorica rassicurante (già foriera di spirito poetico, come in Kavafis: ma lì i barbari tanto attesi non arrivano) appartiene il luogo comune sulla Graecia capta, ripetuto per il rapporto fra decadenza e caduta dell´impero romano e popoli barbari. Però lo "scontro di civiltà" ha per posta proprio la cultura e il modo di vita.
Questione d´abbigliamento. Questione già avvenuta, dal momento che ci sono luoghi europei in cui l´inversione della maggioranza si mostra già: il centro di Rotterdam o la banlieue parigina, certe galere o certi quartieri italiani. C´è un omaggio astratto e retorico alle culture altrui ? fedi, credenze, costumi - che non impedisce, e spesso favorisce, il maltrattamento degli stranieri in carne e ossa. Bisognerebbe proporsi il contrario. Di trattare fraternamente lo straniero sulla nostra strada, o almeno di riconoscergli coi fatti il nostro stesso diritto, e di obiettare nettamente ai modi d´intendere la fede religiosa, alle credenze e ai costumi che sentiamo ingiusti, che violano i diritti delle parti più deboli e delle minoranze delle loro comunità, e minacciano quello che abbiamo di più caro e prezioso della nostra società.
L´ansia non viene più elaborata e abbiamo l´illusione di controllare la realtà preda di sindromi infantili non tolleriamo la distanza, e neppure l´assenza.
Molti amano fare conversazioni intime davanti ad un pubblico. Il bisogno di possesso rivela una radicale insicurezza.
Il telefonino forse non provoca nuove patologie, ma certamente amplifica quelle che uno già possiede, le evidenzia, le rende pubbliche, le mostra a tutti. Una vera vergogna.
Se fossimo buoni osservatori di noi stessi, forse, per conoscerci, potremmo risparmiare sulle sedute psicoanalitiche e prestare attenzione all´uso che facciamo del telefonino, che è un grande rivelatore del rapporto che noi abbiamo con la realtà e con gli altri. Così almeno pare dalla lettura di un libro istruttivo scritto dallo psicoanalista Luciano Di Gregorio, Psicopatologia del cellulare (Franco Angeli, pag. 176, euro 15).
Da un punto di vista psicologico il telefonino è un regolatore della distanza e un moderatore della separazione, determinata non solo dalla distanza fisica, ma soprattutto da quella più intollerabile di natura sentimentale che nasce dai vissuti di mancanza e di perdita del contatto con l´altro.
E´ un sentimento questo che abbiamo provato più volte da bambini quando la mamma si assentava. La possibilità che il telefonino ci offre di superare questa distanza e sopperire a questa assenza, dice quanto le sindromi infantili sono presenti e attive in noi, e quanto, incapaci di superarle, le tamponiamo con il mezzo tecnico. Ma chi è un uomo che non sa tollerare la distanza e l´assenza, che non sa stare solo con sé, che traduce subito la solitudine in un vissuto d´abbandono, quando non addirittura in una perdita di identità?
«Pur avendo il telefonino sempre acceso non mi chiama nessuno, quindi non sono nessuno». I sentimenti non hanno mediazioni razionali, il loro modo di procedere è da corto circuito. Le conclusioni arrivano presto. E allora mettiamoci noi a telefonare, non perché abbiamo davvero qualcosa da dire, ma per soddisfare un bisogno di sicurezza incrinato, da ricostruire con contatti continui, per non dire compulsivi. Non tolleriamo la distanza, non sopportiamo l´assenza, viviamo come dono degli altri, come loro concessione, in uno stato di dipendenza parziale o totale, che la dice lunga sul nostro stato infantile e sulla nostra mancanza di autonomia.
Sappiamo però che l´infanzia non conosce solo la dipendenza, ma anche l´onnipotenza. Un´onnipotenza magica, che forse compensa la dipendenza reale del bambino nei confronti degli adulti che lo aiutano a crescere. Il telefonino soddisfa anche il bisogno infantile di onnipotenza, garantendo illusoriamente il dominio e il controllo delle persone e degli eventi che ci interessano, con conseguente ridimensionamento dell´ansia ad essi connessa.
L´ansia non viene più elaborata.
