Viaggio nella giustizia italiana da Mani Pulite alla Cirami in 999 puntate
Seconda Puntata

Seconda Puntata

Sommario
:: Fu golpe bianco? - di Bea
:: Mani Pulite - 1992. Mani sporche (seconda puntata)
> :: Le Fonti
:: I Link

Fu golpe bianco?

di Bea

[...] Ma il mosaico sugli ultimi trent'anni della storia di Taglia lo finisco io. Piaccia o non piaccia, cambiate canale! E comincia con gli anni di piombo, sul far del Settantasei. Quando il Piccì per la prima volta nella storia operò il famoso "sorpasso" su mamma Diccì. La strategia della tensione, iniziata con le bombe a Milano nel '69, subì una brusca sterzata a destra con controsterzata a sinistra per dare la colpa delle stragi ai partiti dei lavoratori (è storia di CIA, la conosciamo fino alla noia). Ma ad aiutare la CIA giunsero fresche di giovanile rivoluzionarismo le Brigate Rosse.

Strumentalizzate o meno, si arriva al delitto Moro. Finalmente il Potere inchioda, i brigatisti vengono arrestati nei loro "covi" (ma prima non se ne sapeva niente? per salvare Moro, voglio dire). Berlinguer ogni giorno dall'Unità prende le distanze dalle BiErre e dalll'Unione Sovietica. Ma ormai il Potere ha marchiato il Piccì di omicidio, e il marchio è marchio. E tutto diventa colpa del Piccì e dei Movimenti Studenteschi. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, dice la Fisica. Ad ogni azione rivoluzionaria corrisponde una reazione che da fisiologica si fa violenta, dice la Politica. E violentemente s'abbatte il Parlamento italiano su tutta la Sinistra che non sa più che pesci pigliare e invano urla dai suoi quotidiani: le BieRre nso' roba mia, l'Unione Sovietica chi la conosce... Inutilmente il Piccì s'affanna a cambiare nome (prima della Quercia ci fu "La cosa?". Nessuno sapeva da che parte andare e cosa costruire. Miopia della Sinistra, da sempre rivoluzionaria all'incontrario, mai lungimirante per carità.

S'aprono, gli anni Ottanta, con l'inno agli yuppies, al carrierismo esasperato, al consumismo che dilaga a macchia d'olio fino a diventare ciò che Marx aveva previsto centocinquant'anni or sono, bontà sua. Una fucina di falsi bisogni. Quelli odierni. Mentre il vecchio Piccì latita alla ricerca della "Cosa?" il capitalismo inventa paradisi artificiali. Un sindacalismo ottuso e ancor più miope s'attasta sulla veteroDifesa dei diritti di quei lavoratori che NON sono più gli operai, o non più soltanto gli operai. Nessuno s'accorge che il mondo sta cambiando a ritmi vertiginosi, troppo ertiginosi. Ritmi che non lasciano il tempo alla riflessione pacata.

Per trarre insegnamento dagli errori del passato, salvarne il salvabile, preparare nuove strategie più consone al futuro. L'unica strategia partorita dai "cervelli" dell'ormai ex Piccì sembra essere quella del golpe bianco. E golpe bianco fu. Si chiamò Mani Pulite e stritolò Tangentopoli, tutta. Dimenticando o fingendo di NON capire le parole di Craxi all'intero parlamento: ciò che si addebita a me è frutto di un intero sistema. Ma "il popol è, ben lo sapete, un cane che i sassi addenta che non può scagliare" (sempre Carducci). E il popolo che aveva sputato sul cadavere di Mussolini un mese prima inneggiato a Corso Buenos Aires in Milano, lo stesso popolo incolto e imbarbarito dai nuovi soldi voleva la testa del CAF. Così fu. Craxi, Andreotti, Forlani finalmente fuori, urlò il popolo barbaro. Il golpe bianco della Nuova Sinisca era riuscito. O almeno così pareva.

E io mi chiesi: CUI PRODEST? L'antica ciceroniana domanda che a saperla usare diventa passpartout di qualunque mistero politico. Pensai che il golpe bianco avesse giovato a Berlusconi, quando nel '94 entrò in politica. Non era così. Neanche eletto, Berlusconi diventò il Nemico Numero Uno. Su di lui s'abbatté l'ultima rabbiosa sequela di denunce da parte dei magistrati di Mani Pulite. Al punto che nel corso del G7 a Napoli, di fronte al mondo intero, gli si fece notificare non so più che avviso di non so più quale reato (almeno i panni sporchi laviamoceli in casa!).

Prima domanda logica: chi era Berlusconi prima che entrasse in politica? Un imprenditore qualsiasi. Grande imprenditore secondo me. Un "padrone" da ammazzare come gli altri, secondo i Sinischesi i quali, bontà loro per quarant'anni hanno appoggiato il governo Agnelli togliendo all'INPS non so più quanti mila miliardi per Casse Integrazioni forzose e obbligate da Colui, con buona pace per l'anima sua, che gli utili non li divideva di certo col popolo italiano, quando c'erano. Ma le perdite sì, quelle tutte. Financo la rottamazione fu inventata per lui. Ma Agnelli è uomo d'onore, direbbe Shakespeare parafrasando se stesso sul cadavere di Cesare. Il nemico di Taglia diventa Berlusconi. A morte Berlusconi! E, seconda domanda a rigor di logica: perché a morte Berlusconi e non a morte Agnelli, Olivetti, Prodi che s'ingrassa con le fintoperdite dell'IRI?

Perché Berlusconi rappresenta la variante impazzita al golpe bianco. Questione di logica. Di fronte a quei duemila processi e avvisi di reato cominciai a ripropormi la solita ciceroniana domanda: CUI PRODEST? Un solo partito era uscito a "mani pulite" si fa per dire da Tangentopoli. L'ex Piccì, l'ex "La Cosa", ora La Quercia e poi... o donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole... L'ulivo... Mi scompiscio dalla commozione... l'ulivo... Il quale vince le elezioni nel Novantasei e governa si fa per dire fino al maggio del DuemilaUno. Programma politico dell'Ulivo? Tantissime, migliaia di fioriere all'interno dei centri storici ripuliti e assaltati a quattro lire dai nuovi Sinischesi i quali, è risaputo, per forza di intellettualismo sinischese hanno il diritto divino di abitare i suddetti centri storici. Noi, la canaglia pezzente, per diritto di fame viviamo l'orrida periferia abbandonata financo da quel cristo che preferì fermarsi a Eboli.

Il Nuovo Programma Politico sinischese prevede una seconda bordata: l'assalto ai posti di "creativo". La cultura è di Sinisca, per carità, Dio gliel'ha data guai a chi gliela tocca. Dimenticando che PRIMA si è artisti e casomai POI si è di sinistra. L'assurdo è che coloro che gridano al regime sudamericano si sono presi la vecchia Fininvest, oggi Mediaset, e da lì, peraltro sputando nel piatto dove mangiano, irridono il "dittatore" che per loro ebbe il coraggio di inventarsi la televisione alternativa a mamma Rai. Una faccia da cazzo così, giuro, nce l'hanno manco i compagni di Pinochet.

Infine l'assalto al Potere Economico. Prodi insegna, Rutelli aggiorna, D'Alema esegue. Povero Fassino, unica faccia pulita di una Sinisca del Malaffare romano! Io lo so che tu sai tutto delle cooperative rosse e delle privatizzazioni selvagge. Ma continui strenuamente a difendere l'indifendibile! Con buona pace dei tuoi nervi che un giorno salteranno. E giuro che quel giorno dispiacerà più ammé che ai tuoi compagni di partito! Come si fa una privatizzazione selvaggia? Si comincia con la sottovalutazione dell'impresa o dell'immobile da accaparrarsi. Per poi ricomprarsi le quote a quattro soldi. Lo capisco financo io. E appena nella cronistoria di Vespa sento parlare di una SME sottovalutata a 490 miliardi, lira più lira meno... capisco che quella sottovalutazione era l'ultima tessera mancante al mio mosaico. Le cordate arrancano, la vogliono. Il passo falso di Berlusconi, se c'è stato, è stato quello di voler fermare a tutti i costi un modo d'agire che bisognava invece lasciar fare e poi DENUNCIARE PUBBLICAMENTE! Il buon Silvio, mai capito un tubo di politica, pensa che corrompendo i giudici sull'affaire SME riuscirà a fermare l'inarrestabile. Se li ha corrotti. E quand'anche l'avesse fatto...

