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Le interviste

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Roberto Rilletti: Rillo Blog
Intervista di Pietro B.

Il tuo sito-blog inizia con una dedica a tua moglie:

Devo innanzi tutto dedicare questa prima release a Eva, mia moglie, che nonostante la giornata non fosse delle più leggere (Samuele oggi si è rotto un braccio), ha fatto si che ciò che leggete sia online.

In uno degli ultimi post riparli di tua moglie insieme alle parole "famiglia", "baci", "bimbi", "casa mia". Le  poche pagine che ho letto del tuo blog mi hanno poi trasmesso serenità. I toni sono pacati, le riflessioni misurate. Condividi queste considerazioni ? E cos'è che aggiungeresti?

A mia moglie devo molto altro che non il blog e la ricorrenza degli
argomenti di cui scrivo è fin troppo motivabile con una vita che si potrebbe definire normale, se non fosse unica in quanto mia.
Ho una famiglia, due figli e dedico loro quasi tutto il tempo che avanza dal lavoro, sono loro il mio pane quotidiano.
I bambini, poi, sono una fonte inesauribile di aneddoti e di spunti involontariamente comici. Pochi giorni dopo che aprii il blog mi resi conto che uno dei motivi che mi spingeva a raccontare il mondo del Rillo era la volontà di eternare i miei pensieri per trasmetterli in qualche modo ai miei figli così come, in altri tempi, fece mio padre con me. Spero che, quando saranno cresciuti, troveranno le mie parole preziose così come le fotografie che Eva e io lasciamo loro nell'album di famiglia.
Riguardo i toni pacati, quelli riflettono il mio modo di vivere, sono sostanzialmente tranquillo, tendo a farmi attraversare dalle avversità e quindi ad arrabbiarmi di rado. Purtroppo quando mi arrabbio esplodo una cattiveria cieca, acida e improvvisa che sfuma, e di cui mi stupisco, dopo due minuti, quando è troppo tardi e gli altri si sono già allontanati. Di questo non scrivo mai, ad esempio.
I baci... Beh, una vita senza baci, dati e ricevuti, è una vita fredda, asciutta. Possiamo scandire la nostra vita grazie ai minuti, ai giorni, ai mesi, agli anni, ai pasti, è questione di consuetudini. Quindi, lo si può fare anche grazie ai baci, che curiosamente non hanno sinonimo.
Credo, poi, che ognuno di noi abbia una modalità preferenziale per indagare il mondo e i baci, per me, rappresentano la somma dei cinque sensi, con un bacio avverti tutto... per cui, Pietro, non scappare, fatti dare un bacetto, dai!!! :D

Trovo, nei primi mesi del tuo blog, due cenni al pensiero anarchico. Prima la storia struggente (e suppongo vera) dell'anarchico Oscar, poi una dichiarazione esplicita:

[...]il pensiero anarchico, non quello della sprayate inconsulte, ma quello del pensiero libero, dell'Utopia, del non chiamare fascista chi non la pensa a sinistra e del considerare con curiosità che comunista è una parola meno offensiva di fascista solo in Italia, caso anomalo, che ha delle ragioni, ma anomalo, vista l'ipocrisia di fondo del volere a tutti i costi applicare alla società degli esseri umani un pensiero puramente economico. Solo che anarchismo è un brutto termine, non si comprende, fa paura. Perché non è economico, e ora come ora se non è economico, un pensiero fa paura.

Mi incuriosisce molto questa propensione. Che accostata alla tua dichiarazione di non-voto:

[...]Non voto, per cui ho il vantaggio di poterla pensare come voglio senza dover aspettare cinque anni (nel peggiore dei casi) per manifestare il mio dissenso. 

sembra delineare una precisa scelta politica ed etica. Ma stiamo parlando di più di un anno fa. Da allora qualcosa è cambiato?