Ma immediatamente agita e placata dalla risposta e dalla rassicurazione dell´altro. Ciò comporta che le nostre capacità interiori di gestire ansie e conflitti si indeboliscono progressivamente, e al loro posto subentra quella sorta di delirio di onnipotenza che ci dà l´illusione, ma non più che l´illusione, di poter controllare la realtà a distanza con la semplice attivazione di un auricolare. Col telefonino trasformiamo così una condizione di reale impotenza, che alimenta in noi una tensione emotiva, in un gioco illusorio di dominio sul mondo.
Ma qui il rimedio è peggio del male perché, se per placare l´ansia abbiamo bisogno del controllo, il controllo a sua volta alimenta i nostri vissuti paranoici, per cui incontenibili diventano le nostre verifiche sulla vita delle persone che ci interessano, sui luoghi che frequentano, sugli spostamenti che effettuano nell´arco della giornata, sulle persone che incontrano e sulle cose che fanno in nostra assenza.
In nome dell´amore ci trasformiamo in investigatori privati che, in ogni momento vogliono sapere dove si trova il compagno, la compagna, la moglie, il marito, la figlia, il figlio, sempre che essi ci raccontino la verità quando li raggiungiamo col telefonino, e a condizione che noi si sia abbastanza abili a captare alcuni segnali, i rumori di fondo, le voci d´attorno, e ora anche le immagini, che ci possono fornire utili indizi per alimentare la nostra ansia o garantire la nostra quiete.
Questo bisogno di controllo sottintende un radicale sentimento di incertezza e di sfiducia, che noi limitiamo allo spazio esistenziale privato, per nasconderci che, forse, questo spazio è più ampio, perché investe il nostro presente e il nostro futuro, su cui non esercitiamo alcun controllo, e perciò riversiamo l´ansia che ne deriva sullo spazio personale e relazionale che ci riguarda da vicino. Quanta nostra radicale impotenza a governare la nostra vita scarichiamo sul controllo di quei malcapitati che sono i nostri familiari e i nostri amori?
La rassicurazione che nasce dell´aver un certo controllo sulla realtà personale porta l´individuo a immaginare di possedere strumenti di controllo anche sugli eventi sociali, sugli imprevisti della strada, sulle anomalie del clima, e quindi di non essere in balia degli eventi, e di tacitare quel sentimento, alla base dell´angoscia primitiva, che è il terrore dell´imprevedibile, vero motore delle ricerche tecnico-scientifiche, di cui il telefonino è il mezzo più potente nelle nostre mani.
Ma l´onnipotenza non è vera onnipotenza se non è esibita, e l´esibizionismo è un´altra patologia che il telefonino ostenta fino a giungere alla pubblicizzazione dell´intimo, del personale, del segreto, del riservato. Ci sono persone di ogni età che usano il telefonino per strada ed hanno visibilità ai propri sentimenti e ai propri rapporti affettivi. Aggiungono volentieri dettagli intimi e, senza mostrare vergogna, dicono in pubblico certe frasi volutamente a voce alta, come se fossero in preda a un bisogno di visibilità.
Le espressioni del loro viso, dopo la telefonata, non ci fanno pensare a un senso di vergogna, nato dall´essere state colte inopportunamente in un momento delicato della conversazione. Noi siamo stati solo dei testimoni involontari del loro bisogno di rendersi visibili. Alla fine esse sembrano molto soddisfatte di essere state colte nella loro intimità da un pubblico ignaro, chiamato a raccolta per l´occasione. In fondo «non hanno nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi» che, tradotto, significa scambiare la spudoratezza per sincerità, e guadagnare visibilità a buon mercato, solo con il costo di una telefonata.
Il bisogno di visibilità la dice lunga sull´angoscia di anonimato in cui gli individui, nella nostra società, si sentono affogare. «Anonimato» qui ha una duplice e tragica valenza. Da un lato sembra la condizione indispensabile perché uno possa mettere a nudo, per via telefonica, i propri sentimenti, i propri bisogni, i propri desideri profondi, le proprie (per)versioni sessuali; dall´altro è la denuncia dell´isolamento dell´individuo, che ciascuno cerca a suo modo di colmare attraverso contatti telefonici dove, senza esporre la propria faccia, si soddisfa il bisogno di essere al centro dell´interesse di qualcuno, di non sentirsi soli al mondo e del tutto isolati in un solipsistico rapporto privato tra sé e quel vuoto di sé che ciascuno di noi avverte quando può vivere solo se un altro lo contatta.