Cittadini, romans e fuoriromans, popolo! Lend me your hears sempre a dirla co' Shakespeare. Dov'era, Magistratura Democratica, quando Giovanni Falcone fu lasciato solo e intorno a lui già si fiutava il fetor della morte... Dov'era quando hanno ammazzato Paolo Borsellino? Dov'è adesso, intenta com'è a trasformarsi da potere esecutivo in potere legislativo? Milioni di contenziosi accatastati ovunque nei Tribunali, milioni di cittadini ad aspettare "giustizia" da anni.

La fiera Magistratura "Democratica" dimentica del proprio nome (gfoverno del popolo) dimentica il popolo per l'ultima caccia alle streghe. Berlusconi! Forse lui il vero assassino del piccolo Samuele. Forse lui l'accoltellatore di Novi Ligure. Non basta? il delitto della contessina Agusta glielo vogliamo contestare? E il delitto di via Poma? Per non parlare di Ustica... Evidentemente l'Italia non porta bene ai grandi imprenditori. Ci fu un uomo, un sinistrese suo malgrado, a nome Enrico Mattei. Chi lo uccise? Dov'è la magistratura che dovrebbe far luce sulla sua morte annunciata che arrestò per sempre la via italiana al petrolio? La via italiana al diritto d'esser considerata nazione non più vassalla? La risposta è caduta nel vento, direbbe Bob Dylan.

Caro Silvio, io te lo dico in somma armonia e comunque fuori dai denti cariati. Lascia la politica a chi la sa fare in Italia. A mamma diccì che come mezza Italia nasce bizantina qual tu milanese NON sei! Nci'azzecchi niente colla politica, direbbe il tuo nemico Di Pietro diventato senatore... ma guarda il caso!... nel sinischesissimo collegio del Mugello. Dopo essersi pubblicamente svestito dell'onorata toga... chissà per quale recondito, misterioso motivo... non si saprà mai. Governare gli italiani non è impossibile, è inutile! Lo diceva Giolitti, lo diceva Mussolini. La tua guerra alla Sinisca, amico Silvio, è frutto soltanto di un tuo errore storico: immaginare che gli Italiani possano diventare comunisti! Ma mi facci il piacere, avrebbe detto Totò. Ma lassa perde Silvio, direbbe io! Questi vònno solo magnà, come sempre. Senza lavorà per cortesia! Gli errori si pagano, le colpe no, diceva Lenin. Il tuo errore, amico Silvio, è stato quello di non lasciare la politica a chi lo nacque, politichese di rango. A ciascuno il suo, io lo dico da sempre.

(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio. Fatevi avanti!)

2^ Puntata: 1992. Mani sporche (1)

«L'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, una casa di riposo per anziani, è stato arrestato questa sera dai carabinieri con l'accusa di concussione. Lo hanno reso noto gli investigatori con un comunicato diramato in serata». Così recita il dispaccio Ansa delle 22,16 del 17 febbraio 1992.I quotidiani, il giorno successivo, danno la notizia senza enfasi: in manette per una tangente un amministratore socialista. Dovranno passare alcune settimane prima che si imponga all'attenzione della stampa il «caso Chiesa», che poi diventa il «caso tangenti» e che esploderà solo tra aprile e maggio: il sistema di corruzione che verrà alla luce sarà chiamato «Tangentopoli» e l'indagine sarà per tutti «Mani pulite».

«Chiesa l'abbiamo preso con le mani nella marmellata», è l'unico commento, rigorosamente ufficioso, del magistrato della Procura di Milano che segue l'inchiesta, Antonio Di Pietro. Pressoché sconosciuto, il sostituto procuratore è un ex poliziotto molto abile nel lavoro investigativo. E ha due punti di forza. Il primo e che si è già occupato di altri casi di corruzione: nel 1988 ha condotto, insieme al collega Piercamillo Davigo, l'inchiesta «Carceri d'oro» sulle tangenti pagate dal costruttore Bruno De Mico. Poi ha indagato su Lombardia Informatica, una società della Regione, e sulle forniture all'Atm, l'azienda dei trasporti pubblici milanesi. Cosi si è convinto che la corruzione non sia un'eccezione patologica nel rapporto tra politici e imprenditori. Ma che sia un metodo, un sistema.

E lo ha descritto in alcuni articoli, come quello pubblicato nel maggio 1991 su un piccolo mensile milanese, Società civile , «Più che di corruzione o di concussione, si deve parlare di dazione ambientale ovvero di una situazione oggettiva in cui chi deve dare il denaro non aspetta più nemmeno che gli venga richiesto; egli, ormai, sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o pizzo e quindi si adegua». Il secondo punto di forza è che, quando arresta Chiesa, Di Pietro ha già a disposizione molte informazioni su di lui.

Da mesi, infatti, conduce un'indagine per diffamazione nata da una querela, presentata nel giugno 1990, da un "amico" di Chiesa, Mario Sciannameo, proprietario di alcune imprese di pompe funebri. Sciannameo ha denunciato Nino Leoni, cronista del quotidiano Il Giorno, per un articolo su un presunto «racket del caro estinto» al Pio Albergo Trivulzio (Pat). Secondo Leoni, Sciannameo aveva l'esclusiva per i funerali degli anziani morti nella casa di riposo, anche se poi ne «cedeva» una piccola parte ai concorrenti in cambio di 100.000 lire a salma.

Di Pietro, per la diffamazione, ha chiesto l'archiviazione. Ma, fiutando reati contro la pubblica amministrazione, ha continuato a lavorare sul Pat, aprendo il fascicolo numero 6380/91: quello che nel febbraio 1992 si riempirà dei primi atti del «caso Chiesa». Intanto ha interrogato un concorrente di Sciannameo, Franco Restelli, che era la «gola profonda» di Leoni; e ha messo sotto controllo i telefoni di tutti i protagonisti. Dalle intercettazioni ha ricavato una buona conoscenza dei metodi di lavoro e della situazione patrimoniale e finanziaria del manager socialista, che con Sciannameo ha molti rapporti d'affari.

Da tempo alla ricerca di un bandolo per districare la matassa del sistema delle tangenti. Di Pietro cuoce Chiesa a fuoco lento: guai se, anche questa volta, l'inchiesta si limitasse a un singolo episodio. Blocca i suoi conti bancari, anche quelli intestati ai genitori e alla segretaria Stella Monfredi. Sequestra cassette di sicurezza, libretti al portatore, azioni, titoli di Stato.

«Avvocato, riferisca al suo cliente che l'acqua minerale è finita», dice a Nerio Diodà, il difensore del manager socialista. Chiesa capisce al volo: il pm ha scoperto anche i suoi conti svizzeri, denominati «Fiuggi» e «Levissima». In totale, viene sequestrata una dozzina di miliardi.

Il caso porrebbe essere chiuso in poche settimane, con la richiesta di rinvio a giudizio per la minuscola tangente ritirata quel fatidico 17 febbraio. Se fosse andata così. Mani pulite non sarebbe mai nata. Invece Di Pietro finge di dimenticare le scadenze procedurali e non deposita gli atti nei termini previsti per la celebrazione del processo per direttissima. Poi fa filtrare sulla stampa una notizia: di Chiesa sta parlando un certo Vito Occhipinti, in carcere a Busto Arsizio per una vicenda che i giornali associano ad affari truffaldini e ambienti in odore di mafia. Occhipinti, in realtà, non ha da dire nulla di veramente rilevante, ma cosi l'attenzione dell'opinione pubblica sul caso Chiesa resta viva.

1. «Mariuoli» a Milano

II Psi si prepara alle elezioni politiche del 5 aprile. E l'arresto in flagrante di un tangentomane, in campagna elettorale, non è una bella propaganda. Soprattutto per un partito già nel mirino della stampa e della satira per la sua scarsa dimestichezza con il codice penale. Chiesa viene subito abbandonato al suo destino. Già il giorno dopo l'arresto, la federazione provinciale del Psi diffonde un comunicato in cui ribadisce «la sua più assoluta estraneità sotto ogni profilo rispetto ai fatti e agli addebiti mossi dal magistrato nei confronti dell'ingegner Chiesa» e comunica di aver «assunto la determinazione di sospendere in via cautelare lo stesso dal partito». Il 22 febbraio interviene Craxi in persona: «Ci siamo trovati - dice parlando a Lodi, senza mai nominare Chiesa - in una situazione spiacevolissima. Voglio dire però che la disonestà non è la nostra, ma di chi l'ha compiuta. Abbiamo immediatamente separato le responsabilità e preso per parte nostra i provvedimenti che dovevamo. Un conto però è manifestare indignazione per quanto accaduto, un conto cercare di dipingere il Psi per qualcosa di diverso da quello che è».