Riconosco l’errore di non aver votato se non una sola volta in vita mia.
Ora come ora ho sete di discussioni politiche e mi sento impotente di fronte al fatto che non ho voce in capitolo, moralmente parlando, proprio perché non ho votato.
Rimane, però, la mia formazione di fondo che mi vuole del tutto disinteressato a fomazioni politiche positive.
Mi scopro spesso a immaginare un mondo di buoni e so che così non è. Ma da qui a pensare che proprio tutti siano cattivi ce ne vuole, per cui alle prossime elezioni andrò ai seggi e farò quello che sempre più ho odiato della propaganda di certa sinistra: voterò contro Berlusconi: la sua visione del mondo l’antitesi di ciò che sono e se devo dare per forza un senso a un gesto che ancora ritengo senza senso, il voto, sarà questo.
Pure, continuerò a pensare che il mio voto non cambierà le cose ma sento di doverlo fare, perlomeno per rispetto di chi lo fa credendo davvero in qualcosa o in qualcuno.
A questa svolta hanno contribuito le nuove amicizie, anche quelle sorte tramite blog, la lettura di alcuni di questi, il confronto più che le singole ragioni di chi voleva convincermi a tutti i costi dell’errore in cui cadevo non esprimendo il mio diritto al voto.
Nel mio pensare non esiste la parola anarchia, Pietro, la mia vita è del tutto antianarchica in ogni gesto concreto.
Ma vivo ogni giorno sperando di vedere diffusi al grande pubblico messaggi più tolleranti per chi la pensa diversamente dai tre o quattro luoghi comuni. Perché la realtà è ben diversa e avere scambiato idee con tante altre persone me lo ha ulteriormente confermato, sai bene che varietà di pensiero corra dentro e fuori la Rete. Dimenticavo, la storia di Oscar è tutta vera.

* * *

n.d.r. Ho trovato un'altra puntata della storia di Oscar più avanti negli archivi:

Corro nell'ingresso e alzo la cornetta.
E sussurro... - si?
- ¿Salvatore?
- no, sono Roberto... Oscar?
- ¡Rrrroberto!
La sua erre argentina mi riporta ai miei dieci anni, ai suoi trent'anni e alla magia di Paesi dal nome strano, di dobloni e di tesori nascosti.
Stavolta la telefonata prende un'altra piega pero', ora sono io ad avere trent'anni e i nomi di quei Paesi hanno un senso diverso, un posto preciso sul mio mappamondo.
Oscar porta con sé racconti di cose che conosco superficialmente tramite i giornali.
Mentre parla, sento il silenzio di Beatrice e penso che Oscar è ciò che non vorrei essere: nessun senso di appartenenza a una comunità, a uno stato, a un popolo, a un partito. Non una famiglia, non un figlio.
Eppure ha conosciuto tante di quelle persone e tante di quelle culture diverse che difficilmente capita di conoscere in una sola vita.
Metto giù e lo richiamo, il telefono costa e il suo denaro non può ritirarlo prima di un mese, la banca lo vincola. Lui, che in vita sua non aveva mai avuto un conto corrente, ha dovuto aprirlo per Decreto. Lo ha fatto perché sua madre era in punto di morte, è già morta ora, e così scopro che anche Oscar, l'uomo senza famiglia e senza terra, una famiglia ce l'ha. Anche suo fratello è morto. E così i suoi cugini, anche se lui li chiama desaparecidos.
Mi racconta che lì, ora, le automobili non circolano più perché la benzina costa un euro da quando la Repsol di Valentino Rossi ha acquistato licenze e compagnie petrolifere argentine.
Mi racconta che tutto costa tre volte di più, perché lo stipendio è tre volte meno ma non lo si può utilizzare perché vincolato sul conto corrente. Una famiglia vive con poco più di 50 euro al mese.
Capisco poco e male di quel che mi dice, perché il suo italiano negli anni si è arrugginito. I suoi discorsi si fanno multietnici: spagnolo e francese a supportare i vuoti dell'italiano.
Capisco, però, che è tempo che torni esule: l'Argentina che dà da mangiare alle mucche che danno da mangiare al mondo intero, quell'immenso Paese dalla densità di popolazione ridicola è ridiventato troppo stretto per lui.
La conversazione si fa disturbata per i continui "sciuk! sciuk!" nervosi di Beatrice che non gradisce tutto quel chiacchiericcio, nel frattempo rientra mio padre che prende da Oscar i dettagli per quella che sarà, ne sono certo, la sua ultima partenza da Rio Cuarto.