Come i bambini possono incominciare ad abitare il mondo, a padroneggiare la realtà e a instaurare relazioni affettive tramite gli orsacchiotti e i giocattoli preferiti, così sembra che noi adulti non siamo più capaci di abitare il mondo e di garantirci le relazioni affettive senza quel tramite che è il telefonino, in nulla dissimile dall´orsacchiotto o dal giocattolo preferito dal bambino.
Che dire a questo punto? Che i nostri sviluppi tecnici, di cui andiamo tanto fieri, portano a una progressiva infantilizzazione di tutti noi e in generale della società in cui viviamo? E se proprio qui si nascondesse la vera patologia sottesa all´uso indiscriminato del cellulare che, come fa osservare ironicamente Luciano Di Gregorio nella conclusione del suo libro, per uno strano scherzo lessicale, ha lo stesso nome del mezzo che si usa per il trasferimento dei detenuti?
Riprendendo il filo del discorso dopo oltre due anni ...
Nessuno di quelli che asseriscono la necessità della guerra al terrorismo spiega perché al Qaeda muove guerra agli Stati Uniti. Io senza sapere perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti, non riesco ad immaginare una soluzione, magari questi vogliono indietro due pecore rubate, e basta ridargli due pecore ed è tutto a posto.
Io vivo in una nazione (l'Italia-Europa) che dall'11 settembre 2001 è in guerra contro al Qaeda perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti e noi siamo alleati degli Stati Uniti, ma nessuno mi ha mai detto perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti.
Chi me lo spiega per favore... perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?
Da qui poi si può capire cosa fare per evitare questa guerra, se no sono tutte parole che non contano niente... .
Perchè al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?
Qualcuno che asserisce la necessità della guerra al terrorismo me lo può spiegare, così poi ragioniamo sul modo migliore per fermare al Qaeda in base a quelli che sono i motivi che li spingono ad agire contro gli Stati Uniti?
Ad exemplum: io so che i palestinesi si fan saltare perchè ci son problemi di territorio in palestina che è occupata contro le risoluzioni Onu (e perché non sanno usare la non violenza), ma perchè al Qaeda fa la guerra agli Stati Uniti?
Ad exemplum: io so che i tamil fanno guerra al governo centrale di Sry Lanka perché sono degli immigrati a cui non vengono riconosciuti i diritti pieni di cittadini... (e perchè non sanno usare la non violenza), ma perché al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?
Ad exemplum: io so che il comandante Marcos fa guerra al governo centrale messicano perchè gli indigeni del chiapas sono trattati come cittadini di serie b e lasciati in povertà estrema... (e perchè non sa usare la non violenza), ma perchè al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?
Qualcuno che asserisce la necessità della guerra al terrorismo mi può spiegare perchè al Qaeda fa guerra agli Stati Uniti?
Qualcuno è andato da bin laden a chiedere perché fa guerra agli Stati Uniti? Berlusconi, Ciampi, Woityla, Bertinotti, Agnoletto, Corriere della Sera, la Repubblica qualcuno ha chiesto ad emissari al Qaeda perchè fanno guerra agli Stati Uniti?
Con molta sollecitudine si sta dichiarando in Italia la morte del giornalismo. Sembra che si prenda atto del decesso addirittura con un sospiro di sollievo. Si chiude con soddisfazione, dopo trent´anni dallo "scandalo Watergate", quella stagione liberale che attribuiva all´informazione la funzione di "guardiano dei poteri". Una maledizione che, a quanto pare, finalmente ci si può gettare alle spalle. Anche la vecchia "zietta" della Bbc non ha rispettato le regole e si è rotta le gambe e quindi che cosa resta? Aria fritta. Manipolazione. Poco importa se il "rapporto Hutton" è considerato dai più alquanto compiacente con gli interessi di Tony Blair. Nulla importa se l´opinione pubblica inglese, per la gran parte, è con la Bbc e continua a chiedere, come e con la Bbc, a Mr. Blair: «Spiega, per favore, sulla base di quali evidenze di una minaccia nucleare hai trascinato il Paese in guerra».
In Italia, tutto questo diventa occasione per il consueto, stanco canovaccio. In prima fila, con violenza ma senza ipocrisia, ci sono coloro che, come Giuliano Ferrara, pensano che il potere sia uno e non plurale. L´unico potere legittimo, secondo costoro, è quello investito dalla volontà del popolo. Disprezzano ogni potere neutro e di controllo. Anzi, definiscono i poteri neutri «cosiddetti». Figurarsi che considerazione possono avere per un´informazione che ha la pretesa di controllare quell´unico potere legittimo e addirittura «tende a sequestrare gli attributi della sovranità». Fin qui, nessuna sorpresa.