Craxi torna più volte sull'argomento nei giorni successivi. Il 3 marzo definisce Chiesa, sempre senza nominarlo, un «mariuolo» che danneggia il partito. «Io - di- chiara al Tg3 - mi preoccupo di creare le condizioni perché il paese abbia un go- verno che affronti i momenti difficili che abbiamo davanti e mi trovo un mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano in cinquant'an- ni - non in cinque, ma in cinquant'anni - non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi commessi contro la pubblica amministrazione».

Un amministratore inquisito e arrestato per gravi reati contro la pubblica am- ministrazione, in verità, c'era già stato: Antonio Natali, padre politico di Craxi, per tanti anni presidente della Metropolitana milanese, considerato l'inventore del sistema scientifico di spartizione delle tangenti a Milano. Accusato nel 1987 da un imprenditore di aver preteso una mazzetta di 488 milioni per la costruzione di un tratto di metrò, Natali era stato salvato dal partito con una formidabile barriera protettiva. Craxi, allora presidente del Consiglio, aveva chiesto subito di visitarlo in carcere. Poi lo aveva fatto eleggere al Senato e lì, nel maggio 1990, aveva visto l'assemblea di Palazzo Madama respingere l'autorizzazione a procedere per concussione chiesta dal magistrato milanese Marco Maria Maiga. L'aula aveva accolto l'esito del voto con vivi «applausi finali da destra, dal centro e da sinistra».

Chiesa, invece, si è lasciato prendere con le mani nel sacco, e per di più in campagna elettorale: un vero «mariuolo». Il 5 marzo Carlo Tognoli, ex sindaco socialista di Milano e suo padre politico, dichiara: «II caso Chiesa è il caso Chiesa, noi siamo tutto il resto. Appare singolare che le cosiddette "pecore nere" vengano individuate solo nel Psi e proprio in questo periodo. A mio avviso qui gatta ci cova. Credo che, se fosse stato di un altro partito, se ne sarebbe parlato meno. E comunque il Psi può vantare centinaia di buoni amministratori di cui, però, non si parla mai». Claudio Martelli, numero due del partito, aggiunge il 26 marzo: «Un ladro non può sporcare l'immagine di un intero partito». Vittorio Craxi detto Bobo, figlio del segretario socialista, già il 17 febbraio ha sentenziato: «Mario Chiesa è un mascalzone. Idiota, poi, a farsi prendere con le mani nel sacco».

Qualcuno (si dice lo stesso Di Pietro) si premura di far conoscere la definizione craxiana all'interessato. Che non la prende bene. Intanto Di Pietro lavora. Il 29 febbraio interroga la moglie separata di Chiesa, Laura Sala, impegnata nella causa di divorzio contro il marito (che le lesina gli alimenti, pretendendo di calcolarli sul suo stipendio «ufficiale»). Lei fa sapere che ci sono anche i miliardi in Svizzera. Il pm la fa attendere a lungo fuori dal suo ufficio, seduta su una panca, in modo che cronisti e avvocati la vedano. E ottiene l'effetto sperato: far credere di avere in mano molti elementi sull'indagato, far crescere la sensazione che attorno al manager socialista si stia creando il vuoto.

Nello stesso tempo avvia un accertamento su tutti gli appalti assegnati dal Trivulzio negli ultimi cinque anni e, il 12 e il 13 marzo, convoca in Procura tutti gli imprenditori, una quarantina, che hanno ricevuto incarichi superiori ai 100 milioni. Anche con loro ricorre al metodo del bluff, lasciando intendere di sapere più di quanto in realtà non sappia. Lo stesso fa con Chiesa. Cosi la situazione di stallo si sblocca. Alcuni fornitori del Pat ammettono di essere stati costretti a pagare tangenti. E questo costa a Chiesa nuove imputazioni e il rischio di un nuovo provvedimento di custodia cautelare in carcere. Il presidente del Trivulzio è alle corde. È in cella da più di un mese, attraversa un momento particolarmente difficile della sua vita personale, con il figlio adolescente che non gli parla più e una nuova compagna in attesa di un altro figlio; ha il patrimonio sequestrato; è accusato dagli imprenditori che lo avevano finanziato; il suo partito l'ha abbandonato. Per la verità, sulle prime, Craxi ha tentato di fargli giungere tutt'altro segnale: resisti, perché il magistrato è «uno dei nostri» e presto tutto si concluderà positivamente. Ma Di Pietro, che pure ha conoscenze anche negli ambienti socialisti, non mostra alcuna indulgenza per il suo indagato. Anzi, usa tutti i mezzi processuali e una buona dose di furbizia per allargare l'inchiesta oltre la tangente del 17 febbraio. Cosi, lunedì 23 marzo, dopo cinque settimane di silenzio in carcere, Mario Chiesa comincia a parlare.

Le confessioni di Chiesa

A raccogliere le sue dichiarazioni sono Antonio Di Pietro e il giudice per le indagini preliminari (gip) Italo Ghitti. Chiesa racconta la sua scalata alla politica, prima nella corrente di Carlo Tognoli, poi in quella di Paolo Pillitteri, cognato di Craxi e successore di Tognoli come sindaco di Milano. Laureato in ingegneria, era partito da una sperduta sezione socialista della periferia di Milano, nel quartiere Musocco-Vialba, a cui l'amico Sciannameo, l'impresario di pompe funebri, aveva iscritto i dipendenti delle sue società e gli infermieri che aveva a libro paga perché gli procurassero sempre nuovi funerali. Segretario di sezione, funzionario all'ospedale Sacco di Milano, poi consigliere e assessore provinciale, infine, dal 1986, presidente del Trivulzio, nell'ultima campagna elettorale per le amministrative del 1990 Chiesa controllava ormai una sua corrente autonoma, forte - diceva lui - di almeno 7.000 voti.

E aveva messo i suoi soldi e la sua rete a dispo-sizione di Bobo Craxi, aiutandolo a entrare per la prima volta nel consiglio comunale di Milano. L'ascesa politica va di pari passo con la crescita negli affari. Al Trivulzio Chiesa sviluppa e affina un sistema di appalti e tangenti che, in forme più artigianali, è precedente al suo arrivo. Fino al 1989 è costretto a girare una parte dei soldi a esponenti socialisti più importanti di lui. Poi, da quell'anno, tiene tutto per sé. «Nell'ultimo paio d'anni - racconta - pur ricevendo del denaro, non ho più provveduto a versarne parte ad altri politici, in quanto avevo ormai acquisito all'interno del Psi milanese un'autorevole e autonoma posizione che mi consentiva di non rispondere ad altri se non, politicamente, direttamente al segretario nazionale del partito Bottino Craxi».

Chiesa racconta anche delle tangenti raccolte prima del Trivulzio, all'ospedale Sacco, di cui era capo ripartizione tecnica. La prima mazzetta è del 1974: «Dante Carobbi - ricorda - personalmente mi diede il 10 per cento dell'ammontare della somma dovutagli per la manutenzione ordinaria annuale dell'ospedale Sacco». Per uno scherzo del destino, è della ditta Carobbi anche l'ultima bustarella: quei 37 milioni che Chiesa aveva ricevuto due o tre ore prima dell'arrivo di Luca Magni e dei carabinieri, tentando di liberarsene in bagno, con uno scroscio di sciacquone. Sono decine le aziende da cui Chiesa dice di aver ricevuto denaro: Carobbi per la verniciatura, Proverbio per la manutenzione edile, Diana per il riscaldamento, Zanussi per la fornitura di macchinari. E poi Ote Biomedica, Grandimpianti, Tre Emme, Ceditalia, Cooperativa Service, Edilmonetti, Tedil.