* * *

Trovo nel tuo blog una dose non omeopatica di ottimismo. Ed è un ottimismo solare, intenso, tu lo definisci "Il mio baffo d'azzurro. Nel mio cielo":

Non potendo prevedere cio' che saro' e cosa mi prospettera' la mia vita futura, mi godo quella presente, quella passata. Potrei morire ora, e avrei vissuto comunque tanto, certo che la morte non sia capolinea di alcunche'.
Mi sorprende chi si crogiola a fuoco lento di un dolore intimo e lo esteriorizza a macchinetta per avere commenti, coccole, attenzioni che altrimenti non avrebbe, quindi ipocrite perche' dovute.
Mi sorprende chi non prende sul serio le cose altrui solo perche' ritiene di avere gia' tutto capito, tutto fatto, e sicuramente meglio degli altri, cieco e supponente, mollemente adagiato sulle proprie verita', quelle si' ottenute con il sangue, mica le tue, cosi' basse perche' diverse dalle sue.
Chi pensa in questo modo credo sia destinato a non godere della compagnia di molti, nemmeno di chi come lui, e' troppo impegnato a misurare chi sta peggio e invidiare chi sta meglio.
Perche' stare meglio, essere amici, essere vicini, essere utili, non deve avere un prezzo o un purgatorio o una scadenza.
E' e basta. Come respirare, aprire gli occhi la mattina, prendere impegni e anche disattenderli, che se no si vive per cosa?
Tanto piu' ho la certezza che domani sara' sempre meglio di oggi, non perche' oggi sia un brutto giorno, ma perche' io stesso e chi mi seguira', ci saremo perche' sia migliore e basta, perche' ho fatto di tutto in mio possesso perche' lo sia.
E se non lo avro' fatto, avro' avuto in cambio il dovuto. O anche no. Esiste anche un'ottima dose di culo.
Certo, posso dirmi fortunato e lo sono. Ma forse anche perche' voglio esserlo, ben consapevole che le disgrazie accadono, ineluttabili come le cose belle.
Non gioisco, quando sono triste, ma rido grasso appena vedo un baffo d'azzurro nel cielo.
Il mio baffo d'azzurro. Nel mio cielo.

...le disgrazie accadono, ineluttabili come le  cose belle. Io aggiungerei un pensiero di Abate Galiani "Le disgrazie sono la salsa di questa pessima pietanza che è la vita". Mi chiedo, alla tua età (mi pare trenta poco più poco meno), cosa è o chi è che ti ha permesso di essere così interiormente sereno tanto da poter pensare di affrontare con serenità le (ineluttabili) avversità della vita? 

Ricordo perfettamente la circostanza che mosse questo post: era diretto a una persona che mi scrisse di non credere affatto a una vita come la mia, che il mio blog era una maschera perché la vita non era facile come io la descrivevo.
Ti voglio raccontare una cosa. L'attività che avviai poco meno di un anno fa sta chiudendo proprio mentre ti scrivo: praticamente stai intervistando un disoccupato.
Immagina la scena che io stesso pensavo relegata alla crisi dell’ex middleclass americana: da un reddito elevato al reddito zero in un solo giorno, con famiglia e impegni economici sulle spalle.
Avrei tutti i buoni motivi per essero in panico e infatti così è stato per qualche giorno, sarebbe mostruoso il contrario.
Poi, anche grazie a mia moglie e agli amici che mi stanno ascoltando, mi sono detto che disperarsi non cambiava le cose e anzi, non mi faceva pensare con lucidità e con la necessaria 'creatività' (che ti assicuro, è fondamentale). In più allontanava chi mi voleva aiutare.
Non è questione di fingersi felici, ma di essere consapevoli che essere tristi e preoccupati a oltranza forza un ciclo senza soluzione che si trasmette ad ogni cosa che facciamo, fino a che inspiriamo ed espiriamo pessimismo. E io non voglio svegliarmi al mattino e vedere facce tristi, è una questione di cosa si vuole e cosa non si vuole dalla vita.
Hai mai provato a sorridere allo specchio? E ad arrabbiartici? Anche se di poco, così facendo aumenti la carica di allegria o di aggressività. A me è bastata una serata di tranquillità e parole per figurarmi nuove soluzioni che già oggi sembrano indicare un futuro meno nero di quanto immaginavo solo fino a una settimana fa.
Di più: le alternative che sto valutando, che in pratica vado costruendo, alla fine risultano più piacevoli di ciò che speravo quando aprii l’attività, pieno di speranze.
E se l'ottimismo non darà da mangiare ai miei figli, beh, credo che neppure la disperazione glielo darà, per cui preferisco che ne ridano piuttosto che trasmettere loro ansie che di certo non si meritano.
È il mio carattere, tutto qui, unito alla certezza di avere fortuna: impossibile non pensarlo quando hai figli.
Il blog è una maschera, quella persona aveva ragione, e soprattutto non è la vita. A noi la scelta di dare loro la smorfia che preferiamo.
Quindi, sul chi e il cosa mi renda sereno, la risposta è banale: ‘chi’ mi sta accanto e ‘cosa’ mi circonda, in un tutt’uno che considero armonico nella sostanza e nella forma.