Questi argomenti sono tutti iscritti nella declinazione dell´equilibrio tra i poteri avviata dal neo-populismo italiano.
La sorpresa è nelle voci che si affollano intorno al processo alla Bbc. Se ne leggono di tutti i colori. C´è un americanista, per dirne una, che invoca per la stampa «limiti che la fermino», dimenticando che il Primo emendamento della Costituzione americana vieta al congresso di approvare leggi che restringano la libertà di informazione. Anche professionisti che sono l´eccellenza del nostro mestiere sembrano sottovalutare la natura strumentale del processo alla Bbc in salsa italiana. C´è così chi attribuisce la crisi di credibilità dell´informazione anche a una «stampa superficiale, vanitosa, interessata». C´è il nostro amico Francesco Merlo che, per un´ostinata passione del paradosso, sostiene che la batosta della Bbc è un «bene per il mestiere, per la politica e la verità», perché «liquida la retorica dell´andare a vedere». Sembra a Merlo che bisogna rilanciare «il giornalismo fatto da seduti»: «A volte è meglio aver letto Dickens e Maupassant, piuttosto che essere andati in giro a caccia di scoop».
To scoop significa "scavare" e di qualche scavo - per stare all´oggi e al difficile lavoro che stanno affrontando decine di cronisti - hanno bisogno i risparmiatori italiani truffati con il default Cirio e Parmalat. Ci sembra.
La verità è che questo dibattito domestico è piccino. Odora di tinello. È autoreferenziale e consociativo. Perché alimenta e ingrassa i populismi e gli stalinismi che imperversano nella cultura e nel senso comune del Paese: entrambi refrattari alla regola che può limitare il potere; ostili a quel sistema di checks and balances, di pesi e contrappesi, in cui si iscrive in una società liberale anche la funzione pubblica del racconto giornalistico. Il dibattito italiano corre il rischio di diventare, per questa strada, un alibi per ridefinire il rapporto tra informazione e potere, ovviamente a danno dell´informazione.
Che il "metodo Watergate" fosse bell´e finito, non è una novità. Dieci anni fa, lo ha spiegato, ragionandoci su, Rodolfo Brancoli in uno straordinario e accuratissimo saggio (Il risveglio del guardiano, Garzanti 1994). Quel che non convinceva più l´opinione pubblica americana era che quel "metodo" veniva riproposto all´infinito. Come se ogni scandalo avesse la stessa natura. Come se ogni scandalo o inchiesta dovesse essere affrontata con quello stesso approccio giornalistico, aggressivo e rumoroso. Gli americani vedevano, in questa routine, un´arroganza: l´arroganza dei media. E ne diffidarono.
La questione, che è sul tavolo da un decennio (lo ripetiamo), in Italia la si scopre soltanto adesso. Con opportunistica lena, la si ripropone ? crediamo - soltanto per mettere in ombra ciò che, nell´affaire Blair/Bbc, è ben più decisivo e importante. In quell´affaire il protagonista non è (non è innanzittutto) Andrew Gilligan, non sono i suoi trucchi né il narcisismo di un´informazione che vive di clamore. Protagonista dell´affaire è un servizio pubblico che non si inchina subalterno e servile al governo. Anzi ne verifica le mosse, le ragioni, le decisioni. E, quando i conti non tornano e i fatti non ci sono o non sono documentati, pone delle domande e pretende delle risposte. Quali che siano gli errori e la superficialità del lavoro di Gilligan o i mancati controlli dei suoi direttori, questa "verità" non può essere cancellata dall´evasivo e discutibile "rapporto Hutton".
Qui da noi, nessuno parla di questo se non, e purtroppo mai pubblicamente, i molti e i tanti giornalisti italiani che ogni giorno fanno il loro lavoro con onestà e passione e rispettando le regole. Chi ha preso la parola in questo dibattito preferisce al contrario dichiarare morto il giornalismo di inchiesta, un genere professionale che non c´è. Che, quando c´è stato, ha avuto i caratteri dell´occasionalità, della particolarità, dell´individualismo: Tommaso Besozzi che racconta la morte di Salvatore Giuliano; Andrea Purgatori e Daria Lucca che svelano le bugie del disastro di Ustica; finanche il Giuliano Ferrara, direttore di Panorama, che racconta le violenze sui civili dei militari italiani in Somalia? Episodi mai incoraggiati; parentesi mai diventate carattere distintivo di una storia, di una tradizione professionale; testimonianze mai promosse a routine di un "mestiere".