E le imprese edili Ifg-Tettamanti di Fabrizio Garampelli e Sic di Ugo Fossati. Queste due società avevano vinto un appalto da 60 miliardi, ampliabile fino a 120, per la costruzione di quattro nuovi padiglioni del Trivulzio. In cambio, Garampelli e Fossati avevano versato a Chiesa 100 milioni al mese, una tangente a rate, fino ad arrivare ai 6 miliardi pattuiti. Le gare erano truccate e le imprese organizzate a «cartello» per spartirsi il mercato senza i rischi della libera concorrenza: sapevano che chi vinceva doveva pagare i partiti. La percentuale era del 5 per cento sull'importo dei lavori in alcuni casi, del 10 in altri. Chiesa ricorda anche tangenti che non ha percepito direttamente.

Come quella per il blocco chirurgico al Sacco, realizzato dall'impresa Mazzalveri e Comelli, progettato da un noto esponente del Pci-Pds: l'architetto Epifanie Li Calzi: «Poiché si trattava di un'opera finanziata con fondi della Regione Lombardia ripartili in sede regionale tra i vari partiti, la Mazzalveri e Comelli si dovette tutelare su più fronti: verso il Pci attraverso Li Calzi, verso la De attraverso Mongini e verso il Psi attraverso Manzi e Moroni». Di Pietro annota i nomi e i fatti. Li Calzi, oltreché architetto, è l'ex sindaco comunista di Cesano Boscone ed è stato assessore ai Lavori pubblici a Milano. Roberto Mongini è vicepresidente della Sea (l'azienda che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa) e membro della direzione nazionale della De. Giovanni Manzi è il presidente della Sea, ma anche un esponente di spicco del Psi lombardo.

Sergio Moroni è un dirigente socialista, all'epoca dei fatti assessore regionale alla Sanità. La spartizione degli appalti e delle tangenti funziona, racconta Chiesa, anche negli altri ospedali milanesi: al Gaetano Pini, dove si muovono Li Calzi e Mongini; al Fatebenefratelli, presieduto dal socialista Alfredo Mosini, dove a costruire è quasi sempre la Ifg-Tettamanti con le imprese associate; al San Paolo, presieduto da un altro capocorrente socialista, Michele Colucci. E spesso nella sanità sono truccati anche i concorsi. Per predeterminare i membri delle commissioni, in modo da poter pilotare la gara, si usa a volte il metodo della pallina gelata: «Si tratta - rivela il presidente del Pat - di prendere la pallina il cui numero corrisponde al cattedratico gradito e di inserirla nella ghiacciaia di un frigorifero, estraendola poco prima di inserirla nell'urna, in modo che chi la sceglie la possa riconoscere al tatto e cosi ingannare i presenti estraendo il numero giusto senza farsi accorgerò della combine».

Quando il capitano Zuliani, venerdì 27 marzo, quinto giorno di interrogatori con Di Pietro e Ghitti, mostra a Chiesa un foglietto con nomi e cifre sequestrato nei suoi uffici, il presidente del Trivulzio ammette: quel documento è un informale libro mastro delle tangenti. I nomi sono quelli di Carlo Tognoli, Paolo Pillitteri, Michele Colucci, Ugo Finetti, Giovanni Manzi... Le cifre, i soldi che Chiesa sostiene di aver passato, tra il 1984 e il 1985, a quegli esponenti socialisti: 370 milioni a Finetti, 30 a Manzi, 100 a Tognoli e cosi via. Tangenti, assicura, «a me erogate in quanto gestivo una serie di operazioni all'interno dell'ospedale Sacco». «Ricordo - dice Chiesa - che portai 100 milioni, in due volte successive, a Pillitteri in una busta nascosta dentro un giornale, che appoggiai sul tavolo del sindaco. Pillitteri sfilò la busta dal giornale, se la mise in tasca, ringraziò e disse che l'avrebbe portata al partito».

Dal 1986, divenuto presidente del Trivulzio, Chiesa può ampliare le sue disponibilità economiche, ma anche l'autonomia per gestirle a suo piacimento. Cosi - rivela - consegna 70 milioni a Tognoli, 15 al segretario amministrativo socialista Panico e, su indicazione dello stesso Tognoli, 10 a un certo D'Onofrio e 1 milione a un impiegato della segreteria di Tognoli. E ancora 12 milioni a Colucci, che ha una sua corrente, alleata però con quella di Tognoli. Poi Chiesa «tradisce» Tognoli e passa al gruppo Pillitteri, dove intravede maggiori possibilità di carriera: al cognato di Craxi porta 100 milioni in due rate, avendo cura di infilare le banconote in una busta nascosta in un giornale.

Dal 1989 Chiesa si mette in proprio. Il suo obiettivo è diventare sindaco di Milano. Per questo, abbandonati i vecchi protettori, si lega alla famiglia Craxi e mette a disposizione di Bobo i suoi quattrini e il suo pacchetto di voti per le amministrative del 1990. «Bobo», rivela Chiesa a Di Pietro e Ghitti, «deve a me la sua elezione al consiglio comunale, almeno al cinquanta per cento». Bobo insorge: «Un cumulo di falsità. Mi ha aiutato il mio cognome, non Mario Chiesa». Ma un biglietto d'auguri lo smentisce. È un invito datato 20 dicembre 1991, che dice: «Tutti insieme sotto l'albero. E auguri di Buon Natale con i compagni Paolo Pillitteri, Bobo Craxi e Mario Chiesa».

È la prova dello stretto legame politico fra Bobo e il «mariuolo». Per l'ultimo Natale prima di Mani pulite, quello del 1991, Chiesa ha organizzato una manifestazione insieme al figlio e al cognato di Craxi: la manifestazione si è aperta con un «dibattito sulle prospettive degli enti locali», per poi proseguire con una festa, «spettacolo, estrazione di premi, brindisi e panettone». Da un paio d'anni, del resto, Chiesa e Bobo fanno coppia fissa in dibattiti, inaugurazioni, incontri e iniziative politiche. Memorabile la Festa della Don-na organizzata a Milano l'8 marzo 1991, nella sede di un consiglio di zona: tra i relatori non c'erano signore, in compenso non mancavano Mario Chiesa e Bobo Craxi.

Tracce del sodalizio politico tra i due erano emerse anche nell'inchiesta Duomo Connection, sugli affari milanesi di una famiglia mafiosa siciliana. Tra il materiale sequestratoù a un indagato, c'erano le videocassette di uno spot elettorale di Bobo Craxi, accompagnate da una lettera del 13 aprile 1990 su carta intestata di un circolo socialista, il Club Turati: «Le invio, come d'accordo con l'ingegner Mario Chiesa, le cassette con gli spot da trasmettere su Telestar e su Canale 6, sulla base di quanto concordato con lo stesso ingegner Chiesa». Firmato: Bobo Craxi. Il gruppo di indagati della Duomo Connection, in effetti, gestiva su alcune emittenti lombarde ampi spazi televisivi, per pubblicizzare e vendere appartamenti e villette a schiera. In quegli spazi, «sulla base di quanto concordato con lo stesso ingegner Chiesa», avrebbero dovuto essere trasmessi gli spot elettorali di Bobo (non risulta però che siano mai andati in onda). Due anni dopo, alla vigilia delle elezioni politiche, la corsa di Mario Chiesa verso la poltrona di sindaco s'interrompe bruscamente. L'arresto, la confessione. Poi, venerdì 27 marzo, Di Pietro interroga sette imprenditori da cui l'ingegnere dice di aver incassato tangenti. Mancano ormai pochi giorni alle urne. E per qualche giorno la Procura mette la sordina all'inchiesta, evitando di compiere altri atti pubblici.

Le elezioni terremoto

I risultati elettorali sono clamorosi. La Dc scende al minimo storico, dal 34,3 al 29,7 per cento, con perdite eccezionali nel Nord-Est (-12 per cento nelle province di Verona e Padova, -18 in quella di Vicenza). Il Psi non cavalca affatto l'onda lunga» di cui parlavano i suoi leader, ma flette dal 14,3 al 13,6 per cento. Il quadripartito (De, Psi, Psdi e Pii), che aveva sostenuto l'ultimo governo presieduto da Giulio Andreotti, mantiene una maggioranza risicatissima (al Senato, di un solo seggio). Il Caf, l'alleanza Craxi-Andreotti-Forlani, esce fortemente indebolito. D'altra parte, il nuovo Pds erede del Pci si attesta su un modesto 16,6 per cento e Rifondazione comunista, il partito della sinistra Pci che non ha accettato la svolta del 1989, non supera il 5,6 per cento. Dalle urne esce trionfatrice la Lega Nord, il partito di Umberto Bossi: da un inlnfluente 0,5 per cento balza all'8,7 nazionale (55 deputati e 25 senatori).