Scrivi:

Oggi avevo un'ora libera e così ho iniziato a navigare casualmente sui diversi link che trovavo via via, tutti a blog italiani.
Non lo facevo da tanto tempo per un semplice motivo: prima, in dieci minuti li avevo esauriti tutti, ora, invece, mi rendo conto che sono centinaia e che mai riuscirò a leggermeli tutti, a fare press release, a innamorarmi di un blog, a innamorarmi delle parole come mi succedeva prima.
Infatti di link nuovi, a parte due non ne metto da tempo.
Troppi blog in Rete? Naaaaa, mai abbastanza. E nemmeno dico che quelli che non linko non sono interessanti. E' solo che sarebbe come pretendere di leggere tutti i quotidiani ogni giorno. Più di dieci al giorno non ne puoi leggerne, sempre ammettendo che tu ti possa riservare almeno un'ora del tuo tempo per fare rassegna stampa e poi almeno altre due ore per leggere ciò che hai selezionato.
Insomma, girare tra nuovi blog ha perso quel fascino che prima mi rapiva.

Non è la prima volta che trovo bel bloggatori "storici" argomentazioni di questo tipo. Che magari si contraddicono dopo poche righe: "Troppi blog in rete? Naaaaa, mai abbastanza", "...girare tra i nuovi blog ha perso quel fascino che prima mi rapiva". Mi potresti parlare del fascino di allora e della disillusione dell'oggi?

Oggi non c'è disillusione, per il semplice fatto che allora non ci si facevano 
molte illusioni. 
Si scriveva e basta, non c'era la gara a cui oggi assistiamo per accapararsi 
una visibilità i cui vantaggi non colgo, a parte un sollievo per il proprio ego.
Proprio ieri ho visitato 'brodoprimordiale' e mi sono reso conto che l'ho 
sempre visto segnalato ma che non l'avevo mai visitato. Il post che vi ho letto 
era una polemica riguardo a un certo servizio sul mensile Max nel quale 
veniva dichiarato che il blog di un tale, un giornalista, era uno dei più visitati d'Italia, ma che per l'autore di 'brodoprimordiale' era un emerito nulla.
Ma di che cosa parlano? Non capisco davvero. Io, ora come ora, ma non è 
una scelta, non so neppure quanta gente transiti sul mio sito.
Ricevo email, mi soddisfa più di ogni altra cosa, e mi auguro che ciò che 
scrivo sia piacevole o utile anche solo per una persona, così come è 
piacevole per me scrivere.
Fatico a trovare anime messe in qualche modo a nudo. Non è impossibile, 
tutt'altro; solo che c'è molto rumore di fondo da filtrare e di questo parlavo nel post che hai citato. Non è una critica, è una constatazione: una piccola parte di persone che vomita opinioni, sentimenti, situazioni, visioni, colori, quelli propri dell'anima (che per me equivale a un bel 'tirare fuori le palle') e una parte che invece gioca a chi ce l'ha più grosso, come fossero alle medie. 
Ognuno, questo è ovvio, si diverta con ciò che più gradisce, ognuno stabilisca il proprio rumore di fondo.
Altra cosa che vedo male è la circolarità delle notizie. Sembra esserci una 
parte di persone che nemmeno più legge i giornali credendo di trovare tutto sulla Rete. In questo modo molti si sono persi sicuramente l'editoriale, a mio avviso di portata storica, da cui Sartori venerdì 27 giugno scorso, sul Corsera, lanciava un grido di dolore inaudito, dichiarando sostanzialmente la sua linea del Piave (l'ho ritagliato e l'ho appeso in studio). 
Spesso vorrei riportare sul blog ciò che leggo altrove, ma più spesso accedo a blogger e le dita scappano dietro ad altri pensieri. Vorrei, ogni tanto, poter avere il tempo che ha Luca Sofri per fare rassegna stampa tutto il giorno a uso e consumo degli altri.