Dov´è in Italia il giornalismo d´inchiesta? Dov´è, in Italia, il giornalismo che non si accontenta delle verità ufficiali? Dov´è, in Italia, un´informazione che non pretende di conoscere la verità prima di aver accertato i fatti?
Si comprende la grassa soddisfazione di chi celebra il funerale della notizia. Liberati dalla necessità, che poi dovrebbe essere un dovere, di documentare decentemente i fatti, i gaudenti osservatori della (momentanea) crisi (inglese) del giornalismo di notizie possono sbandierare, in casa propria, l´unica pratica professionale che gradiscono e comprendono. È una pratica assai a buon mercato e, a noi, appare una funesta malattia, la peste, la tabe del giornalismo italiano: l´opinionismo.
Di destra o di sinistra che sia, o terzista un po´ di qua e un po´ di là, c´è un tipo di giornalista italiano (assai visibile, ma fortunatamente non maggioritario) che conosce sempre la verità prima di conoscere i fatti. Dei fatti nulla sa, nulla vuole sapere (pensate davvero che tutti coloro che in questi giorni strologano del "rapporto Hutton" abbiano fatto la fatica di leggerne le oltre 300 pagine a disposizione in Rete?). Il solo prodotto che ambisce di offrire a voi lettori è la sua opinione sapientissima. Massimo Bucchi ha scorticato questo vizio con una fulminante vignetta. L´omino pregava: «Dacci oggi il nostro parere quotidiano».
Il giornalismo ha sempre gli stessi ingredienti. Deve raccogliere senza pregiudizi degli elementi che possano ragionevolmente spiegare (spesso e purtroppo, parzialmente) come stanno e sono andate le cose, che cosa è accaduto, come e per responsabilità di chi. Per farlo con decenza occorre lavoro, tempo, onestà e la voglia di farsi venire dei dubbi e di affrontare qualche inimicizia (c´è chi, giornalista, si vanta di non essersi mai fatto un nemico in 25 anni di professione). Al contrario, l´opinionismo fa a meno dei dubbi, del lavoro, ma mai dei pregiudizi e degli ideologismi. È l´opinionismo che, a nostro giudizio, uccide il giornalismo. Non le notizie, non la ricerca paziente delle notizie, non l´ostinazione di farsi e fare delle domande, non gli infortuni che pure, lungo questa strada, ci possono essere. Peraltro, inciampa in un infortunio soltanto chi quella strada frequenta. E, se in buona fede, anche l´errore finisce per essere utile a migliorare la qualità della ricerca, non ad eliminarla, come sembrano pensare lor signori.
Mettiamola così. L´Italia non ha nulla da spartire con l´Inghilterra. Il giornalismo italiano nulla ha a che spartire con il giornalismo inglese. La Rai non è la Bbc e la notizia non è l´opinione. Volesse il cielo che l´Italia avesse un caso Blair/Bbc da discutere, anche in presenza della tragica morte di David Kelly e delle cronache "sexy" di Gilligan. Volesse il cielo che avessimo un giornalismo di inchiesta. Purtroppo, in Italia, il giornalismo rischia di avere sempre di più il volto e i modi di chi (una volta cronista aggressivo), dalle colonne di Panorama, house organ del premier-imprenditore, definisce il presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky «un azzeccagarbugli pronto a dare la patente di costituzionalità ad ogni operazione della sinistra, come a bollare di incostituzionalità ogni provvedimento del centrodestra».
Si attende di sapere se chi formula questa accusa ha mai letto un solo rigo dei libri scritti da Zagrebelsky. Se ha mai ascoltato una sua lezione. Se ha accertato con pazienza, quali sentenze della Corte costituzionale Zagrebelsky ha approvato e quali bocciato. Crediamo che l´attesa sarà inutile perché chi denuncia quella grave parzialità conosce già tutta la verità. Se il giornalismo si deforma in opinionismo, nulla poi deve essere documentato. I fatti non interessano. I fatti diventano cattivo giornalismo e nessuno chiederà conto a quel giornalista, come ad Andrew Gilligan, delle evidenze che giustificano quell´accusa così infernale per un "giudice di garanzia". Alleluja!
Viva il giornalismo. Viva l´Inghilterra. Viva la Bbc.