Il che significa la conquista del Nord: 25,1 per cento in Lombardia, 19,4 in Piemonte, 18,9 nel Veneto, 15,5 in Liguria e perfino 10,6 in Emilia-Romagna. In Lombardia, la Dc perde un terzo dei voti, il Psi un quarto e la Lega diventa il primo parti-to. Craxi raccoglie 94.000 preferenze, Bossi 240.000. A Milano il partito «nordista» passa dallo 0,7 del 1987 al 18,1. Un certo successo lo riscuote anche la Rete, l'inedito movimento politico che, puntando sui temi della legalità, fa entrare in Parlamento dodici deputati e tre senatori, fra cui Leoluca Orlando, Nando dalla Chiesa, Claudio Fava, Alfredo Galasso, Diego Novelli. Le astensioni raggiungono una quota record: 17,4 per cento.

È l'ulteriore conferma che quelle del 5 e 6 aprile sono davvero «elezioni terremoto» (come titola il Corriere della sera), con il risultato più clamoroso dopo quello del 1948: i partiti tradizionali sono pesantemente puniti dal voto di protesta. Una tendenza in atto da tempo: già alle elezioni europee del giugno 1989, il 25 per cento degli elettori - uno su quattro - aveva espresso il suo rifiuto dei partiti, scegliendo l'astensione, o la scheda bianca, o la nulla. Poi aveva trionfato il si nel referendum di Mario Segni sulla preferenza unica (9 giugno 1991).

Il 12 novembre i vescovi italiani avevano lanciato l'allarme sul malaffare con una nota pastorale della Cei dal titolo «Educare alla legalità», denunciando «la nuova criminalità dei colletti bianchi che impone tangenti a chi chiede anche ciò che è dovuto». Nei primi mesi del 1992, una serie di avvenimenti aveva ulteriormente aumentato il clima di sfiducia nella vecchia politica: oltre all'arresto di Chiesa e alle continue «picconate» del presidente della Repubblica Francesco Cossiga contro i partiti (soprattutto il suo, la De), l'uccisione mafiosa di Salvo Lima, luogotenente di Andreotti in Sicilia, il 12 marzo 1992, e il precipitare della situazione economica. Il tutto nel nuovo contesto internazionale: era finito' il confronto-scontro tra i blocchi Est-Ovest, che avevano per decenni fornito una legittimazione anche ai partiti italiani schierati sui due fronti.

Effetto domino

Lunedì 6 aprile, dopo la pausa elettorale, la Procura di Milano riprende a pieno ritmo l'inchiesta sul «caso Chiesa». Invia due avvisi di garanzia al socialista Michele Colucci, capogruppo Psi alla Regione Lombardia, e al democristiano Roberto Mongini, vicepresidente della Sea. Sono accusati di aver manovrato soldi prove-nienti da tangenti. Ormai il mondo politico milanese è in subbuglio: voci incontrollate assicurano che Chiesa e gli imprenditori convocati in Procura abbiano fatto molti nomi e raccontato molti fatti. Il giorno seguente, 7 aprile, si presenta spontaneamente in Procura, accompagnato dagli avvocati Gianfranco e Floriana Maris, il socialista Alfredo Mosini, ex segretario di Tognoli, ex presidente dell'ospedale Fatebenefratelli, all'epoca assessore comunale ai Lavori pubblici. È il primo politico a collaborare con Di Pietro.

Ma prima di confessare, scrive una lettera al sindaco di Milano, Piero Borghini:

Caro sindaco, prima di compiere un atto che le vicende di questi giorni - e mi riferisco alle indagini della magistratura sugli ospedali milanesi - impongono alla mia coscienza di fare, sento l'obbligo di congedarmi, innanzitutto, dalla giunta e dal consiglio comunale di Milano. Ho deciso di presentarmi al magistrato per dire lealmente quali sono i miei coinvolgimenti nelle vicende del Fatebenefratelli e non voglio, mentre opero questa scelta di lealtà verso me stesso e la comunità, che possano comunque derivarne conseguenze negative per l'istituzione comunale. Ti prego pertanto di iscrivere all'ordine del giorno del consiglio le mie dimissioni irrevocabili.

Il 22 aprile scattano i primi arresti: otto imprenditori che avevano vinto appalti grazie a Chiesa finiscono nel carcere di San Vittore con l'accusa di corruzione continuata aggravata. Sono i costruttori Gabriele Mazzalveri (dell'impresa Mazzaiveri e Comelli), Clemente Rovati (Edil Mediolanum), Claudio Maldifassi Lossa Costruzioni), Fabio Lasagni (Cosgemi Costruzioni); e poi Franco Uboldi (Cooperativa Milanese Pulizia Trasporti e Servizi), Giovanni Zaro (Zaro Carni), Giovanni Pozzi (Suime Verniciature Industriali), Bruno Greco (Facchini Nigra).

Gli otto hanno lavorato non solo per il Trivulzio, ma anche per gli altri ospedali milanesi. Alcuni poi hanno vinto appalti anche per altre opere pubbliche, tra cui i ricchi lotti della metropolitana e il terzo anello dello stadio di San Siro (costato 180 miliardi, a fronte dei 64 preventivati nel 1987). Cosi, quando il 24 aprile escono in blocco da San Vittore, Di Pietro ha messo in cassatene molte informazioni inedite sul sistema delle tangenti. L'avvocato di Mazzalveri, Antonio Finto, dichiara: «Siamo arrivati a livelli altissimi. Mazzalveri ammette pagamenti fatti alla Mm [Metropolitana milanese], all'ospedale Sacco e al Fatebenefratelli. Sembra che non pagasse direttamente i politici, ma il rappresentante di una cordata di aziende che poi provvedeva alla spartizione». Vittorio D'Aiello, legale di Rovati, aggiunge: «È un lungo romanzo, ci sarà da parlare per un anno».

La previsione si dimostrerà approssimata per difetto. Il pomeriggio del 27 aprile, Di Pietro ha un confronto molto teso con Mario Chiesa. Ormai agli arresti domiciliari, l'ex presidente del Trivulzio si presenta a palazzo di giustizia accompagnato dai suoi avvocati, Nerio Diodà e Roberto Pana-ri, abito blu e sorriso sulle labbra. L'interrogatorio dura più di quattro ore e, per motivi di riservatezza, non si svolge nell'ufficio di Di Pietro, ma in un prefabbrica- to costruito in un corriletto del palazzo.

Quando i giornalisti, che ormai da giorni stazionano nei corridoi della Procura a caccia di notizie, riescono a scoprirlo, sentono Chiesa urlare: «Voi mi avete sputtanato come un verme!». E ancora: «No, quel nome non lo faccio!». Quel nome che Chiesa non vuoi fare, contrariato perché molte sue dichiarazioni sono già filtrate sui giornali, è Bettino Craxi. O cosi, almeno, interpretano i cronisti.

Gli sviluppi dell'inchiesta producono un cortocircuito: Chiesa parla, ben sapendo che hanno cominciato a parlare alcuni imprenditori che gli hanno versato tangenti. E altri imprenditori, sapendo che Chiesa sta confessando, si presentano in Procura per raccontare nuove tangenti. Il che obbliga Chiesa a tornare dai ma-gistrati per approfondire le sue dichiarazioni. Inizia cosf l'«effetto domino», che alimenterà le indagini per molti mesi. Confessione chiama confessione, corrotti e corruttori fanno quasi a gara per arrivare per primi davanti a Di Pietro, nella speranza di limitare i danni e prevenire il rischio dell'arresto.

Una reazione a catena che moltiplica i reati scoperti e le persone coinvolte in progressione geometrica. «Abbiamo avuto una fortuna sfacciata, - confida Ghitti ai giornalisti, - se i primi otto imprenditori arrestati si fossero avvalsi della facoltà di non rispondere. Mani pulite non sarebbe mai iniziata». Nessuno, in quel momento, cerca di fermare Di Pietro. Il capo della Procura, Francesco Saverio Borrelli, che difenderà sempre il lavoro dei suoi sostituti, nelle prime settimane è convinto che si tratti di una piccola e circoscritta inchiesta di corruzione destinata a chiudersi presto con il rinvio a giudizio dell'unico imputato.