Potremmo dire  che i weblog stiano subendo una deriva verso un appiattimento molto forte su contenuti frivoli (vedi le polemiche sulla fuffa) o poco impegnativi? 

Direi di no. Comunque, ogni argomentazione ha i suoi estimatori. Un romanzo è fuffa solo perché non parla della guerra in Liberia? Non credo, no?
Al contrario, vedo che è ciò che non è considerato 'fuffa' che si sta 
appiattendo su discorsi che più che teoria del blog non sono. Due palle, a 
lungo andare, tutto questo 'metabloggare'.
Per fortuna, c'è anche chi evita di impantanarsi in loop interminabili e, molto semplicemente, posta per quanto sente dentro o per quanto ritiene di condividere una propria passione, un proprio interesse.

A mio parere (e non solo mio) i due punti fondamentali dei blog s0no la condivisione e l'aggregazione. Dove l'uno può confluire nell'altro o essere due aspetti di una stessa realtà. Che ne pensi?

Come sopra: ognuno è libero di navigare per blog come più gli aggrada, non lo devo certo dire io.
Ancora preferisco condividere le passioni e gli argomenti confrontandomi 
direttamente con le persone e non per assonanza di metatag, preferisco 
l'email e la chiacchierata. Come pure preferisco avventurarmi di blog in blog per scoprire quel qualcosa con la stessa meraviglia che si prova facendo una  scoperta casuale nel mondo reale . In questo senso sì alla condivisone, eccome.
Non discuto l'utilità degli aggregatori, ma fatta esclusione per blog di 
informazione o tematici, non migliorano la vita a chi è in cerca del bello scritto non utilitaristico.
Scoprire per segnalazioni successive, rimane un navigare senza eguali, come quando vai nelle Langhe per tre giorni senza alcun programma e la prima locanda la scegli perché te la segnala il casellante a Tortona, la successiva perché te la segnala il vinaio e così via.

"Blog Out" il libro collettivo edito dalla Novecento  Libri e a cura di Fabrizio Ulisse ed Alessandro Marzi ti vede tra i tredici blog presenti con i loro estratti. Puoi raccontarci qualcosa di questa esperienza?

L'idea di Fabrizio era di pubblicare su carta ciò che noi eravamo abituati a
leggere sul web. Molto semplice a dirsi, meno a realizzarsi.
Cominciammo a fare diverse ipotesi su quale potesse essere il risultato
finale e personalmente la domanda che mi facevo era se decontestualizzando i
post dalla consultazione quotidiana, questi potevano mantenere il medesimo impatto, il medesimo livello di comunicazione, nel mio caso intimistico e personale, che si crea tra chi scrive un blog e chi, più o meno
quotidianamente, lo legge.
Il libro c'è e se in fase di realizzazione lo considerai un bel gioco tra
amici, rileggendolo lo valuto diversamente. È stata una sfida, vinta già nel
momento in cui l'editore ha dato fiducia a Fabrizio e, soprattutto, nel
momento in cui tre persone al di fuori del mondo dei blog mi hanno detto che lo hanno trovato spassoso e ricco di stimoli.
Nessuna velleità di andare a scrivere un romanzo o di creare un nuovo genere letterario, il nostro: credo che Blogout rimarrà una pubblicazione a sé stante e irripetibile come ogni altro esperimento letterario.

Roberto, vorrei terminare questa intervista con una proiezione sul futuro. Quale pensi possa essere il futuro dei blog? O se vogliamo, i blog hanno un futuro?

Sarà bravo chi riuscirà a veicolare e fondere suoni e video con le parole.
Allora sì che mi figurerò blog collettivi in cui chi sarà bravo con le
parole costituirà coppie o gruppi creativi con altri artisti di pari
calibro. Gruppi volti a postare, in poco tempo, sentimenti o denunce in
maniera molto impattante. Esistono già queste forme di comunicazione, lo so, ma farne un appuntamento quotidiano sarebbe diverso: sarebbe come vedere rappare un blog sotto i portici di strada.
Ora come ora, invece, quello che mi piacerebbe dal mio sito è che postasse
da sé quello che vorrei scrivere, che mi leggesse in testa mentre sono in
scooter o mentre fumo in giardino la notte. Ma ancora non mi fiderei a
lasciargli la password...


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