La lunga esperienza lo rende scettico sulla possibilità di ottenere risultati significativi nelle indagini sulla pubblica amministrazione. Ha ancora in mente l'ultima inchiesta condotta in materia da Di Pietro: quella sulla società regionale Lombardia Informatica. Il procuratore l'aveva giudicata troppo debole, con elementi di prova non abbastanza convincenti. Tanto che non aveva firmato le richieste finali. E cosi aveva fatto il suo procuratore aggiunto, Gerardo D'Ambrosio, coordinatore dei pm specializzati nelle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione.

Di Pietro, invece, lavora fin da subito sul caso Chiesa per innescare la reazione a catena e scoperchiare il sistema della corruzione. Proprio per questo «dimentica» di depositare gli atti e di chiudere il caso. I risultati andranno ben oltre le sue stesse aspettative.

Mike e Papa, Mani pulite

I palazzi della Milano che conta sono in allarme da settimane. Politici, amministratori e imprenditori temono che Chiesa e gli altri indagati abbiano fatto il loro nome. E temono che da un momento all'altro un carabiniere si presenti alla loro porta per accompagnarli a San Vittore. Ne discutono concitatamente soprattutto i costruttori, riuniti nell'Assimpredil. Il comitato di presidenza dell'associazione - recita un comunicato del 27 aprile - «tenuto conto delle vicende giudiziarie in corso, ha concordato di incaricare il presidente di prendere contatti con l'autorità che sta svolgendo le indagini.

Il presidente, Claudio De Albertis, si è messo a disposizione del dottor Di Pietro». Una dichiarazione di resa. Intanto, verbale dopo verbale, si disegna la mappa del sistema delle mazzette. I giornali lo chiamano ormai «Tangentopoli», un neologismo coniato dal cronista di Repubblica Piero Colaprico sulla falsariga di «Paperopoli». L'espressione «Mani pulite» nasce, invece, nell'ufficio di Di Pietro: dalle iniziali M e P {Mike e Papa) nell'alfabeto internazionale usato anche dai militari con cui comunicano in codice via radio il pm (Papa) e il capitano Zuliani (Mike) durante le prime operazioni, dall'arresto di Chiesa in poi. La Procura non si accontenta delle dichiarazioni degli indagati. Cerca riscontri sequestrando, nei loro uffici e nelle banche, documenti, appunti, schede, materiale contabile.

Così si riempiono di nuove carte i faldoni dell'inchiesta numero 6380/91, quella aperta già nel 1991 dopo l'articolo del Giornosul «racket del caro estinto» al Trivulzio. Solo nel giugno 1992 verrà formalmente inaugurato il nuovo fascicolo numero 8655/92: il «fascicolo virtuale», cioè il contenitore nel quale verranno inseriti tutti gli atti d'indagine sulla corruzione, poi via via travasati nei diversi processi scaturiti dalle inchieste. Il lavoro aumenta di giorno in giorno. Il 27 aprile Borrelli e D'Ambrosio decidono di affiancare a Di Pietro il sostituto Gherardo Colombo.

A fine maggio, poi, si aggiunge anche Piercamillo Davigo. Nasce cosi «il pool Mani pulite», coordinato da D'Ambrosio. Per le indagini. Di Pietro utilizza dapprima i carabinieri del capitano Zuliani. Ma, quando aumenta la visibilità dell'inchiesta, anche la polizia vuole essere coinvolta, come pure la Guardia di finanza. Nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia, del resto. Di Pietro impiega da tempo una squadra «mista», composta da uomini delle tre diverse forze e da vigili urbani. Tra loro spicca l'uomo che lo segue come un'ombra: l'inseparabile poliziotto Rocco Stragapede.

E poi Giancarlo, e la segretaria Adriana, a cui si aggiungono Rossana e Luciana. I carabinieri Giorgio, Mauro e Stefano, i finanzieri Emilio e Salvatore. E il «ghisa» Maurizio, che Di Pietro ha voluto con sé perché lo aveva multato per un'infrazione al codice della strada, a metà del 1992, malgrado fosse già una celebrità. «Il commissariato presso la Procura»: cosi qualche avvocato definisce la «squadretta» di Di Pietro, con un misto di ironia, disprezzo e ammirazione. Un gruppo che in poche settimane diventa una catena di montaggio: avvisi di garanzia, interrogatori, verbali, richieste di custodia cautelare, altri avvisi e cosi via, a ciclo continuo. Nel 1994, la «squadretta» arriverà a contare 36 elementi.

L'ufficio di Di Pietro somiglia sempre più a un porto di mare. Il magistrato inventa un nuovo modo d'interrogare: fa sentire contemporaneamente, da diversi operatori di polizia giudiziaria, più persone coinvolte nella stessa vicenda. Intanto fa la spola dall'uno all'altro, senza perdere d'occhio i computer. In questo modo legge in tempo reale le dichiarazioni degli interrogati e può subito, in presa diretta, chiedere chiarimenti all'una sulle dichiarazioni dell'altra. Un metodo che gli procura unanime ammirazione nel 1992-93, ma poi attacchi e un'inchiesta penale nel 1995-96.

Di Pietro è uno dei primi, nel palazzo di giustizia milanese, a intuire le potenzialità dell'informatica: in anni in cui le sentenze vengono ancora scritte a mano, comincia a lavorare con il personal computer, immagazzina dati, incrocia informazioni. Un sistema collaudato sul campo qualche anno prima, indagando sullo scandalo delle «patenti facili»: documenti di guida ottenuti in modo irregolare, pagando mazzette ai fùnzionari della motorizzazione civile di Milano. Di Pietro aveva interrogato 1500 indagati e 500 testimoni, intercettato trenta telefoni e disposto accertamenti bancari e patrimoniali su oltre cento persone. Senza computer, quell'indagine non sarebbe mai decollata: solo incrociando migliaia di informazioni sulle patenti rilasciate, gli esami sostenuti, gli uffici coinvolti, era stato possibile individuare i responsabili.

L'utilizzo pratico del computer permette a Di Pietro di moltipllcare la velocità del lavoro e la possibilità di «produrre carte», cioè di fornire il materiale necessario per una rapida stesura degli atti processuali. Nelle prime settimane di Mani pulite, il pm escogita anche un marchingegno che proietta su una parete dell'ufficio alcune dichiarazioni appena rese da imputati e testimoni: un sistema di non grande utilità pratica, ma di sicuro impatto psicologico.

Un arresto al giorno

L'indagine sulla Baggina si allarga «per contagio» a episodi di corruzione negli altri ricoveri per anziani, negli ospedali, all'Arni (l'azienda dei trasporti pubblici), all'Aero (l'azienda energetica municipale), alla Mm (la società che assegna gli appalti della metropolitana), alla Sea (la società che gestisce gli aeroporti di Malpensa e Linate), alle Ferrovie Nord, ai lavori per la nuova sede del Piccolo Teatro. L'inchiesta scopre e documenta un autentico sistema delle tangenti, con i suoi uomini, le sue regole, i suoi riti: i partiti lottizzano i consigli di amministrazione delle aziende pubbliche, qui i loro emissari pilotano le gare a vantaggio di una ristretta cerchia di imprese «protette» che, in cambio, finanziano occultamente i politici.

Da fine aprile, non c'è più giorno senza almeno un arresto o un «avviso». Il 27 finisce in manette il socialista Matteo Carriera, ex barelliere, ex autista del sindaco Tognoli, ora commissario dell'Ipab, l'ente pubblico di assistenza e beneficenza che controlla l'Istituto geriatrico Redaelli, l'orfanotrofio dei «martinitt» e un vasto patrimonio immobiliare. Soprannominato «Matteo due pistole» per la sua abitudine di appoggiare il revolver sulla scrivania una volta arrivato in ufficio, Carriera entra a San Vittore insieme con due funzionari dell'Ipab, Francesco Scuderi e Ivando Tamagni. A chiamarli in causa sono alcuni costruttori (tra cui Fabrizio Garampelli e Fabio Lasagni), beneficiari di appalti per 90 miliardi, con annesse tangenti, proprio per l'edificazione del Redaelli. La figura di Carriera diventa familiare al grande pubblico televisivo grazie al Gabibbo, il pupazzone del programma satirico di Canale 5 Striscia la notizia, che lo aspetta sotto casa per un'intervista-sberleffo sui «ladri di regime».

Senza volerlo, il Gabibbo allontana di qualche ora il suo arresto: la troupe televisiva arriva sul posto contemporaneamente ai carabinieri del capitano Zuliani. L'ufficiale, dopo la solita comunicazione via radio tra Mike e Papa (lui e Di Pietro), decide di rimandare l'operazione per evitare che venga ripresa dalle telecamere. In carcere. Carriera racconta la sua storia di tangenti imposte su ogni appalto o fornitura e spartite con i vari componenti del consiglio d'amministrazione dell'Ipab: soprattutto l'attivissimo Bruno Cremascoli, membro indicato dal Pci-Pds (sarà arrestato il 21 maggio), ma anche i democristiani, i socialisti, i socialdemocratici. «Solo con la vicenda giudiziaria ho capito che era una cosa illecita - si giustifica Carriera - prima non me ne rendevo nemmeno conto.

Non capivo. Funzionava tutto cosi, sembrava normale questo sistema. E io ne facevo parte. Era come ricevere un panettone a Natale. Prendevamo quei soldi e fra noi ci dicevamo: questi ce li hanno regalati. Poi ciascuno pensava al suo partito». A difendere Carriera è un ex magistrato. Guido Viola, già pubblico ministero in indagini delicate, come quella su Sindona e la P2, seguita da Giuliano Turone e Gherardo Colombo come giudici isrruttori. Lasciata la magistratura per la professione di avvocato, Viola, dopo l'arresto di Chiesa, era stato proposto come commissario straordinario del Trivulzio.

Ma aveva dovuto rinunciare all'incarico dopo le proteste di alcuni consiglieri comunali milanesi Basilio Rizzo dei Verdi e Gio-vanni Colombo della Rete): Viola, da magistrato, aveva respinto il ricorso di alcuni inquilini di stabili di proprietà del Trivulzio venduti, secondo loro, con pratiche illecite. In seguito i suoi ex colleghi della Procura se lo ritroveranno davanti anche come imputato: con l'accusa poi tradotta in un patteggiamento) di aver riciclato 22 alcuni miliardi di tangenti che proprio Carriera, il suo cliente, si era «dimenticato» di confessare al pool. Il 28 aprile finiscono in carcere altri tré imprenditori che fornivano al Trivulzio il carburante per riscaldamento. Il giorno dopo, accompagnato dall'avvocato Raffaele Della Valle, si presenta a Di Pietro Epifani Li Calzi, successore di Chiesa come direttore tecnico dell'ospedale Sacco, dove aveva progettato il nuovo pronto soccorso e il padiglione per la cura dell'Aids.

E pallido, stravolto. «Ho sentito che il mio nome era chiacchierato e avevo deciso di presentarmi al magistrato», dice ai cronisti. Al termine dell'interrogatorio. Della Valle dichiara: «Al mio assistito non sono state fatte contestazioni di episodi specifici». Invece il giorno dopo si scopre che Li Calzi (già indagato nel 1988 per lo scandalo De Mico), al termine dell'interrogatorio, è stato accompagnato a San Vittore. Chiesa e Carriera, pur essendo uomini di partito, erano solo manager pubblici. Li Calzi, ex sindaco di un paese dell'hinterland, ex consigliere comunale ed ex assessore a Milano, è invece il primo vero politico a finire dietro le sbarre. Ed è del Pds. Poche ore dopo lo raggiunge un sindacalista: Sergio Eolo Soave, pure lui pidiessino, ex vicepresidente della Lega regionale delle cooperative.

A Roma, alle tre di notte del 30 aprile, i carabinieri arrestano Angelo Simontacchi, consigliere delegato e direttore generale della Torno. È un salto di categoria. La Torno è tra le prime dieci imprese di costruzioni italiane. In passato ha lavorato al traforo del Monte Bianco. Poi ha partecipato agli appalti della metropolitana milanese, dell'ampliamento dello stadio di San Siro e dei nuovi padiglioni del Sacco. «Le indagini proseguono a ritmo serrato - spiega il procuratore Borrelli - non ci fermeremo nemmeno domani, in occasione del 1° maggio». Di Pietro passa gran parte di quella giornata a San Vittore.

E interroga Simontacchi, che viene poi rilasciato. Intanto, proprio il Primo maggio, partono gli avvisi di garanzia per i primi due parlamentari: gli ex sindaci Tognoli e Pillitteri. I quali convocano d'urgenza una conferenza stampa per l'indomani. L'atmosfera è tesa, elettrica. I due socialisti spiegano di essere indagati per ricettazione (ma al cognato di Craxi è contestata anche la corruzione). E assicurano di essere innocenti, di non aver mai visto una lira illecita. «Un'informazione di garanzia - dichiara Tognoli, che è anche ministro uscente del Turismo e spettacolo - ipotizzerebbe che Chiesa mi abbia dato denaro nel 1984-85. Preciso che non si tratta, come sostenevano alcune voci circolate, di una richiesta di autorizzazione a procedere, ma di un'informazione di garanzia.

Non so a che titolo e in quale occasione avrei ricevuto il denaro che si ipotizza io abbia ricevuto. Ma voglio affermare con assoluta certezza che non ho mai ricevuto denaro, ne prima ne dopo. Mi considero del tutto estraneo a fatti che non conosco». Tognoli e Pillitteri saranno entrambi condannati con sentenza definitiva. Proprio quel 2 maggio, il Corriere della sera pubblica in prima pagina un editoriale del suo condirettore Giulio Anselmi. S'intitola «La torta è finita», rilancia «la bistrattata questione morale» e invita esplicitamente gli imprenditori e la borghesia a collaborare con l'opera di «pulizia e rinnovamento» dei magistrati. Un segnale importante, per Milano, in quel momento cruciale. Il 5 maggio vengono arrestati il costruttore Mario Lodigiani, vicepresidente del colosso che porta il suo cognome, e Roberto Schellino, ex direttore tecnico della Cogefar Impresit (gruppo Fiat, la numero uno tra le aziende edili). Ormai l'inchiesta sul «caso Chiesa» investe l'intero sistema degli appalti pubblici a Milano.

Il 6 maggio finiscono in manette i presunti cassieri occulti dei partiti: il socialista Sergio Radaelli, il democristiano Maurizio Prada, il pidiessino Massimo Ferlini. Ed è ricercato anche un altro uomo del Pds, Luigi Mijno Carnevale, vicepresidente della Mm, che si consegnerà ai magistrati dieci giorni dopo. Quel giorno muore Marlene Dietrich, ma l'indomani le «aperture» dei quotidiani sono tutte per Tangentopoli. «La retata dei politici», titola Repubblica. E il Corriere della sera: «Dc e Pds nel ciclone tangenti». Gli arresti continuano. Il 7 maggio tocca al segretario regionale della Dc Gianstefano Frigerio; all'ex senatore democristiano ed ex presidente delle Ferrovie Nord, Augusto Rezzonico; e a Enso Papi, amministratore della Cogefar e uomo Fiat. Il Psi milanese viene commissariato.

I suoi organismi dirigenti vengono azzerati. A prendere le redini del partito travolto dagli scandali, Craxi invia da Roma il vicesegretario Giuliano Amato, il quale dichiara: A proposito di Craxi, quelli del Pds parlano come Cuore, il loro linguaggio è da vignetta. Coltivano questo sentimento anticraxiano invece di far politica realmente. Per questo il dialogo non va avanti. Sullo scandalo di Milano l'atteggiamento di Occhetto è stato intollerabile. Perché? Ha posto una pregiudiziale morale [...]. Ogni volta che da noi si scopre un mariuolo, dicono che è un sistema di potere. Quando il mariuolo è loro, è una pecorella nera (8 maggio). Se si guarda ai partiti ai quali si rifanno i personaggi coinvolti nelle tangenti, allora palazzo Chigi dovrebbe essere dato a uno straniero. Se però si guarda al tentativo di coinvolgere Craxi nella storia di Mario Chiesa, questo mi sembra il classico scandalo montato sul nulla per impedire che Craxi abbia l'incarico (7 giugno).

2. Il «sistema» Milano

Radaelli, Prada e Carnevale: sono loro, secondo gli imprenditori, i cassieri delle tangenti per il Psi, la Dc, il Pds. Sono loro che, nell'ombra, fanno funzionare le costose macchine della politica. «Le mazzette non le ho inventate io, - protesta Prada dopo l'arresto - ho semplicemente preso atto di un sistema». Un sistema complesso. Accanto alle stecche confessate da Chiesa e Carriera, che riguardano la gestione degli ospedali e delle case di riposo milanesi, esistono distinti sottosistemi, nei diversi ambiti della pubblica amministrazione. Ciascuno con le sue regole specifiche, i suoi cassieri, i suoi imprenditori di riferimento. Il più importante è quello dei trasporti, che ruota attorno ai grandi appalti della metropolitana.

«Ciò che maggiormente colpisce - scriveranno i giudici del Tribunale nella sentenza sulla Mm - è il carattere di sistematicità: non si è in presenza di episodi isolati, ma di una prassi di corruttela diffusa e consolidata, tanto da assurgere a vero e proprio "sistema" con regole proprie e con precise suddivisioni di ruoli e compiti». A metterlo a punto è staro negli anni '70 Antonio Natali, storico presidente della Mm e poi senatore del Psi. Il cosiddetto «lodo Natali» è la regola non scritta secondo cui ogni appalto Mm deve generare un cospicuo finanziamento ai partiti: il 3-4 per cento sulle costruzioni, fino al 13,5 per cento sull'impiantistica.

Un bei mucchio di miliardi che venivano poi spartiti cosi: circa due quinti al Psi, un quinto al Pci, un quinto alla Dc, e il resto ai partiti minori (Psdi, Pri). La sentenza di primo grado sulle tangenti Mm sarà precisa al dettaglio: il 37,5 per cento al Psi, il 18,75 al Pci-Pds, altrettanto alla Dc, il 17 al Psdi, l'8 al Pri. Le imprese, come d'abitudine, si accordavano per predeterminare gli esiti delle gare evitando i noiosi impicci del libero mercato. Un rappresentante dell'azienda capofila per ogni appalto si premurava di raccogliere le somme «dovute» da ciascuna società della cordata vincitrice. Poi regolava le pendenze con i diversi partiti, oppure consegnava la tangente al «cassiere unico» delle forze politiche, il quale poi divideva il bottino con i «colleghi».

Nella politica ufficiale, quella visibile, c'erano maggioranze e opposizioni, alleati e fieri avversar}. Ma dietro le quinte tutti erano soci in affari, legati indissolubilmente da un patto di omertà. Il sistema del cassiere unico, che raccoglie i soldi e poi li smista tra i partiti - Dc, Pci, Psi, e laici minori - è la smentita più plateale all'alibi spesso accampato da Dc e Psi: che cioè le tangenti fossero necessarie per «finanziare la democrazia» contro «l'avanzata dei comunisti». A volte era un democristiano o un socialista a portare i soldi a un comunista. O viceversa.

Le tangenti del sistema Mm vengono pagate per i vari lotti della terza linea della metropolitana, per il passante ferroviario, per tutte le forniture di materiale rotabile, per l'impiantistica, per la costruzione dei parcheggi adiacenti alle stazioni. E le indagini si intrecciano con quelle sui lavori per la nuova sede del Piccolo Teatro. Il comunista Li Calzi, finito sotto inchiesta proprio per il Piccolo oltreché per i nuovi padiglioni del Sacco, ammette e racconta: dopo il 1988, quando lo scandalo De Mico lo costrinse a lasciare l'assessorato comunale ai Lavori pubblici, passò al suo successore, il giovane compagno Massimo Ferlini, 300 milioni versati dal costruttore Garampelli. Ferlini invece nega e sarà assolto in Tribunale. Sergio Radaelli, socialista, è stato consigliere d'amministrazione dell'Atm e poi della Cariplo, la più grande Cassa di risparmio d'Europa. Subito dopo l'arresto, ammette di aver ricevuto denaro dai costruttori Garampelli, Mazzalveri, Rovati e tanti altri.

E dice di averlo poi distribuito a Natali, Tognoli e Pillitteri. Dichiara a verbale:

Molto spesso non c'è neppure bisogno che vi sia un accordo preventivo tra esponenti di partiti politici e imprenditori. Se si guardano gli imprenditori che operano nel settore pubblico, si può percepire una lottizzazione tra costoro, finalizzata alla spartizione del mercato delle commesse pubbliche. Si forma fra di loro una specie di patto di non belligeranza, cosi che, quando vengono invitati alle gare, pur presentandosi una pluralità di soggetti apparentemente in concorrenza tra loro, in realtà hanno già raggiunto un accordo sull'impresa che di volta in volta deve aggiudicarsi l'appalto.

Ricostruisce molti episodi, Radaelli, con tanto di nomi e cifre. Ma naturalmente cerca di minimizzare il suo ruolo. Ricorda per esempio l'appalto per il parcheggio Mm di Cascina Gobba, discusso durante una cena al ristorante El Toulà: «Non si parlò in alcun modo di percentuali. Io dissi che potevo interessarmi o prestarmi per far avere il contributo delle imprese ai partiti». Mazzalveri, l'imprenditore seduto allo stesso tavolo del Toulà, la racconta diversamente: «II contributo mi è stato chiesto. Radaelli mi disse di recarmi in piazza Duomo 19». Cioè nell'ufficio di Craxi. Poi Mazzalveri consegnò a Radaelli, presente anche Prada, tre valigette in tre appuntamenti consecutivi: tre rate fra i 600 e i 900 milioni, in contanti, banconote da 50 e 100.000 lire. Prada ritirò la quota per la De e gentilmente si incaricò di consegnare anche quelle destinate al Pds e al Pri. «La somma destinata al Psi - racconta Radaelli - la dividevo ogni volta in due parti esattamente uguali.

Consegnavo una metà a Paolo Pillitteri nella federazione di corso Magenta e l'altra a Carlo Tognoli nel suo ufficio personale di via Olmetto». Poi c'erano le forniture di materiale rotabile per Atm e metropolitana: «Complessivamente il sistema dei trasporti ha versato al sistema dei partiti, negli anni 1980-1991, una somma superiore ai 30 miliardi, di cui circa 8 sono stati incassati mio tramite dal Partito socialista». A Radaelli, come agli altri colleghi «collettori», non piace la parola tangenti. Preferisce definirle, nei verbali, «periodiche dazioni che le imprese hanno fatto ai partiti per darci la possibilità di sopravvivere politicamente ed economicamente e cosi essere loro interlocutori istituzionali».

O, ancora: «contributi delle aziende per segnalare la propria presenza imprenditoriale nel territorio». Per raccogliere queste «dazioni», i cassieri aprivano conti bancari all'estero preferibilmente in Svizzera. Il primo, Radaelli lo accende agli inizi degli anni '80, presso la Ubs di Chiasso. Poi, nel 1988, si dota di uno strumento più sofisticato e impenetrabile: una Fondazione anonima, a cui è intestato il conto Locris (law krisy. il pugnale malese della legge). Le aziende possono cosi fare versamenti da conto estero a conto estero, senza scomodi viavai di valigette.

Al momento dell'arresto di Radaelli, sul conto Locris sono depositati quasi 9 miliardi di lire. Alessandro Marzocco, manager della Socimi (impresa che produce materiale rotabile), racconta ai magistrati di essere staro convocato nel 1978 da Radaelli nella sede dell'Atm per una richiesta di tangente del 5 per cento: «Radaelli mi disse esplicitamente che, se la Socimi non avesse pagato, non sarebbe stata più considerata in sede di qualificazione delle imprese invitate a partecipare alle forniture». Da quel giorno fino al 1988 la Socimi, attraverso la società Calvar delle Antille olandesi, bonifica a Radaelli un totale di 750 milioni di lire. Poi le richieste aumentano e, dal 1988 al 1990, la Socimi aggiunge altri 6 miliardi: 2 all'anno, sempre sul conto Locris.

(1) Mani Pulite - La vera storia - Da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi - Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio © Copyright Editori Riuniti ( ISBN 88-359-5241-7)

(2) La repubblica delle banane - Affari e malaffari di trenta potenti nelle sentenze dei giudici - Peter Gomez, Marco Travaglio © Copyright Editori Riuniti ( ISBN 88-359-4915-7)

Link:

- Antonio Di Pietro  
- Antonio Di Pietro: Sito ufficiale
- Il sito Manipulite.it
- Intervista di Disinformazione.it a Marco Travaglio in occasione dell'uscita del libro Mani Pulite.
- Tabucchi: La corruzione ha battuto Mani Pulite